Tremavamo

Tremavamo
con un bagaglio inutile
di tempo perso sulle spalle
e scarso quello a venire
boccheggiavamo stretti
alla gola da un cappio servile
chiedendoci quando mai un’aurora
un’acqua cristallina rose magnifiche
una qualche montagna violacea
a grappoli di glicine
o gli afodeli a puntare il cielo
foglie coriacee o tenere disposte
in colori variabili e in tutte le forme
e composizioni d’erbe a ciuffi o distese
nei pressi d’un corso d’acqua
o altro scenario fatto di rive scogli mare
sfondi di colline azzurrine
e casette rifugio tutte di legno
abbarbicate sui fianchi di montagne
imponenti e imbiancate
qualche bene insomma
per dirlo in sintesi e altrimenti
che derivasse dalle carte all’occorrenza
per similitudine alla natura
rendendole attraenti
e che dagli occhi o orecchie
scendesse più a fondo
della superficie o del torbido
a depurare il fango scostare i vermi
cementare la crepa
dare respiro a tutte le apnee
scatenare tutte le possibili farfalle
e nel tripudio di liberazione
rendesse percepibile
anche solo per un attimo
fosse pure una virgola
quella beatitudine
che gli uomini chiamano
felicità.

Dove sia la spaccatura

Dove sia la spaccatura mi chiedo
e questo farsi massa dai contorni
indefiniti che sconta
la considerazione non richiesta
il ripristino durevole di un ambito
a rimedio della dispersione precedente
nociva forse devastante
applicata insensatamente
come la scure che cala
a tranciare i rami secchi
le mani che spingono il secchio
scaricando il bambino e insieme
l’acqua sporca.

È un trauma vedere
le vostre vere facce col trucco i capelli
il sorriso di rito il preciso colorito
non era invero richiesto neanche questo
eppure è qui ne prendo atto e lo sorbisco
ricevendone come un insulto
e per l’effetto di un pugno un ritrarsi
più in fondo della solita soglia
già così tanto arretrata
da potersi dire profonda
come un utero gravido una pancia
l’antro che accoglie e che nasconde.

Sembra che anneghiate
nelle vostre stesse foto
nel tentare di mantenere una parvenza
di relazione sociale
ma non c’è e neanche prima c’era
condivisione reale
tutto è farsa palcoscenico vitale
siamo deperibili merce scaduta
passeggeri come un canto una nuvola
i fiori appassiti del vaso sul tavolo.

L’avvento degli accadimenti
ci sopravanza e noi che ci crediamo
importanti gloriosi innumerevoli
e se anche non lo siamo adesso
speriamo d’esserlo ciascuno per se stesso
e nell’insieme per la specie
a volte ci pieghiamo flagellati
le ginocchia a terra emettendo il fiato
sperimentando l’infinita debolezza
ascoltando l’ululato di sirene
che sappiamo essere qui per noi
per la nostra salvezza imbracata
da tubi vaccini mascherine
stupiti di non essere liberi
convinti che prima lo fossimo
quando invece non lo eravamo
più di adesso che imprigionati
ci guardiamo dentro
che tocchiamo il fondo
che testiamo la capacità
di restare in apnea fermi
come pesci in un acquario
le pinne in debole moto rotatorio
chiedendo aria per le branchie
spazio per le gambe
piangendo costrizioni sperando
nella rivoluzione.

Riemergeremo
alcuni risanati nello spirito
liberi dagli abissi e deviazioni
autenticamente vivi
come anguille d’acque limpide
altri invece sopraffatti
dal senso di mancamento
non avranno speranze
non dimenticheranno
e saranno dimenticati.

La poesia cresce

La poesia cresce per strada
vicino alle favole ha papaveri
che parlano la lingua degli uomini.

Nessuno s’illuda di custodirla
nessuno la possiede interamente
qualcuno vi immerge un braccio
altri una mano altri ancora
vi annegano dentro
ma dalla bocca escono solo
bolle di sapone.

Grazie dirò per tutto

Grazie dirò per tutto
per le notti d’estate e lucciole
averle viste una volta almeno
con l’addome di luce intermittente
sorvolare i coni delle tuie
svettanti verde pallido nel cielo.

Grazie per il firmamento
cosi profondo talvolta
che il naso si perde nel buio
il collo cede all’indietro e gli occhi
impazziti a inseguire il luccicore
a loro volta luccicano
ubriachi d’infinità e desideri.

Grazie per la pioggia
che profuma di fine estate
e bagna la terra stanca di sole
le piante secche allo stremo
per il suo delizioso picchiettare
come un canto che chiama
le gemme nuove di ulivi e viti redivivi.

Grazie per la terra nera
marrone gialla d’argilla
per la sua potenza fecondatrice
il misterioso minerale nutrimento
il seme che erompe le bestie tutte
la forza della trazione il vento
che soffia sui campi di spighe e il mare
grazie brezza di increspare
onde leggere e trasparenti
su un fondo di sabbia fine
con riverberi granchietti conchiglie
e piedi grassottelli di bambini
che ridono al solletico dell’acqua
fresca tra le dita
sapendo che è tutta lì
la felicità.

Gioielli Rubati 76: A. Mermaid – Cipriano Gentilino – Iole Toini – Loredana Semantica – Patrizia Sardisco – Marco G. Maggi – Alessandra Marcotti – Luciana Riommi.

I gioielli rubati di amArgine

almerighi

Efialte

Mi trovo spesso con i fantasmi quando tutto il mondo va a dormire,
Il mondo le chiama creature orribili
ma con mia meraviglia le vidi piangere.

Sembra sempre che la loro oscurità sia il mio conforto anche se risucchiano luce
Il mio mondo a volte sembra noioso e superficiale lo hanno mai visto illuminato?

Conoscono il colore dei miei incubi e tutte le parole che mi trascinano giù.
Come il mondo inizia a scivolare fuori dal mio corpo
ogni volta che resisto e provo a deglutire.

Respiro per respiro cerco di camminare, non sono sicuro dell’orizzonte o del terreno.
Mi è stato detto di non allontanarmi troppo perché l’inferno non ha nulla da offrire, ora lo so.

di A.Mermaid, qui:
https://kajalwriterblog.wordpress.com/2020/01/04/ephialtes/

*

Casa mia

Col vestito dell’outlet
grigio scuro
composto tra gelsomini e
un pezzo di jazz del ’53
senza un dio,
biodegradabile
solo ritornerò
a casa mia.

di…

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Dentro di me un romanzo

Dentro di me un romanzo
dalla nascita brulicante di cortili
alle gebbie d’acqua fredda e anguille
sperdute tra rovi cicale e frinire
oltre le cancellate in cima alle scale
nei posti della memoria
dimenticati dalla storia spariti dalla terra
arati dalle ruspe al suolo
che compaiono solamente
in flash incerti dei ricordi
quasi fossero dei sogni.

In un altro capitolo il presente
arroccato a qualcosa che si sgretola
mentre avanza il tempo inesorabile
senza fretta con la calma sicurezza
di chi non ha precisi appuntamenti
dagli ostacoli si vede
che franano i punti fermi
gli stessi che sul foglio con la penna
erano uniti in progressione
in forme di una certa consistenza
a cui appuntare piedi medaglie o certezze
d’essere un preciso essere
un puntino esatto sulla terra.

Adesso il finale ad effetto
sui palmi le stimmate rosse
nel costato lo squarcio incrostato
dell’eremita.

Mi sveglio presto

Mi sveglio presto col colpo in canna
vorrei sparare entusiasmo e invece
ho solo tante cose da fare
appena mi siedo scrivo qualcosa
mi viene in mente la prima frase
come un riflesso condizionato
il resto viene come viene
come un ospedale.

È che ancora non ho aperto
la mia camera dei segreti
mi muovo sempre dentro
quella delle necessità.

Tutta l’acqua che scorre

Tutta l’acqua che scorre
tra me e la terra che fa madre
il suolo di alberi fiori uccelli
tutta l’acqua non basta
per l’invaso l’azzurro l’onda.

E sebbene mi attraversi
e alla natura colleghi
il mio essere al mondo
nei rivoli del mondo
si disperde e nelle gocce
che il cielo accoglie
essendo l’essere stesso
il corpo interposto
l’ostacolo all’immersione
al passaggio nella dimensione
dove il luogo fluttuante
è di particelle e tutti gli atomi
vibrano la stessa musica
cantando con le boccucce
rosa da coro d’ angeli
la stessa canzone.

E’ per questa resistenza che
ancora cerco e non appartengo
per essa diffido e allatto
ironica il fiato invisibile
del pathos.