Annegare

Annegare
assomiglia a qualcosa
di noto da tempo
eterno come
il cuscino di piume sul quale
giorno dopo giorno
poggio il capo nel sonno.

Un oggetto familiare
che ho abbracciato per anni
più dei miei cari
meno della rivolta mai sedata
che ancora mi squarta
giorno dopo giorno
irragionevole e sgraziata.

Non si legge poesia oggi
né si scrive oggi poesia
si lascia andare il mondo
si lascia andare
si lascia.

Le maiuscole sono finite

Dialogo breve tra tra P. e I. di Loredana Semantica (il dialogo è frutto di fantasia, ogni riferimento è puramente…) 

P. Ma come non ti piaccio? Ma se sono bellissima, guardami (fa una piroetta e la gonna di sinuosa variopinta viscosa le si avvolge a ruota attorno alle gambe)
I. No, non mi piaci
P. Ma perché?
I. Perché non sei bella, non abbastanza.
P. Bugiardo, t’ho visto sai, che leggevi rileggevi…e poi mi hai guardato le gambe!
I. E allora? Non significa niente. Controllavo soltanto che stessi in piedi da sola
P. Stare in piedi è poca cosa. Anche camminare lo è ed io non cammino nemmeno. Non lo sai che io volo? Non le vedi le ali?
I. Voli? Ma non mi fare ridere. Vorresti farlo, ci provi. Corri, ansimi, sudi, ma sei lì inchiodata come un cozza allo scoglio, anzi come un’accetta al suo ceppo.
P. Sei un essere strano! Uno che scrive e non ama ciò che scrive non è nella norma. Guarda gli altri. Li vedi? Adorano ciò che scrivono e gli altri adorano loro. È un rimbalzo d’amore. Gli scrittori considerano le proprie scritture come creature, come figli, come se stessi, come arte, come assoluto. Te le devo dire io queste cose?
I. Ma sì, hai ragione, forse una volta, all’inizio, quando ho cominciato a scrivere, e poi per gli anni a seguire, leggendo qualche mia poesia la trovavo bella, la leggevo e rileggevo orgoglioso. Poi pian piano tutte loro sono diventate fredde, distanti, estranee, mi guardano interrogative, come se mi chiedessero qualcosa.
P. E che domande ti fanno?
I. Chi sei? Cosa vuoi? Perché siamo qui? Cosa stai aspettando?
P. Cosa vuoi che accada? Tutto va come sempre.
I. Gira la vita. Raccoglie la morte?
P Adesso non fare il funereo. Guarda piuttosto come sono colorata? Blu, rosso, giallo, verde. Sono un tripudio di colori (altra piroetta, nel verso opposto, altra ruota della gonna sinuosa). Beh, certo, lo sai, mi hai scritta tu, ma qual è il merito!? Scrivono in tanti, e gli altri hanno i sostenitori, gli applausi, gli ammiratori. E tu?
I. E io cosa?
P. Tu cosa vuoi? Non lo vedi che non succede nulla? Non cambia niente, il mondo affonda e tu scrivi poesia. Sei un fallito. Ecco. Un poeta fallito!
I. Hai scoperto l’acqua calda. Non ti avrei nemmeno pensata se avessi quel tanto da fare dei riusciti nella vita.
P. Ingrato e ingiusto. Io cerco di portarti su con me nel volo. E tu sei pessimista. Sai che ti dico. Ti disconosco. Cancello il tuo nome lì ai miei piedi per firma e ce ne metto un altro. Un altro nome. Falso. Falso come te.
I. Ah la pensi così. Adesso guarda che combino e poi vedremo chi avrà la meglio.
P Ehi! Che fai? Mi stai trascinando. Mi fai male, lasciami i capelli! Non toccarmi quel verbo. Oddio gli aggettivi. Mi stai scombinando tutta. Ora ho la gonna tutta stropicciata.
I. Così impari a offendere il grande creatore, cioè io, cioè l’autore.
P Adesso calmati, un attimo di tempo, fammi capire dove mi porti? Che mi vuoi fare?
I. Ti sistemo. Ti metto dentro una raccolta con altri miei scritti di poesia. Vi impacchetto per bene e vi spedisco.
P. Ma perché mi fai questo? Non mi mandare via. Io sono la più bella, la tua preferita. (si volta verso destra). Santo cielo, vicino a chi mi hai messa? Chi è questo a destra?
I. E’ uno scritto sulla superbia.
P. (si volta verso sinistra) E questo a sinistra? E’ giallo di bile, a guardarlo mi fa venire il vomito.
I. Lì parlo di invidia.
P Oh che compagni brutti che mi hai dato. In che mani mi abbandoni? Perché mi accorpi e m’intruppi? Non sono una pedina. Io sono la poesia. P O E S I A. Hai capito?
I. Non c’è da agitarsi. Voglio solo spedirvi tutte a un grosso editore. Uno con le emme maiuscole. Con le O tonde perfette. E le I svettanti a bandiera. Vedrete che splendori. Autori giganteschi. Grandi scrittori. E come finirete bene. Definite. Esitate. Infiocchettate. Sarete in prima fila. Lo saprete prima di tutti. Dei pissi pissi e di me.
P. (piangendo) Ho solo capito che mi stai mandando via, non mi ami, anzi non mi hai mai amato!
I. E te l’ ho detto sin dall’inizio, ma tu, ostinata, non mi hai creduto. Non puoi rimproverarmi nulla. Non ti ho mai dato illusioni.
P. Ma dimmi per te allora io cos’ero? Cosa sono stata?
I. Tu eri la vanità.

Pensami come se fossi

Pensami come se fossi d’oro
e dorati i miei pensieri
domani pensami verde
dell’alluce alla punte delle cime
sono d’alghe e di mare di neve
sono funghi alberi erba a distese
sono leoni zebre fenicotteri
lemuri lumache tartarughe
anche di uomini sono e di donne
tenere e terrene sono dura
violenta di grandine e tifoni
uccido con la pioggia e con la piena
mi vedi sotto i piedi calpestata
e sono sulle alture.

Sono monti
e aspra natura profonde insenature
sprofondo nella crosta delle fosse marine
sono caverne e grotte sabbia del deserto
vento che sradica o solletica
sono gelo assassino e cielo
meraviglioso azzurrino
tramonti di albe rosso rubino
e gialli che riportano all’oro dell’inizio.

È per tutto questo che sono furiosa
ribelle folle vendicativa spietata fino quando
non sarai convinto nel profondo del tuo io
che sono io il tuo più autentico tesoro
tesoro mio.

Magari io dico

Magari io dico
bella la poesia confessionale
e tu rispondi è uno sputtanarsi
oppure buona questa matalotta*
e tu scipida da morire
sentire in modo diverso
non è solo un fatto di gusto
è una forma mentis
la predisposizione di pancia
o testa del momento
il palato più o meno raffinato
e poi subentra l’aggregato sociale.

Ora io so che i salmoni
si formano al contrario
coi muscoli robusti per natura
per risalire la corrente
sgravano e poi si arrendono
credo si lascino andare.

* matalotta è un brodino di pesce
pomodoro aglio capperi

Ricordo quel giorno

Ricordo quel giorno
che in giro per Catania
con l’auto su una rampa
mio padre disse in salita
ma forse scendevamo
qui è dove abitavamo.
Mi guardai intorno
e non c’era nulla solo cumuli
di terra smossa e sciara a massi
che si stagliava nera
contro il bianco di nuvole
a filtrare il sole
dopo averlo tutto coperto
e ferro macerie ringhiere
ma non c’è nulla risposi
e lui di rimando sottovoce
l’hanno demolita ma era qui
la casa dove tu sei nata.
Era serio
la cosa era importante
il primo segno
dello sradicamento.

Le Lettera di Amy Lowell

almerighi

Amy Lowell (1874 – 1925)

Che cosa potete dire della fiammante luna
Trapuntata dalle foglie della quercia?
O della mia finestra senza tende,
E del nudo pavimento al chiaro di luna?
Le vostre sciocche astuzie e i vostri intrighi
Non hanno nulla della florescenza del biancospino.
E questa carta è fragile, muta, liscia, vergine di dolcezza
Sotto la mia mano.

Sono stanca, amore mio, di riscaldare il mio cuore
Contro il tuo volere;
Di spremerlo in macchioline d’inchiostro,
E di spedirlo per posta.
Ed io qui sola, brucio, sotto il fuoco
Della grande luna.

*

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