FIORI DAL CUORE (Su un dipinto di Loredana Semantica)
Tieni le mani come si tiene un fiammifero acceso nel vento— perché il vento non lo spenga prima della notte I capelli ti bruciano intorno al viso mentre gli occhi chiusi come conchiglie custodiscono un mare che nessuno ha mai visto Escono da te i fiori Germogliano dal punto esatto dove il petto si è aperto una volta e invece di richiudersi in cicatrice ha scelto di fiorire Ogni petalo è una parola che non hai detto rimasta a maturare nel buio come un seme sotto terra Ora risale— rossa, gialla e bianca— lungo la ferita: un corteo silenzioso che viene dal cuore alla gola Le tue dita si posano sull’inizio del giardino Abbassi lo sguardo perché chi porta una terra fiorita nel petto impara a camminare piano per non far cadere nemmeno un petalo di ciò che finalmente ha smesso di fare male
Lo scorso 25 luglio ho inaugurato Labrise, il mio studio d’arte e collezione permanente di opere. Da pochissimi giorni è on line il sito vetrina dello studio d’arte Labrise. Il sito contiene anche una collezione virtuale rappresentativa di quella complessiva contenuta nell’atelier. Buona visione
Quando uscì dal sepolcro c’era solo il deserto nessuna donna attorno o apostolo fidato i soldati deposte le lance dormivano.
Il processo è una formula rivelata a pochi eletti risorgere un’alchimia per stregoni e sette occorre crederci con una tale ingenuità che solo i bambini possono.
Loro possiedono il segreto hanno grandi occhi buoni per i lupi e i salvatori stringono a pugno le mani tenere e grassottelle tengono strettamente congiunti la meraviglia e l’infinito.
Tutti i giorni Benedetta Sastri faceva una passeggiata. Disponeva di appena mezz’ora per la pausa, consumava rapidamente un frugale pasto, poi impiegava il tempo restante passeggiando. Benedetta svolgeva un lavoro sedentario, fare quattro passi era un modo per riattivare la circolazione del corpo, smaltire la tensione dei muscoli. Il collo e la schiena protesi verso lo schermo di lavoro. Le braccia e le mani sempre in movimento a sfogliare pagine di documenti o pigiare i pulsanti della tastiera. Soprattutto gli occhi applicati allo schermo necessitavano di una pausa di riposo. Guardare lontano o verso il cielo era un modo per rilassare lo sguardo, dare sollievo al delicato sistema oculare, già provato da una consistente miopia, da molteplici mosche volanti. Miodepsie l’aveva chiamate l’oculista, raccomandandole di imparare a guardare oltre le ombre danzanti negli occhi.
Arrivò come rivelazione come arriva sugli occhi il mare quando annega d’azzurro le sclere rifrangendo senza bruciare tutt’intorno nell’acqua guizzi di pesci sciamavano verso il disperso liquido ineffabile verderame.
Arrivò come un soffio sul rovente d’estate fresco rigenerante stupore breve come il lampo che svirgola in cielo un bianco profondo improvviso catatonico tra fulgore e particelle d’ossigeno
Giunse come fulcro d’appoggio alla leva innestata nel morso un traino a contrasto di forza nella presa della tagliola un sollievo alla carne disfatta dalla ferocia della cattura dal bracconaggio.
Scrive la bestia scrive ancora ma per nessuno sia chiaro non c’è direzione o avvenire destinatario o ritorno ossidazione del polso mancamento.
Teresa già da trenta minuti parlava all’uditorio, diciotto persone iscritte al suo corso di cucina. Dopo le presentazioni dei partecipanti, aveva illustrato il modo in cui era nata l’idea del corso Cucina e tradizione, la struttura e lo sviluppo del corso, gli argomenti trattati, divisi tra mattina e pomeriggio, nelle tre giornate previste di formazione. I discenti erano tutti giovani, alcuni appena diplomati all’alberghiero, altri, gli uomini soprattutto, single desiderosi di apprendere come cucinare almeno qualche piatto elementare, uno appena separato dalla moglie, un altro appassionato di cucina, qualche moglie, fresca di nozze, che non aveva avuto mai occasione di imparare e diverse giovani donne che volevano maggiore conoscenza dell’argomento. Dopo mezz’ora di illustrazione del corso Teresa pensò bene di entrare nel vivo in modo letterario, proponendo la lettura di un testo di Gedo Ghiglioli, famoso scrittore di romanzi. Sullo schermo proiettò la pagina del passo scelto e chiarì – A questo punto leggiamo un brano tratto dal romanzo di Gedo Ghiglioli “Pietre di Sicilia”, nel quale l’autore si sofferma con minuzia a descrivere la preparazione del pranzo da parte di Irene, la protagonista del romanzo. Leggeremo a turno per non stancarci. Ognuno leggerà un paragrafo. Vi chiamerò per nome per proseguire la lettura, dal punto in cui il lettore precedente conclude il suo paragrafo. Poi commenteremo il brano insieme. Tutto chiaro? – Con lo sguardo percorse l’aula per accertarsi che tutti avessero capito, poi proseguì – Andrea comincia a leggere.
La casa di nonna Santina sembrava quella dei presepi. Una porta sulla strada, la strada costeggiava una piazza e la piazza era fiancheggiata da una salita tutta di basole in pietra lavica. Nella piazza erano piantumate sei robinie, dentro aiuole circondate da un cordolo di pietra. La piazza era dominata da un convento raggiungibile da due rampe di scale che, in fondo alla piazza, s’inerpicavano divergendo l’una dall’altra, verso l’edificio religioso. C’era pure un campanile nella chiesa del convento che suonava i rintocchi ad ogni ora.
La casa di nonna Santina era la casa del presepe nel paese del presepe. Tante casette in pietra e muratura e tante strade a scendere e salire e scale, tante scale, per colmare i dislivelli di un paese collinare. Sopra la porta della casa di nonna Santina aggettava un balconcino con balaustra in ferro, in cima ai montanti della balaustra due pigne grandi in terracotta tenute strette col fil di ferro. Sul balconcino si apriva una portafinestra in legno verniciato che dava luce all’unica stanza della casa posta al primo piano. Una stanza stretta e lunga, ma sufficiente per accogliere i mobili di una camera matrimoniale. La stanza prendeva luce anche da una finestra diametralmente opposta alla portafinestra. La finestra dava sul tetto coperto da tegole, ma la zona più vicina alla finestra era un terrazzino senza tegole. Un posto magnifico per le avventure di Agata, si doveva solo scavalcare la finestra e stare per prudenza lontano dalla parte spiovente, lì sopra c’era un regno incantato da esplorare.
Come una giostra confonde e stanca il turbinio che ruota intorno dirlo alveare sarebbe rendere gli artefici api nel lavorio che fa del miele un contorno.
E così che cristallizza la disappartenenza come lo zucchero dimenticato in dispensa allora abitare la fragilità diventa contemplare le crepe contarle ad una ad una chiamarle col loro nome e cognome collocare la frattura nel preciso momento fu quella volta in quel giorno darle un preciso volto il fotogramma di uno sguardo di sfuggita oppure una frase detta non detta micidiale il chiodo riconoscibile che duole incistato nel punto querulo portare appresso i pesi scaricati senza coscienza come un’abitudine di tutela di sé di coloro che operano essendo normalmente umani e non spezzati da qualcosa d’inconoscibile agli altri eppure intimamente dato potremmo persino dire in conclusione un cumulo di umanità ci ha schiacciato.
E non cercate scuse nei difetti cercate piuttosto risposte nei vostri specchi.
Verrà il giorno che si dirà qualcosa di diverso e nuovo anche allora spunterà qualcuno a ricordare la nudità dell’essere e lo vedremo ugualmente nudo coi soli occhi possibili per riflesso.
Distesa sul divano a palpebre chiuse sento lo scatto dell’accendino il crepitare della piccola fiamma il tocco sordo dell’oggetto da fumo posato sul tavolino l’aspirazione che brucia.
Il rimbombo dei rumori mi riporta alla coscienza la conversazione in memoria ch’è manifesto di poetica non s’attende nulla e nulla si chiede libertà è smarcarsi dal potere impegnarsi fino in fondo accendersi nel desiderio sentire tra la veglia e il sonno la scintilla la fiamma la combustione nell’aria.
Anelare al sublime è atto d’umanità razzola bene l’opera prima riferendo ch’è disperso.
La folla condanna e uccide sul foglio brulica come formiche depongo gesti alla sbarra la platea fruga e beve alla poltrona degli imputati nessun verme.
Voci ne senti nella testa non tanto un balbettio quanto un coro che dice qualcosa a ripetizione come un’ossessione.
Passeggi e incroci mamme in attesa dei bambini che escono da scuola donne più grandi davanti alle elementari presso la scuola d’infanzia più giovani anche questo è il tempo che passa attraverso i luoghi e mi compiaccio del passo morbido elastico le suole soffici contro il suolo hai molti anni tra te e loro per non dire dei bambini ma ci sei ancora per guardarli e sorridere non sanno cosa li aspetta tu invece sì.
Ne senti voci nella testa mentre sei tra i pochi che passeggiano qui in questo assolato luogo circonfuso di potente luce.
Ilaria era la seconda delle tre sorelle Pastrone. Marta, la prima, s’era sposata appena ventenne, era andata in moglie a un giovane di belle speranze e molta ambizione, un propellente che lo rendeva arroccato a un rigido orgoglio di sé. Pessima dote da portare ai Pastrone, buona per un rigetto come un trapianto malriuscito, e per quanto Marta s’impegnasse a irrorare i rapporti di ciclosporina, cortisone e interferone, i rimedi avevano scarso successo. Agnese, la minore, era predestinata a raccogliere l’eredità dell’impresa familiare. Un negozio di abbigliamento messo su e ben avviato dai genitori, al punto d’essere la boutique più rinomata di Sanfilocco, in provincia di Gìtania. Agnese, dopo tanti anni di lavoro come dipendente, rilevò l’attività commerciale dalla madre, il padre era morto qualche anno prima. Lo fece obtorto collo, perché così era stato deciso, un destino già scritto verso il quale non ebbe volontà e ribellione sufficienti a opporsi, per quanto in cuor suo avrebbe preferito un’altra strada. Aveva frequentato la scuola d’arte e un lavoro creativo forse l’avrebbe attratta maggiormente, ma in certe faccende non pesano tanto i soldi e nemmeno il desiderio o l’entusiasmo, pressa il non vedere sbocchi o alternative migliori, l’essere consapevoli del rischio e dello spreco di demolire quanto già costruito in tanti anni di lavoro familiare: avviamento, credibilità, azienda, clienti, contatti, fornitori e benessere. Tutto ciò che significa impresa. Agnese diventò perciò imprenditrice per investitura familiare, senza particolare vocazione. Ilaria Pastrone, la seconda figlia, stava nel mezzo in ogni senso, non aveva talenti manifesti, piuttosto difetti, sapeva scrivere, ma non guidare, le piaceva mangiare bene, ma non cucinare, aveva un altro concetto di sé, ma difettava di determinazione. Aveva preferito studiare invece di lavorare nel negozio. Avere a che fare con una pluralità mutevole di clienti, percepiti come estranei, non l’attirava. Proprio per la sua scarsa inclinazione al commercio i genitori l’avevano esclusa dalla gestione dell’attività. Alla fine degli anni settanta l’unico desiderio che Ilaria riuscì a focalizzare con una qualche convinzione, era di allontanarsi da casa, dai genitori che percepiva come opprimenti e da una storia d’amore naufragata. Davide, il suo ragazzo fin dai tempi del liceo, dopo sei anni di fidanzamento, l’aveva tradita e lasciata per la sua migliore amica. Una vicenda talmente banale da essere penosa. Ilaria infatti non ne parlava mai, sentendosi nel raccontarla allo stesso tempo stupida e patetica. La delusione subita la segnò a tal punto che Ilaria non si innamorò più, non si sposò e non ebbe figli. Fu come se l’aspetto sentimentale dell’esistenza fosse definitivamente morto, sepolto da quell’episodio devastante. Del resto innamorarsi veramente è un’alchimia che ha del magico, accade poche volte nella vita per circostanze che si combinano tra loro in modo speciale. L’incontro, il bisogno, l’attenzione concorrono e si intrecciano con le stimmate della fatalità e spesso la sensazione che si avverte è che non poteva essere altrimenti, quasi operasse una forza cosmica potente e misteriosa, non tanto munita di frecce e calzari alati, ma piuttosto serpeggiante di vibrazioni. Può succedere all’opposto che il tempo trascorra e nulla accada, nessun fremito o segnale. Tutto dorme o tace. C’è altro a cui pensare.
Come sei dolce mia tenerezza mia balbuzie molle chiocciolina che se non t’avessero scrocchiato le falangi sconocchiato le ginocchia saresti ancora batuffolo di lana e seta o altro soffice tessuto come una nuvola di bambagina e io t’impasterei di piegature e sfoglie imburramenti e volumizzazioni come certe preparazioni arabe che non sapevi o immaginavi tra il deserto e i barbari ti farei ancora più aerea come una bolla di sapone che sospesa col soffio tenue si tiene ancora più in alto sempre più palloncina rossa perchè il rosso è del sangue e del rigore che dritto fila l’impuntura perché senza non ci sarebbe il pugno nell’occhio la sabbiatura la briciola la pietra l’incudine la goccia tutto si terrebbe pulito e modanato d’oro barocco e rifiniture a secco come un ostensorio nel tabernacolo della poesia.
Articolo pubblicato su Limina mundi qui. Nel libro è presente tra gli altri un mio intervento del quale riporto in fondo a questo post la parte iniziale
Il libro “La scrittura che rivela – Dialogo con quaratatrè autori contemporanei”, a cura di Maria Pina Ciancio, è stato pubblicato da Macabor nel 2023 nella collana “saggi e antologie”. La copertina è un’elaborazione grafica di Giorgio Ferrarini dell’opera Sanftmütiger Zyklop (Ciclope mite) Ferdinand Seiler, 2021.
La notte del 20/11/2020 Delia, impiegata di Pisa, quarantasettenne, lunghi capelli biondi, occhi azzurri, occhiali spessi e tanti progetti dismessi, aveva fatto un sogno. La data del sogno già di per sé sembrava comunicare un senso, aveva pensato Delia, il concatenamento numerico era evidente, la ripetizione insistente del numero venti lo rendeva numero angelico. Cercando in internet lesse che esso suggerisce di restare concentrati sulla propria vita spirituale, mentre l’undici era numero da riferire a intuizione, saggezza, percezione e capovolgimento della situazione. E poi c’era quel sogno. Era stato talmente reale che le era sembrato di sentire i profumi dei fiori, il soffio del vento leggero sulla pelle, come se nel sonno fosse stata trasportata in un altro luogo, un altro mondo, un’altra dimensione. Ne era rimasta impressionata al punto che sentì il bisogno la mattina dopo di raccontarlo al marito. Luciano l’ascoltò con attenzione, ma non espresse commenti, al termine sorrise paziente, le fece una breve carezza, poi corse al lavoro nel suo studio di architetto che ultimamente lo assorbiva oltremodo.
Felicissima d’essere tra i poeti della mia Sicilia qui su Versolibero.
Felicissima in particolare d’essere in compagnia di nomi prestigiosi di contemporanei e no, come Angelo Maria Ripellino, la cui poesia pirotecnica, ironica, lessicalmente spumeggiante mi conquista.
Grazie di cuore a Versolibero e a Patrizia Baglione, artefice della mappatura dei poeti siciliani. Ci sono anche tutte le altre regioni d’Italia rappresentate dai poeti nati in ognuna di esse. Per ogni poeta una foto e una poesia. Tutte da leggere. https://www.versolibero.com/category/senza-categoria/
Essere poeta è un modo di percepire e reagire alle cose del mondo, diventa postura intellettuale che si manifesta nella scrittura, quando essa ti chiama in una sorta di vocazione. Allora poesia diventa quella che convenzionalmente ri-conosciamo: uno scrivere in versi, un contenente e un contenuto, segno e significato. Un poeta riconosce un poeta. Comprende che il suo scrivere ha sostanza e forma in un equilibrio che incanta. Leo era un poeta. A molti era evidente.
Leo è Leopoldo Attolico. Abbiamo appreso la triste notizia della sua scomparsa alla fine della scorsa settimana da un messaggio facebook del figlio e per giorni la bacheca del social è stata tutto un moltiplicarsi di manifestazioni di cordoglio.
Leopoldo Attolico era spesso affettuosamente appellato con l’abbreviativo “Leo” negli scambi dei commenti virtuali da amici e ammiratori, il termine rimanda al latino leo che significa leone. Credo che un poeta sia sempre un leone, perché come tale lotta, lo fa con i versi che vorrebbero ribaltare il mondo, costruirne uno nuovo promanante dal canto, dai suoi desideri e visioni. Versi che criticano, che ricordano, che desiderano. Un poeta è sempre un leone perché la poesia è sempre una forma di resistenza. Egli si fa vedetta, sentinella, sensitivo, guru, veggente e uomo.
Soprattutto un uomo. Leo lo era. Gentile, ironico, garbato, intelligente. Affabile, disponibile e generoso con la sua arte poetica. Questo l’uomo per come appariva nel virtuale e non c’è molta distanza – credo – tra ciò che filtra in rete e il reale. Apprezzati e originali i suoi fulminanti commenti alle poesie condivise sul social da altri scrittori, come “sottoscrivo subito” oppure “obliterata” “imprimatur immediato!”. Ci mancheranno di sicuro. Mi mancheranno di sicuro, ché ne sono stata spesso destinataria. Mancherà ancora di più proprio lui, in tutta la sua essenza poetica.
Per saperne di più potete visitare il suo sito http://www.attolico.it/. Non mi pare sia su wikipedia, mi auguro che qualcuno possa rimediare a questa mancanza.
Di seguito tre sue poesie.
Se fate mente locale converrete che legato a doppio filo con la fisiologia lunatica dei versi c’è sempre lo stupore analfabeta degli invano.
È lì; e noi ce lo guardiamo implosi e circospetti, come un reperto lavico fiottato dal cervello, sfrontato sortilegio confitto in un riverbero d’assenzio cui piace sempre di esser corteggiato…
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A dire il vero mia madre mi ha fatto un po’ maldestramente asimmetrico tutto spigoli e crudezze adunco tagliente in ogni dove ma, in compenso perfettamente godibile a levante mezzogiorno ponente
Quando tramonta il giorno sulle vestigia domestiche il mio profilo indicibile è un prestigioso attico assurto a superattico ubriaco di luce
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Il silenzio si congeda, è l’alba. Calda di nido la mia notte è finita; una poesia fra le mani.
Vengo a guardarti dormire come fa la vita quando raggiunge una porta socchiusa e ne allontana innocente il mistero per lasciarvi un sogno
Nel 1963 fu pubblicato il saggio di Hannah Arendt “Eichmann in Gerusalemme. Un report sulla banalità del male”, un diario che la Arendt, inviata del settimanale The New Yorker, tenne sulle sedute del processo ad Adolf Eichmann, militare e funzionario nazista. Catturato dal Mossad in Argentina nel 1960, Eichmann fu processato a Gerusalemme nel 1961 e condannato a morte per genocidio e crimini contro l’umanità. La sentenza fu eseguita nel 1962.
Io vorrei respiro. Abbastanza respiro da scrivere di te di me. Di tutto l’intorno e l’intestino. E, dopo aver finito, ricominciare un’altra volta. Scrivendo una storia. Di te di me, diversa da quella, diversa da tutte. E dopo aver finito riprendere. Un altro viaggio un’altra avventura. Una marcia, un galoppo, una scrittura. Di te di me, scrivere ancora, in molti modi sempre diversi, diverse storie. Sempre le stesse. Altri nomi, altri corpi e contesti, ma sempre di me e di te. Scenari, paesaggi, universi. Desolati lussureggianti. Scrivere è scrivere sempre la stessa storia. Perfetta dettagliata controversa. Di me e di te fin dal principio oltre la fine. Dall’inizio all’epilogo. La trama divide poi cuce, taglia e riunisce, percorre strade tortuose, ci attraversa. Perché l’ha deciso il destino che fossimo storia. Io e te siamo noi. Imaginario e memoria.
Finché dura un’amicizia regge come un miracolo un’alberatura che sostiene e tra i rami foglie farfalle piccoli animali cardellini le deliziose stelline dei presepi lo scroscio leggero di acqua che scorre per sottofondo musicale come nella conchiglia all’orecchio senti il tuo stesso sangue e ti sembra il mare.
La pace di riannodarti i fili strappati dal tiro di equini bardati per la tortura medievale ad uno ad uno dolcemente con la pazienza di crederti con adesione totale una rosa splendente in spirito maestà ad altri irraggiungibile fino al rendiconto del crollo quando la nudità mostra la corda della debolezza come un cilicio sui fianchi e falsi appaiono i pregi falsi i difetti e l’anima di nuovo sola è un intimo andare avanti inerti.
Mi accingo all’opera di biscotti e burro amara polvere di cioccolato una volta finita ben raffreddata ve ne darei un pezzetto se non fosse che per altro verso niente si condivide veramente come qualcosa che dalle mani passi attraverso gli occhi facendosi di carne di bocca in bocca per dono di sola forma.
I’m getting ready to work butter and cookies bitter cocoa powder once ended thoroughly cooled I’d give you a piece if it wasn’t that in another sense nothing we can truly share like something that from the hands goes through the eyes becoming meat from mouth to mouth a gift of substance only.