Mi seguono senza dirmi niente

Mi seguono senza dirmi niente
da dove vengono
perché mi seguono
cosa trovano nelle mie immagini
di me
del mio risvolto
del verde ocra rosso
dell’ordinarietà del mio essere.

Luce cerco semplicemente luce
fino all’abbaglio celestiale
al bianco di fusione colossale
all’urgenza sul percorso dimenticata
fino alla perdizione che travalica
il pugno che le mosche
sfuggono
la sabbia che scorre a fiumi
tra le dita

Spegnerti come potessi

spegnerti come potessi
una lampada
che luccicante fervore
s’accende per lo sguardo
al ricevimento d’ occhi
come traguardo come sollievo
ora che non rispondi e neghi
volti le spalle e t’involi
ecco un epilogo scontato e lieto
tutto risolto quindi in questa pena
che dissipa costantemente dissipa
lo squilibrio nel possesso
spiace solo che
non abbia compreso la certezza
l’indignazione della modesta offerta
non dell’anima ma del sesso
che offrirsi nudo
ed essere rifiutato solo
questa sarebbe stata
malagrazia

L’amore delle montagne di Juan Carlos Galeano

L’amore delle montagne è una cosa seria

Le montagne amano a qualunque età. Una montagna con
milioni di anni si innamora di una persona di venti.

Una montagna addormentata aspetta per migliaia di anni
un bacio da chiunque.

La montagna a forma di coppa vuole che la bacino solo
gli angeli.

Le montagne che ne amano altre lo esprimono semplicemente
scambiandosi stormi di uccelli.

Guardando indietro, un uomo si rende conto che una
montagna lo ha seguito.

La montagna che ulula d’amore è davvero una fiera.

Con solo un poco di riso e acqua ogni giorno, una
montagna è più alta e più saggia.

(Le montagne di soldi e di panni da lavare non provano
gli stessi sentimenti).

Juan Carlos Galeano – Amazzonia

Prima che s’indurisca

Prima che s’indurisca
prima che si raffreddi
prima che tutto il corpo
marcisca ignaro e indifferente
per ogni volta che a capo chino
il lavacro e i tentacoli
per ogni lavacro tentacolare
per i segnacoli incolti
ignoti segnacoli inconsapevoli
per la scimitarra e la ciminiera
per il drago che urge sulla schiena
per le scuse travolte e tradotte
in ogni messaggio ai quattro venti
come un’eco
per lo svenimento che si alimenta
d’ansia traumatica riversa
in ciò che conviene
per consolazione di tutta la banalità
dell’irrisolto mondo
la rossa granita sanguigna
di fantastici gelsi.
Ve la offro se volete.

La signora

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“Portrait of Madame Survage”, Amedeo Modigliani

Per Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata, la parola “signora” era tra le più evocative del suo vocabolario. Suscitava nel suo animo una serie concatenata di pensieri ed emozioni. Vorticava nel cervello come una trottola dispettosa, alla quale dare spago e conto.
Oh era ben consapevole che per il vocabolario italiano era soltanto il titolo di cortesia con cui ci si rivolge a una donna sposata, versione di genere femminile del corrispettivo maschile “signore”, ma per lei “signore” e “signora” avevano tutto un corredo di significati, agitavano sentimenti che si allungavano e contorcevano in una scia di tensione e rabbia, sorriso o frustrazione.
Bastava che qualcuno le pronunciasse, perché l’ondata di queste memorie la investisse facendola per un momento, distrarre, sbandare, deconcentrare da qualunque cosa stesse facendo
Come potesse una sola parola avere tanta valenza per Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata era un fatto singolare. Ma se si fosse penetrata la sua mente, se si fossero potuti leggere i suoi pensieri, avrebbe acquistato senso cotanto alto profilo semantico.
A cominciare dal ricordo più antico e incisivo, un regalo al veleno dal padre della sua migliore amica nell’età adolescenziale: Clara. Lui, il padre di Clara, laureato in biologia, una volta, chiamato signor Tarantello dal padre di Luciana, rimarcò “Dottore prego”. “E’ questo il modo tipico di umiliare chi ha cominciato la propria vita andando giovanissimo a lavorare per mantenere la sua famiglia, sig. Tarantello” pensava Luciana “Un laureato della vita mio padre, sig. Tarantello”. Ormai il padre di Luciana era morto, come ormai morto era anche il sig. Tarantello. Che Dio li abbia in gloria. Morti entrambi, signori e non, come livella comanda, nei cieli e in terra.
Questa era una scena a cui Luciana aveva pensato mille volte, lungo il suo tortuoso e faticoso percorso accademico. Certamente tra le cose che per desiderio di riscatto, per dare motivo d’orgoglio al padre, le avevano dato la forza di perseguire l’obiettivo della laurea con la stessa tenacia di un mastino che addenta un osso e non lo molla neanche a morire.
Ma “signore” o “signora” non avevano solo una connotazione negativa per Luciana impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata. Se lei pensava alla parola “signore” le tornavano in mente certi film americani, quelli epici della storia della navigazione, dove “signore” tra gli ufficiali di marina veniva usato ad ogni fine frase con tanta dignità e sussiego, da sembrare l’appellativo di un essere superiore, ultraterreno, potenzialmente chiamato ad un atto d’eroismo che il film stesso grandiosamente celebrava, quando fosse diventato realtà. Qualcosa alla Horatio Hornblower per intenderci, nato dalla penna di Cecil Scott Forester, prototipo dell’uomo perfetto, eroico e tutto d’un pezzo. Da innamorarsene, se mai fosse esistito.
Ma lei, Luciana, ormai era signora da tantissimi anni, ad innamorarsi non ci pensava affatto, invece all’appellativo “signora” ci pensava eccome. Le tornava ad esempio in mente il fotografo del suo matrimonio, che la chiamava “signora” a ripetizione, col sorrisetto compiacente, spiegando che ormai doveva abituarsi. Era chiaramente un refrain tattico per lusingare la cliente.
Invece non fu così. Dopo il matrimonio Luciana continuarono a chiamarla “signorina” per tanti e tanti anni, fino a un momento imprecisato tra i quaranta e i quarantacinque. In un primo momento alcuni smisero di chiamarla “signorina” e passarono al “signora”, altri esitarono per qualche anno tra i due appellativi, infine, passato qualche anno ancora, tutti optarono decisamente per il “signora” in ogni circostanza. Apparve chiaro a Luciana che era diventata: brizzolata, cicciottella e attempata senza rimedio, nemmeno quello della tintura per capelli. Tutti la chiamavano “signora” perché aveva cambiato aspetto, da giovane donna in donna matura, non più giovanile, sbarazzina. Anche qui duro colpo all’autostima. Era proprio finito il tempo delle mele, cominciava quello delle rose avvizzite.
Luciana pensava che fosse un’ingiustizia che una donna dovesse essere chiamata “signorina” o “signora” a seconda del suo stato civile o peggio ancora del suo aspetto esteriore, un appellativo fortemente discriminatorio, giacché invece gli uomini in ogni caso, sposati e non, sono sempre “signore”.
La parola “signore” le faceva tornare in mente la sua collega Valeria, quando doveva chiamare un uomo del quale non conosceva il nome lo appellava con foce ferma “signore, senta signore, aspetti ha dimenticato …”. Quell’appellativo “signore” a voce alta, nel silenzio documentale, tra scrivanie e faldoni, aveva un suono, così estemporaneo, di rispetto e dignità d’altri tempi, che nessun altro avrebbe potuto altrettanto, se non Valeria. Ne sorrideva al ricordo, Luciana. E poi subito dopo si rattristava perché neanche Valeria c’era più. Anche lei aveva raggiunto il Signore. Quello in maiuscolo. Per sempre.
L’esperienza di Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata, in tema di “signore”, “signora” e titoli accademici nel mondo del lavoro non si fermava qui. Nessun altro come lei poteva sapere quante volte era stata chiamata “signora” mentre l’altra collega dei suoi dintorni era la dottoressa Colasanti o il giovanotto dell’altro corridoio era l’ingegnere Saporiti e il Direttore, dottor Cerami o Direttore, facoltativamente. Ora nessun altro poteva sapere quanto il suo titolo universitario Luciana l’avesse sudato palmo a palmo, per ogni lettera che compone la parola, esame per esame, senza aiuti esterni, interni o laterali, solo duro impegno personale. Era un mistero questa collocazione del ceto impiegatizio in impiegati di serie A e di serie B. Perché poi lei dovesse appartenere per forza al ramo B era incomprensibile. Dove fosse la falla, la carenza. L’usurpazione di cosa, quale mancanza avesse commesso per essere etichettata meno di quel che era, frustrantemente posta a confronto con altri, titolati immancabilmente, per chissà quale discesa celeste dell’investitura.
Un mistero che s’era infittito ulteriormente adesso che era diventata impiegata, brizzolata, cicciottella attempata e il più delle volte veniva chiamata Dottoressa. Finalmente anche lei sentiva pronunciare l’appellativo glorioso, conquistato palmo a palmo, per ogni lettera del titolo. Restava oscuro perché, a volte, di colpo, venisse appellata come “signora” nella bocca dei superiori alla prima proposta giudicata sbagliata o frase fuori posto, per un piccolo errore di lavoro o se si opponeva o non capiva al volo, se dava fastidio in ogni modo. Allora veniva subito sul campo immediatamente degradata al rango di “signora” come a dire: impiegatuccia incompetente o insolente. Chiaro come il sole invece che il dott. Colasanti era sempre dottore, e l’ingegnere restava ingegnere anche in mezzo alla sua inefficienza ed ai suoi macroscopici errori.
Poi non mancava il collega che parlando di quella della stanza accanto, per dire quanto fosse altezzosa o sgarbata o montata o per chissà quale altro torto nei suoi confronti, la definiva appunto la “signora”. Dando alla parola un evidente sottolineatura dispregiativa.
E per finire, ciliegina sulla torta, i famosi parenti serpenti di Luciana che la chiamavano “signora” per dire che si sentiva chissà cosa, si dava arie o importanza, che era superba o antipatica.
“L’avreste mai detto che “signora” potesse essere un modo per insultare una persona? Riflettete “signori” e “signore”. Al mondo non vi sono persone di serie A e di serie B. Solo uomini e donne. Aventi pari dignità sociale. E’ difficile questo concetto da imparare? Di sicuro la mia esperienza è che è difficile da mettere in pratica, in questa società ipocrita e graduata per fottutissimi ranghi sociali.”
Così pensava Luciana quel giorno che al lavoro si portò il fucile. Al primo “signora” che uscì dalla bocca al superiore lo inchiodò con un colpo in centro petto. “Ecco” pensò Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata e laureata. “Giustizia è fatta”.

Loredana Semantica

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