Alcuni pensano

Alcuni pensano che tu sia più di quel che sei
altri vorrebbero che fossi meno
di quel che credi di essere
e ti arrendessi per questo alla moderazione
nello spirito dell’agnizione.

Maschera tra le maschere il poeta affonda
nell’identità che sa di non possedere
disegnando la sagoma del nulla
edificando il proprio non sapere.

La coscienza è un’opzione
costruita sulle spoglie dell’assassinio.

Devota come un ramo

Devota come un ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d’oblio,
su acutissime lamine
in bianca maglia di ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…

Cristina Campo

“Dispositivi” di Stefano Guglielmin. Una lettura di Loredana Semantica

Che possiamo noi realmente sapere
degli altri? chi sono, come sono…
ciò che fanno… perché lo fanno…

Luigi Pirandello

Dal poeta Stefano Guglielmin, stimato insegnante, saggista e critico di poesia, mi perviene il suo ultimo libretto “Dispositivi”, pubblicato da Marco Saya Edizioni. Sobria la copertina color senape nel formato 20 x 15 e accattivante la ruvidezza del cartoncino goffrato millerighe.
Conosco da tempo la scrittura di Stefano. Leggendo “Dispositivi” riconosco il timbro del poeta sin dai primi componimenti. Un poeta si dice tale, non tanto perché compone in versi e non solo per la tensione a produrre poesie, ancora meno per la mole di composizioni poetiche prodotte, ma, maggiormente, quando la sua voce è riconoscibile, cioè ha acquisito sue peculiarità che la distinguono da quella d’altri. D’altra parte, quella del lettore, credo che nel tempo con la lettura frequente di un certo autore avvenga una sorta di “addomesticamento” non dissimile da quello che la volpe racconta al Piccolo Principe di Saint Exupery. Potremmo dirlo familiarità o affezione, ma addomesticamento rende meglio l’idea quando si consideri la sua radice etimologica – dal latino domus, casa – preceduta dalla preposizione latina ad che potremmo tradurre come approssimarsi a, contenendo la particella un senso di movimento verso.
Il titolo della raccolta “Dispositivi” potrebbe far pensare al linguaggio tecnologico, e quindi ai devices da collegare ai propri personal, per chi si occupa di sicurezza, sovvengono alla mente i DPI dispositivi di protezione individuale, tra i quali, di recente, balzate in prima linea, le mascherine che tanto hanno caratterizzato gli anni appena trascorsi. In ambito sanitario DM sono i dispositivi medici, una lunga lista dai medicinali alle protesi, ausili e prodotti di ogni genere in materia di sanità e salute. Chi è operatore del diritto intende il dispositivo come contenuto della norma, nelle aule di tribunale dispositivo è la decisione della sentenza.
Un titolo che intercetta vari ambiti di utilizzazione, evocatore e al contempo semanticamente suggestivo. Etimologicamente dispositivo deriva da disporre, verbo composto dalla radice dis, prefisso di origine greca dai molteplici usi: privativo, negativo, rafforzativo…e dal latino ponere, porre, avente quindi il significato, a seconda dei casi transitivo o intransitivo, di ordinare nello spazio, decidere, statuire, poter contare, potersi servire. Dal che dispositivi, plurale di dispositivo, trae dal verbo questa molteplicità di significati che vanno da decisione a congegno o apparecchiatura.
Non c’è dubbio che nessuno può astenersi, vivendo, dal rapportarsi coi dispositivi, salvo vivere come eremita o selvaggio, e basterebbe persino che quest’ultimo inventasse, ad esempio, un congegno che faccia cadere dall’alto l’acqua per lavarsi in una rudimentale doccia e avrebbe già creato un dispositivo. Se dalla singolarità si sposta l’attenzione alla comunità, qualunque forma organizzativa ha la necessità di strutturarsi in organi attribuire poteri, qualunque organo detentore di potere esprime la volontà decisionale appunto attraverso “dispositivi”. Emerge chiaramente l’imprescindibilità dei “dispositivi” nell’esistenza tanto del singolo che della collettività.
Si tratta dunque di un termine pertinente all’umano, che, in ambito filosofico, è stato coniato da Michel Foucalt intorno al 1975 per riferirlo a un insieme eterogeneo di “discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche” applicati alla manipolazione dei rapporti di forze per svilupparle in una certa direzione inibirle o utilizzarle. I dispositivi hanno a che fare con gli ambienti sociali e con il potere. Sono forme o manifestazioni del potere dirette ad indurre i comportamenti dei soggetti. Agamben estende il concetto di dispositivo a qualunque “cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi”, non solo quindi in ambiti sociali dove l’esercizio del potere è evidente: scuole, prigioni o fabbriche ecc. “ma anche la penna, la scrittura, la letteratura, la filosofia, l’agricoltura, la sigaretta, la navigazione, i computers, i telefoni cellulari e il linguaggio stesso, che è forse il più antico dei dispositivi”
Che il titolo della raccolta poetica abbia a riferimento il pensiero filosofico è chiarito dalle due citazioni che Guglielmin premette alla stessa, di Giorgio Agamben e Amos Bianchi tratte dai rispettivi saggi “Che cos’è un dispositivo”. Entrambi i filosofi insistono sul concetto di relazione intercorrente tra i dispositivi e soggetto, l’uno centrando la questione sul processo di “desoggetivizzazione”, cioè di fagocitazione del soggetto nel dispositivo, l’altro sulla “modellazione” comportamentale del soggetto, entrambi pongono dunque il problema del rapporto tra singolo e dispositivo e in definitiva tra dispositivo e libertà.
Dalle premesse non possono che trarsi le chiavi di lettura dei testi poetici: pensiero poetico/filosofico e relazione individuale/collettiva coi dispositivi.
Non si scrive poesia per esprimere l’io, l’uso del primo pronome personale comporta sempre il rischio di essere tacciati di osservare il proprio ombelico, che non è solo ristrettezza di visione, ma ancor peggio contemplazione del sé nello specchio del fiume sulle cui rive ci si sporge cantando, cioè di innamoramento del sé similmente al Narciso mitologico, incapace per “sortilegio” divino di innamorarsi dell’altro. È inevitabile tuttavia che lo scritto poetico conduca un approfondimento interiore, salvo che non si abbia l’intento di raccontare una “storia” facendo ricorso alla forma del verso. Anzi in poesia questa “indagine” deve essere condotta con determinazione impietosa fino a quelle profondità o, se preferite, a quelle altezze, dove l’io si disperde in particelle rarefatte, invisibili, impercettibili, conato umano in cerca di assoluto. Ciò che si è scritto, così depurato, diventa specchio di tutti, ostia di ognuno. Assoluto – e il corrispondente sostantivo assolutezza – hanno la radice etimologica nella parola latina ab solvere, composta dalla preposizione ab “da” e dal verbo solvere – sciogliere -, quindi assoluto è termine evocatore del senso di libertà da ogni peso, laccio, oppressione, non solo da corporeità fisica e quindi assoluto nel senso di metafisico, ma anche da inibizioni che ostacolino il raggiungimento dell’essenza, cioè della verità. L’atto poetico ha nell’assolutezza e nella verità connotazioni imprescindibili, alle quali non può rinunciare specialmente quando si indaga di “dispositivi” più o meno in-accettabili. Smarcare l’espressione dall’io non la depura dalla necessaria sovrapposizione tra io poetico e io autentico e ancora meno sterilizza il seme poetico innervato nella poesia, cioè l’atto politico inteso come ingrediente che penetra nel sociale, per progressivi cunei: osservazione, descrizione, critica, contestazione, sovversione. “Sovversivo è il foglio su cui la parola crede d’accamparsi; sovversiva è la parola attorno alla quale il foglio dispiega il suo bianco” (Edmond Jabes)
Delicatezza, sobrietà, riflessione, denotano e persistono nelle poesie di Guglielmin. L’espressione poetica sorge da un’attenta osservazione del presente, da un vissuto che, introitato dai sensi, trasuda pensiero enucleato da uno stato profondo di meditazione che si trasferisce nei testi in un linguaggio controllato e rifinito. Sovviene nuovamente Jabes “In un mondo come l’attuale in cui la parola è pronunciata in modo sempre più altisonante, declamatorio, più si parla basso, più si è di disturbo. Sta lì la vera sovversione.”
Il misurato controllo del dettato, deposto ogni cedimento emotivo o individualista, soppressa ogni animosità o velleità, prese le distante da apologia, invettiva o assertività, ingenera alla lettura una sorta di fiduciosa certezza che il bene misteriosamente, cioè in modi in gran parte sconosciuti, si oppone ancora al male, veicolando sottotraccia – quasi messaggio subliminale – che quest’ultimo, cioè il male, sarà sconfitto, il bene trionferà, gli uomini buoni si riconosceranno tra loro nella rivelazione finale dell’autentica essenza comune.
Un’apocalisse, ma garbata, uno scempio senza dolore, senza vincitori o vinti, ma affratellati in una catarsi collettiva, quasi che si possa sperare per e sulla parola in un mondo rigenerato che riconosciutosi traviato e infetto, ricorre alla cura e splende. E’ una visione celestiale iperbolica, sognante, che investe la poesia di una funzione epica o mitica, tanto più travolgente quanto più è convincente la mano che guida il testo. Questa lettura è lontana dagli intenti dell’autore? Poco importa. E altri lettori è auspicabile decodifichino un simile messaggio? Per questa via potremmo restituire alla poesia la funzione di lettura sociale degli eventi e del mondo. L’avremmo cioè riportata al suo ruolo essenziale, assoluto, “costitutivo”? La poesia interroga, dice ancora al riguardo Edmond Jabes: “Allo stesso modo è sovversiva la domanda. Infatti chi interroga non urla mai, … La domanda è sempre al di sotto dell’urlo… La parola del libro è sovversiva: perché è una parola dal silenzio

Caspar David Friedrich, “Viandante sul mare di nebbia”, 1918,

Di fronte agli occhi solo il testo e il testo è un orizzonte, come guardare oltre le nuvole dalla cima di un monte, nel gelo delle vette, nel distacco della solitudine, lo spirito è in ascolto, scorre il pensiero sul mondo.

La “vibrazione” che la parola trasmette alle antenne poetiche è luce di candela, fioca luce che brilla di speranza, sgusciante tra le righe di crucifige, occhieggia e non trabocca, suggerisce non grida e perciò, nel sicuro controllo della forza, più forte si dimostra dell’avversione manifesta, dell’urlo o protesta, dell’acuto stridente, dell’invettiva. E’ il volo tremendo in picchiata del falco pellegrino sulla preda senza pena. Implacabile come la natura, senza furia. La calma dello zen. Il colpo del karateka che concentra la potenza nel colpo spaccando di netto tre tavole.

niente. E la gente è fascista: volevo dirlo
anche se non serve, la gente
è feroce. Fascista e feroce, infelice.

Nel libro le poesie sono ripartite in Dispositivi del poetico e in Dispositivi della salute. Appurato che il linguaggio poetico è un dispositivo (vedi sopra Agamben) è del tutto coerente dedicare ad esso i componimenti poetici iniziali, consegna al lettore di una matura e accorta poetica.
Nella fuga della lepre, dis-ponendo insolitamente la parola sul foglio, giocando col termine corsa, sfuggendo l’io, nell’apoteosi degli infiniti sotto l’egida del distinguere, dove pensare è scarto mentre parlare rompe gli indugi e mette a repentaglio la vita. Parlare espone al pericolo. Dire come di fatto è: parla il poeta, pensa.
Il poeta deve il necessario controllo del testo nonostante il canto delle sirene (contaminati linguaggi) ha l’obbligo di scansare il trito e ritrito, l’ovvio e il retorico, di non produrre poesia quotidiana a percussione compulsivamente, ma deve dissenso vero o dispersione, indicando la via per cui “la sfida/ è amare quel buio infetto, rifondare”, raccogliere l’imo, farsene carico, indurre la catarsi: la responsabilità del poeta.
La poesia gronda rimandi, a “Ciao cari” ad esempio (precedente toccante raccolta dello stesso autore) o all’ illuminazione dell’inarrivabile Rimbaud: “io è un altro” fondante in poesia tutta la teoretica dell’alterità dell’io. Troviamo citati poeti, tra gli altri, Sereni, Poe, Baudelaire. Le citazioni contenute sono riportate in un foglio di note alla fine del volumetto.
Dispositivi della salute si apre con un omaggio a Caproni in “L’eterno ritorno” la chiusa “tornare dove non si è mai stati” richiama la chiusa di “Biglietto lasciato prima di (non) andare via” di Caproni. Non credo sia un caso che il poeta rifletta sulla transitorietà dell’essere, non solo perché scrivere poesia è inevitabilmente un continuo confronto con la caducità dell’esistere, ma in “Dispositivi” , ritengo, le recenti vicende di crisi della salute collettiva, la contiguità al pericolo, ai rimedi, alle costrizioni di tutela, non siano state ininfluenti sull’atto creativo poetico, tant’è che non manca una sorta di “ode alla mascherina”.
Scuola (vedi la poesia “Griglie di valutazione”), ospedali, cure mediche, terapie sono tutti oggetto d’attenzione del poeta. Dopamina, serotonina ossitocina elementi chimici che producono anch’essi, inoculati nell’organismo o dallo stesso naturalmente sintetizzati, effetti di condizionamento dei nostri sensi, sentimenti, reazioni, risposte biologiche, per cui l’essere umano è soggetto non solo ai dispositivi (oggetti, comandi, forze) già noti e definiti, ma il poeta rimarca che persino la chimica genera mediatori: proteine, aminoacidi, enzimi, medicinali, vaccini, tutte droghe in senso lato, cioè elementi che introdotti nel corpo ne provocano una modificazione a cui l’essere viene assoggettato, condizionando il suo fisico, le risposte del suo corpo. Input chimici quindi: dispositivi anch’essi?
Ogni parola pronunciata è sovversiva in rapporto alla parola taciuta. Talvolta la sovversione passa attraverso la scelta, attraverso l’arbitrarietà d’una scelta, la quale si presenta forse come una necessità ancora oscura.” Edmond Jabes
“Incanto”, la terzultima poesia, ha un titolo che è un gioco di parole, e snocciola con perizia una serie di intriganti quartine da marketplace, ma, in verità, corre l’obbligo di dirlo, tutto il linguaggio dei “Dispositivi” è sapiente disposizione sul foglio della parola, uso convincente soprattutto dei punti, a stoppare il respiro, in oculate cadute di ritmo, a rimarcare il senso dei finali. Greppia, infiniti, paronomasie. Magistrale la tenuta del testo. Il finale è ancora un omaggio, stavolta all’insegnamento zen. Breve capolavoro e chiusa d’opera. Come la citazione che segue, ideale prosecuzione della citazione precedente di Jabes.
Anche nei tempi più oscuri abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione. Ed è molto probabile che essa arriverà non tanto da teorie o da concetti, quanto dalla luce incerta, vacillante, spesso fioca che alcuni uomini e donne, nel corso della loro vita e del loro lavoro, avranno acceso in ogni genere di circostanze (Hannah Arendt)

già pubblicato qui https://liminamundi.com/2022/06/15/dispositivi-di-stefano-guglielmin-una-lettura-di-loredana-semantica/

Come torace d’uccello

Come torace d’uccello
la gabbia d’ossatura leggera
è pronta a spezzarsi
al primo soffio o colpo d’ala.

Eppure la struttura regge la morte
e l’amore regge con la stessa
cosmogonia del cantore
congiungendo i vertici
e gli estremi nel parossismo
drammatico dell’aldilà.

Teoria della Sicilia di Manlio Sgalambro

almerighi

Manlio Sgalambro,
filosofo, poeta, paroliere
(1924 – 2014)

Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza; un’isola può sempre sparire. Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile. Per ogni isola vale la metafora della nave; vi incombe il naufragio. Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello stare in un’isola, come modo di vivere, rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere. La storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori. Ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda.
Vanità delle vanità è ogni storia! La presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo tedium storico, fattispecie nel Nirvana.
La Sicilia esiste…

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Rethorica novissima di Gualberto Alvino. Una lettura di Loredana Semantica

LIMINA MUNDI

Rethorica_novissima_Gualberto_Alvino - Irelfe - cop.fronte

Ci sono letture più sfidanti di altre. Non solo da intendere come lettura del testo, riga dopo riga, fino alla sua fine, ma anche nel riferirne impressioni da lettore. L’opera Rethorica Novissima di Gualberto Alvino è tra queste. Si tratta di una raccolta di poesie, pubblicata nel 2021 dalla Casa editrice “Il ramo e la foglia”. Uno scritto che non lascia indifferenti. Impegnativo sarebbe aggettivo adatto, ma non sufficiente per chiarirne corpo e complessità. 
In premessa occorre dire che Gualberto Alvino è noto e stimato filologo e critico letterario. Già per solo questo fatto, è presuntuoso pensare di penetrare pienamente il senso poetico del suo degnissimo lavoro,  questo tuttavia sembrerebbe più un libro destinato agli “studiosi di poesia” che agli “amanti della poesia”. Non per niente in fine è riservata una pagina bianca per le note.
L’opera di Alvino già dal titolo presenta un’inclinazione decisamente colta. “Rethorica” con slittamento della…

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Lucy

Gambarie - Colonia ENPASDorotea conobbe Lucy nel 1969 alla colonia estiva montana di Gambarie in Aspromonte. Gemma, la mamma di Gisella e Dorotea, preparò i bagagli delle figlie in vista della partenza per la Calabria. Gemma aveva cucito per loro freschi completi da viaggio. Comodi bermuda azzurro cielo e camicette a fiori pastello primavera. Il bagaglio era tutto in una sacca di tessuto, secondo le istruzioni. Sulla sacca erano applicate tessere di tessuto bianche, ciascuna con una lettera ricamata sopra in filo rosso, accostate a comporre i rispettivi nomi. Su ogni capo di intimo, asciugamani e magliette erano cucite simili tessere che componevano il numero di matricola assegnato. I numeri erano assegnati nella raccomandata con la quale l’E.N.P.A.S. comunicava ch’era stata accolta la domanda per l’ammissione alla colonia estiva e servivano ad associare l’indumento alla persona titolare di quel numero per non disperdere i capi al momento in cui venivano lavati insieme a quelli degli altri compagni. La partenza avveniva da Piazza Adda in pullman gran turismo. Un cinguettare festante di bambini riempiva l’aria dalla prima mattina. Nel momento in cui i pullman si avviavano, tutti a salutare con la mano, a mandare baci. Qualcuno si commuoveva. Continua a leggere “Lucy”

Una vita in scrittura: Fernanda Ferraresso

LIMINA MUNDI

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore…

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Una vita in scrittura: Rita Pacilio

LIMINA MUNDI

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore…

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