Fiori dal cuore

Mille grazie a Emilio Capaccio per la poesia “Fiori dal cuore”, ispirata al dipinto omonimo della collezione Labrise.

A questo link la versione finale del dipinto e altre opere https://labrisearte.wordpress.com/painting/

FIORI DAL CUORE
(Su un dipinto di Loredana Semantica)

Tieni le mani come si tiene
un fiammifero acceso nel vento—
perché il vento non lo spenga
prima della notte
I capelli ti bruciano intorno al viso
mentre gli occhi chiusi
come conchiglie
custodiscono un mare
che nessuno ha mai visto
Escono da te i fiori
Germogliano dal punto esatto
dove il petto
si è aperto una volta
e invece di richiudersi in cicatrice
ha scelto di fiorire
Ogni petalo è una parola
che non hai detto
rimasta a maturare nel buio
come un seme sotto terra
Ora risale—
rossa, gialla e bianca—
lungo la ferita:
un corteo silenzioso
che viene dal cuore alla gola
Le tue dita si posano
sull’inizio del giardino
Abbassi lo sguardo
perché chi porta
una terra fiorita nel petto
impara a camminare piano
per non far cadere
nemmeno un petalo
di ciò che finalmente
ha smesso di fare male

Labrise

Lo scorso 25 luglio ho inaugurato Labrise, il mio studio d’arte e collezione permanente di opere. Da pochissimi giorni è on line il sito vetrina dello studio d’arte Labrise. Il sito contiene anche una collezione virtuale rappresentativa di quella complessiva contenuta nell’atelier. Buona visione

Labrise – Atelier d’ arte e collezione permanente delle opere

tecnica mista su cartoncino

Buona Pasqua con una mia poesia

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Quando uscì dal sepolcro
c’era solo il deserto
nessuna donna attorno
o apostolo fidato
i soldati deposte le lance
dormivano.

Il processo è una formula
rivelata a pochi eletti
risorgere un’alchimia
per stregoni e sette
occorre crederci
con una tale ingenuità
che solo i bambini possono.

Loro possiedono il segreto
hanno grandi occhi
buoni per i lupi e i salvatori
stringono a pugno le mani
tenere e grassottelle tengono
strettamente congiunti
la meraviglia e l’infinito.

Come loro
dovremmo credere
all’impossibile.

“La passeggiata”. Un mio racconto

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Tutti i giorni Benedetta Sastri faceva una passeggiata. Disponeva di appena mezz’ora per la pausa, consumava rapidamente un frugale pasto, poi impiegava il tempo restante passeggiando. Benedetta svolgeva un lavoro sedentario, fare quattro passi era un modo per riattivare la circolazione del corpo, smaltire la tensione dei muscoli. Il collo e la schiena protesi verso lo schermo di lavoro. Le braccia e le mani sempre in movimento a sfogliare pagine di documenti o pigiare i pulsanti della tastiera. Soprattutto gli occhi applicati allo schermo necessitavano di una pausa di riposo. Guardare lontano o verso il cielo era un modo per rilassare lo sguardo, dare sollievo al delicato sistema oculare, già provato da una consistente miopia, da molteplici mosche volanti. Miodepsie l’aveva chiamate l’oculista, raccomandandole di imparare a guardare oltre le ombre danzanti negli occhi.

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Arrivò come una rivelazione

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Arrivò come rivelazione
come arriva sugli occhi il mare
quando annega d’azzurro le sclere
rifrangendo senza bruciare
tutt’intorno nell’acqua guizzi di pesci
sciamavano verso il disperso
liquido ineffabile verderame.

Arrivò come un soffio
sul rovente d’estate
fresco rigenerante stupore
breve come il lampo che svirgola in cielo
un bianco profondo improvviso
catatonico tra fulgore
e particelle d’ossigeno

Giunse come fulcro d’appoggio
alla leva innestata nel morso
un traino a contrasto di forza
nella presa della tagliola
un sollievo alla carne disfatta
dalla ferocia della cattura
dal bracconaggio.

Scrive la bestia scrive ancora
ma per nessuno sia chiaro
non c’è direzione o avvenire
destinatario o ritorno
ossidazione del polso
mancamento.

Ai polmoni consente di ventilare.

“Cucinare non è una cosa semplice.” Un mio racconto

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Teresa già da trenta minuti parlava all’uditorio, diciotto persone iscritte al suo corso di cucina. Dopo le presentazioni dei partecipanti, aveva illustrato il modo in cui era nata l’idea del corso Cucina e tradizione, la struttura e lo sviluppo del corso, gli argomenti trattati, divisi tra mattina e pomeriggio, nelle tre giornate previste di formazione. I discenti erano tutti giovani, alcuni appena diplomati all’alberghiero, altri, gli uomini soprattutto, single desiderosi di apprendere come cucinare almeno qualche piatto elementare, uno appena separato dalla moglie, un altro appassionato di cucina, qualche moglie, fresca di nozze, che non aveva avuto mai occasione di imparare e diverse giovani donne che volevano maggiore conoscenza dell’argomento. Dopo mezz’ora di illustrazione del corso Teresa pensò bene di entrare nel vivo in modo letterario, proponendo la lettura di  un testo di Gedo Ghiglioli, famoso scrittore di romanzi. Sullo schermo proiettò la pagina del passo scelto e chiarì – A questo punto leggiamo un brano tratto dal romanzo di Gedo Ghiglioli “Pietre di Sicilia”, nel quale l’autore si sofferma con minuzia a descrivere la preparazione del pranzo da parte di Irene, la protagonista del romanzo. Leggeremo a turno per non stancarci. Ognuno leggerà un paragrafo. Vi chiamerò per nome per proseguire la lettura, dal punto in cui il lettore precedente conclude il suo paragrafo.  Poi commenteremo il brano insieme. Tutto chiaro?  – Con lo sguardo percorse l’aula per accertarsi che tutti avessero capito, poi proseguì – Andrea comincia a leggere.

E Andrea iniziò

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“Le dita verdi” Racconto breve di Loredana Semantica

ph. Loredana Semantica

La casa di nonna Santina sembrava quella dei presepi. Una porta sulla strada, la strada costeggiava una piazza e la piazza era fiancheggiata da una salita tutta di basole in pietra lavica. Nella piazza erano piantumate sei robinie, dentro aiuole circondate da un cordolo di pietra. La piazza era dominata da un convento raggiungibile da due rampe di scale che, in fondo alla piazza, s’inerpicavano divergendo l’una dall’altra, verso l’edificio religioso. C’era pure un campanile nella chiesa del convento che suonava i rintocchi ad ogni ora.

La casa di nonna Santina era la casa del presepe nel paese del presepe. Tante casette in pietra e muratura e tante strade a scendere e salire e scale, tante scale, per colmare i dislivelli di un paese collinare. Sopra la porta della casa di nonna Santina aggettava un balconcino con balaustra in ferro, in cima ai montanti della balaustra due pigne grandi in terracotta tenute strette col fil di ferro. Sul balconcino si apriva una portafinestra in legno verniciato che dava luce all’unica stanza della casa posta al primo piano. Una stanza stretta e lunga, ma sufficiente per accogliere i mobili di una camera matrimoniale. La stanza prendeva luce anche da una finestra diametralmente opposta alla portafinestra. La finestra dava sul tetto coperto da tegole, ma la zona più vicina alla finestra era un terrazzino senza tegole. Un posto magnifico per le avventure di Agata, si doveva solo scavalcare la finestra e stare per prudenza lontano dalla parte spiovente, lì sopra c’era un regno incantato da esplorare.

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Come una giostra

Come una giostra confonde e stanca
il turbinio che ruota intorno
dirlo alveare sarebbe rendere gli artefici
api nel lavorio che fa del miele
un contorno.

E così che cristallizza la disappartenenza
come lo zucchero dimenticato in dispensa
allora abitare la fragilità diventa
contemplare le crepe
contarle ad una ad una
chiamarle col loro nome e cognome
collocare la frattura nel preciso momento
fu quella volta in quel giorno darle un preciso volto
il fotogramma di uno sguardo di sfuggita
oppure una frase detta non detta micidiale
il chiodo riconoscibile che duole
incistato nel punto querulo
portare appresso i pesi
scaricati senza coscienza
come un’abitudine di tutela di sé
di coloro che operano essendo
normalmente umani e non spezzati
da qualcosa d’inconoscibile agli altri
eppure intimamente dato
potremmo persino dire in conclusione
un cumulo di umanità ci ha schiacciato.

E non cercate scuse nei difetti
cercate piuttosto risposte
nei vostri specchi.

Verrà il giorno

Verrà il giorno che si dirà
qualcosa di diverso e nuovo
anche allora spunterà qualcuno
a ricordare la nudità dell’essere
e lo vedremo ugualmente nudo
coi soli occhi possibili per riflesso.

Distesa sul divano a palpebre chiuse
sento lo scatto dell’accendino
il crepitare della piccola fiamma
il tocco sordo dell’oggetto da fumo
posato sul tavolino
l’aspirazione che brucia.

Il rimbombo dei rumori
mi riporta alla coscienza
la conversazione in memoria
ch’è manifesto di poetica
non s’attende nulla e nulla si chiede
libertà è smarcarsi dal potere
impegnarsi fino in fondo
accendersi nel desiderio
sentire tra la veglia e il sonno
la scintilla la fiamma
la combustione nell’aria.

Anelare al sublime

Anelare al sublime
è atto d’umanità
razzola bene l’opera prima
riferendo ch’è disperso.

La folla condanna e uccide
sul foglio brulica come formiche
depongo gesti alla sbarra
la platea fruga e beve
alla poltrona degli imputati
nessun verme.

La terra promessa
è terra bruciata

Voci ne senti

Voci ne senti nella testa
non tanto un balbettio
quanto un coro che dice
qualcosa a ripetizione
come un’ossessione.

Passeggi e incroci
mamme in attesa dei bambini
che escono da scuola donne
più grandi davanti alle elementari
presso la scuola d’infanzia più giovani
anche questo è il tempo che passa
attraverso i luoghi
e mi compiaccio del passo morbido
elastico le suole soffici contro il suolo
hai molti anni tra te e loro
per non dire dei bambini
ma ci sei ancora
per guardarli e sorridere
non sanno cosa li aspetta
tu invece sì.

Ne senti voci nella testa
mentre sei tra i pochi che passeggiano
qui in questo assolato luogo
circonfuso di potente luce.

Io quand’ero bambina ora non più.

La lunga percorrenza. Un mio racconto

Ilaria era la seconda delle tre sorelle Pastrone. Marta, la prima, s’era sposata appena ventenne, era andata in moglie a un giovane di belle speranze e molta ambizione, un propellente che lo rendeva arroccato a un rigido orgoglio di sé. Pessima dote da portare ai Pastrone, buona per un rigetto come un trapianto malriuscito, e per quanto Marta s’impegnasse a irrorare i rapporti di ciclosporina, cortisone e interferone, i rimedi avevano scarso successo. Agnese, la minore, era predestinata a raccogliere l’eredità dell’impresa familiare. Un negozio di abbigliamento messo su e ben avviato dai genitori, al punto d’essere la boutique più rinomata di Sanfilocco, in provincia di Gìtania. Agnese, dopo tanti anni di lavoro come dipendente, rilevò l’attività commerciale dalla madre, il padre era morto qualche anno prima. Lo fece obtorto collo, perché così era stato deciso, un destino già scritto verso il quale non ebbe volontà e ribellione sufficienti a opporsi, per quanto in cuor suo avrebbe preferito un’altra strada. Aveva frequentato la scuola d’arte e un lavoro creativo forse l’avrebbe attratta maggiormente, ma in certe faccende non pesano tanto i soldi e nemmeno il desiderio o l’entusiasmo, pressa il non vedere sbocchi o alternative migliori, l’essere consapevoli del rischio e dello spreco di demolire quanto già costruito in tanti anni di lavoro familiare: avviamento, credibilità, azienda, clienti, contatti, fornitori e benessere. Tutto ciò che significa impresa. Agnese diventò perciò imprenditrice per investitura familiare, senza particolare vocazione. Ilaria Pastrone, la seconda figlia, stava nel mezzo in ogni senso, non aveva talenti manifesti, piuttosto difetti, sapeva scrivere, ma non guidare, le piaceva mangiare bene, ma non cucinare, aveva un altro concetto di sé, ma difettava di determinazione. Aveva preferito studiare invece di lavorare nel negozio. Avere a che fare con una pluralità mutevole di clienti, percepiti come estranei, non l’attirava. Proprio   per la sua scarsa inclinazione al commercio i genitori l’avevano esclusa dalla gestione dell’attività. Alla fine degli anni settanta l’unico desiderio che Ilaria riuscì a focalizzare con una qualche convinzione, era di allontanarsi da casa, dai genitori che percepiva come opprimenti e da una storia d’amore naufragata. Davide, il suo ragazzo fin dai tempi del liceo, dopo sei anni di fidanzamento, l’aveva tradita e lasciata per la sua migliore amica. Una vicenda talmente banale da essere penosa. Ilaria infatti non ne parlava mai, sentendosi nel raccontarla allo stesso tempo stupida e patetica. La delusione subita la segnò a tal punto che Ilaria non si innamorò più, non si sposò e non ebbe figli. Fu come se l’aspetto sentimentale dell’esistenza fosse definitivamente morto, sepolto da quell’episodio devastante. Del resto innamorarsi veramente è un’alchimia che ha del magico, accade poche volte nella vita per circostanze che si combinano tra loro in modo speciale. L’incontro, il bisogno, l’attenzione concorrono e si intrecciano con le stimmate della fatalità e spesso la sensazione che si avverte è che non poteva essere altrimenti, quasi operasse una forza cosmica potente e misteriosa, non tanto munita di frecce e calzari alati, ma piuttosto serpeggiante di vibrazioni. Può succedere all’opposto che il tempo trascorra e nulla accada, nessun fremito o segnale. Tutto dorme o tace. C’è altro a cui pensare.

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Come sei dolce

Come sei dolce mia tenerezza
mia balbuzie molle chiocciolina
che se non t’avessero
scrocchiato le falangi
sconocchiato le ginocchia
saresti ancora batuffolo
di lana e seta o altro soffice tessuto
come una nuvola di bambagina
e io t’impasterei di piegature e sfoglie
imburramenti e volumizzazioni
come certe preparazioni arabe
che non sapevi o immaginavi
tra il deserto e i barbari
ti farei ancora più aerea
come una bolla di sapone
che sospesa col soffio tenue si tiene
ancora più in alto sempre più palloncina
rossa perchè il rosso è del sangue
e del rigore che dritto fila l’impuntura
perché senza non ci sarebbe il pugno nell’occhio
la sabbiatura la briciola
la pietra l’incudine la goccia
tutto si terrebbe pulito e modanato
d’oro barocco e rifiniture a secco
come un ostensorio nel tabernacolo
della poesia.

La scrittura che rivela. Dialogo con quarantatrè autori contemporanei

Articolo pubblicato su Limina mundi qui. Nel libro è presente tra gli altri un mio intervento del quale riporto in fondo a questo post la parte iniziale

Il libro “La scrittura che rivela – Dialogo con quaratatrè autori contemporanei”, a cura di Maria Pina Ciancio, è stato pubblicato da Macabor nel 2023 nella collana “saggi e antologie”. La copertina è un’elaborazione grafica di Giorgio Ferrarini dell’opera Sanftmütiger Zyklop (Ciclope mite) Ferdinand Seiler, 2021.

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L’amico migliore

disegno digitale di Loredana Semantica

La notte del 20/11/2020 Delia, impiegata di Pisa, quarantasettenne, lunghi capelli biondi, occhi azzurri, occhiali spessi e tanti progetti dismessi, aveva fatto un sogno. La data del sogno già di per sé sembrava comunicare un senso, aveva pensato Delia, il concatenamento numerico era evidente, la ripetizione insistente del numero venti lo rendeva numero angelico. Cercando in internet lesse che esso suggerisce di restare concentrati sulla propria vita spirituale, mentre l’undici era numero da riferire a intuizione, saggezza, percezione e capovolgimento della situazione. E poi c’era quel sogno. Era stato talmente reale che le era sembrato di sentire i profumi dei fiori, il soffio del vento leggero sulla pelle, come se nel sonno fosse stata trasportata in un altro luogo, un altro mondo, un’altra dimensione. Ne era rimasta impressionata al punto che sentì il bisogno la mattina dopo di raccontarlo al marito. Luciano l’ascoltò con attenzione, ma non espresse commenti, al termine sorrise paziente, le fece una breve carezza, poi corse al lavoro nel suo studio di architetto che ultimamente lo assorbiva oltremodo.

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Su Versolibero

Felicissima d’essere tra i poeti della mia Sicilia qui su Versolibero.

Felicissima in particolare d’essere in compagnia di nomi prestigiosi di contemporanei e no, come Angelo Maria Ripellino, la cui poesia pirotecnica, ironica, lessicalmente spumeggiante mi conquista.

Grazie di cuore a Versolibero e a Patrizia Baglione, artefice della mappatura dei poeti siciliani. Ci sono anche tutte le altre regioni d’Italia rappresentate dai poeti nati in ognuna di esse. Per ogni poeta una foto e una poesia. Tutte da leggere. https://www.versolibero.com/category/senza-categoria/

Caro Leo…

ph. Loredana Semantica

Essere poeta è un modo di percepire e reagire alle cose del mondo, diventa postura intellettuale che si manifesta nella scrittura, quando essa ti chiama in una sorta di vocazione. Allora poesia diventa quella che convenzionalmente ri-conosciamo: uno scrivere in versi, un contenente e un contenuto, segno e significato. Un poeta riconosce un poeta. Comprende che il suo scrivere ha sostanza e forma in un equilibrio che incanta. Leo era un poeta. A molti era evidente.

Leo è Leopoldo Attolico. Abbiamo appreso la triste notizia della sua scomparsa alla fine della scorsa settimana da un messaggio facebook del figlio e per giorni la bacheca del social è stata tutto un moltiplicarsi di manifestazioni di cordoglio.

Leopoldo Attolico era spesso affettuosamente appellato con l’abbreviativo “Leo” negli scambi dei commenti virtuali da amici e ammiratori, il termine rimanda al latino leo che significa leone. Credo che un poeta sia sempre un leone, perché come tale lotta, lo fa con i versi che vorrebbero ribaltare il mondo, costruirne uno nuovo promanante dal canto, dai suoi desideri e visioni. Versi che criticano, che ricordano, che desiderano. Un poeta è sempre un leone perché la poesia è sempre una forma di resistenza. Egli si fa vedetta, sentinella, sensitivo, guru, veggente e uomo.

Soprattutto un uomo. Leo lo era. Gentile, ironico, garbato, intelligente. Affabile, disponibile e generoso con la sua arte poetica. Questo l’uomo per come appariva nel virtuale e non c’è molta distanza – credo – tra ciò che filtra in rete e il reale. Apprezzati e originali i suoi fulminanti commenti alle poesie condivise sul social da altri scrittori, come “sottoscrivo subito” oppure “obliterata” “imprimatur immediato!”. Ci mancheranno di sicuro. Mi mancheranno di sicuro, ché ne sono stata spesso destinataria. Mancherà ancora di più proprio lui, in tutta la sua essenza poetica.

Per saperne di più potete visitare il suo sito http://www.attolico.it/. Non mi pare sia su wikipedia, mi auguro che qualcuno possa rimediare a questa mancanza.

Di seguito tre sue poesie.

Se fate mente locale
converrete che legato a doppio filo
con la fisiologia lunatica dei versi
c’è sempre lo stupore analfabeta degli invano.

È lì; e noi ce lo guardiamo
implosi e circospetti, come un reperto lavico
fiottato dal cervello, sfrontato sortilegio
confitto in un riverbero d’assenzio
cui piace sempre di esser corteggiato…

*

A dire il vero mia madre
mi ha fatto un po’ maldestramente
asimmetrico
tutto spigoli e crudezze
adunco
tagliente in ogni dove
ma, in compenso
perfettamente godibile
a levante mezzogiorno ponente

Quando tramonta il giorno
sulle vestigia domestiche
il mio profilo indicibile
è un prestigioso attico
assurto a superattico
ubriaco di luce

*

Il silenzio si congeda, è l’alba.
Calda di nido la mia notte è finita;
una poesia fra le mani.

Vengo a guardarti dormire
come fa la vita quando raggiunge una porta socchiusa
e ne allontana innocente il mistero
per lasciarvi un sogno

Il respiro nell’aria

Il respiro nell’aria
come una tavola
come una valvola
come una pietra
tiene il filo sottilissimo
affossato.

L’abbandono comincia
nell’ignoranza vicendevole
spurga viola il porpora
il blu lo contamina.

Ormai di rado
s’intrecciano le linee
hanno esili branchie
piume storne
colpi d’ala

Nel giorno della memoria

Nel 1963 fu pubblicato il saggio di Hannah Arendt  “Eichmann in Gerusalemme. Un report sulla banalità del male”, un diario che la Arendt, inviata del settimanale The New Yorker, tenne sulle sedute del processo ad Adolf Eichmann, militare e funzionario nazista. Catturato dal Mossad in Argentina nel 1960, Eichmann fu processato a Gerusalemme nel 1961 e condannato a morte per genocidio e crimini contro l’umanità. La sentenza fu eseguita nel 1962.

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Io vorrei respiro

Io vorrei respiro. Abbastanza respiro da scrivere di te di me. Di tutto l’intorno e l’intestino. E, dopo aver finito, ricominciare un’altra volta. Scrivendo una storia. Di te di me, diversa da quella, diversa da tutte. E dopo aver finito riprendere. Un altro viaggio un’altra avventura. Una marcia, un galoppo, una scrittura. Di te di me, scrivere ancora, in molti modi sempre diversi, diverse storie. Sempre le stesse. Altri nomi, altri corpi e contesti, ma sempre di me e di te. Scenari, paesaggi, universi. Desolati lussureggianti. Scrivere è scrivere sempre la stessa storia. Perfetta dettagliata controversa. Di me e di te fin dal principio oltre la fine. Dall’inizio all’epilogo. La trama divide poi cuce, taglia e riunisce, percorre strade tortuose, ci attraversa. Perché l’ha deciso il destino che fossimo storia. Io e te siamo noi. Imaginario e memoria.

Finché dura un’amicizia

Finché dura un’amicizia
regge come un miracolo
un’alberatura che sostiene
e tra i rami foglie farfalle
piccoli animali cardellini
le deliziose stelline dei presepi
lo scroscio leggero di acqua
che scorre per sottofondo musicale
come nella conchiglia all’orecchio
senti il tuo stesso sangue
e ti sembra il mare.


La pace di riannodarti
i fili strappati dal tiro di equini
bardati per la tortura medievale
ad uno ad uno dolcemente
con la pazienza di crederti
con adesione totale una rosa
splendente in spirito
maestà ad altri irraggiungibile
fino al rendiconto del crollo
quando la nudità mostra
la corda della debolezza
come un cilicio sui fianchi
e falsi appaiono i pregi
falsi i difetti e l’anima
di nuovo sola è un intimo
andare avanti inerti.

Una poesia dalla mia raccolta “Magneti”, Porto Seguro Editore, 2023, con traduzione di Patrizia Destro e un mio disegno

Self portrait

Mi accingo all’opera
di biscotti e burro
amara polvere di cioccolato
una volta finita
ben raffreddata
ve ne darei un pezzetto se non fosse che
per altro verso
niente si condivide veramente
come qualcosa che dalle mani
passi attraverso gli occhi
facendosi di carne
di bocca in bocca
per dono di sola forma.

I’m getting ready to work
butter and cookies
bitter cocoa powder
once ended
thoroughly cooled
I’d give you a piece if it wasn’t that
in another sense
nothing we can truly share
like something that from the hands
goes through the eyes
becoming meat
from mouth to mouth
a gift of substance only.

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