Uno di 32 piccoli filmati

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L'io onnipotente

tratto da qui

PSICOLOGIA PER ALICE(3) I segni dei tempi

di Valter Binaghi

Credere che l’uomo sia immutabile e con lui le possibilità patologiche, è una grossa ingenuità. Ogni tipo di società è soggetto a rischi peculiari, e presta il fianco ad aggressioni morbose che nascono dai limiti stessi della configurazione sociale, della divisione del lavoro, dei rapporti tra sessi e generazioni, della pressione esercitata sulla famiglia.
E’ sotto gli occhi di tutti la crescita esponenziale di violenze contro le donne (dallo stupro all’omicidio), dietro cui un certo femminismo vorrebbe vedere un rigurgito del maschio-patriarca, frustrato nelle sue aspettative da una femmina sempre più emancipata.
Personalmente questa diagnosi non mi convince affatto, perchè nasce dall’isolamento di un fenomeno patologico (pure increscioso e importante) rispetto ad altre patologie altrettanto conclamate, che rigurdano invece soprattutto le donne del nostro tempo, il che fa pensare a un generale indebolimento dei meccanismi di difesa dell’io, in altre parole ad una crescente fragilità dei soggetti che è trasversale all’appartenenza di genere. continua a leggere

Fino al volo

il presente è carico di istanti. come il diaframma contratto nel singhiozzo. come possibili scenari. aperti e chiusi. divelti uno dopo l’altro.

le facce ad una ad una sono distanti. sempre più bianche. non hanno forma i nasi. non i colli. in massa gli ovali si addossano ai capelli. nei volti l’informe percezione dei miei occhi.

d’essere poeta. non l’ho desiderato. solo il divario cresceva. nella dura madre. fino al distacco dalla pianta. fino al volo. le radici come croci verso il cielo.

Passo di luce

il caldo scioglie la resina, l’asfalto, la granita nel bicchiere. lo schermo tenta inutilmente la frescura. filtra un chiarore implacabile che risolleva il giorno. da ieri risento le cicale. è il suono che rigenera l’estate. spaccando la terra. la sua inestinta arsura.

mia massacrata terra. riarsa al solleone. ardente di radiche e vendette. crudele madre massacrata. di crepe e di purezza. bianche le rocce a sconfiggere le nuvole. un ammasso sferico di bolle. candide e imprendibili. il nulla che si specchia negli occhi della mantide.

poi c’è il terzo passo. quello che afferra la distanza. che dal tempo del passaggio rivendica lo stretto. e non è l’acqua. non è l’aria. non i campi non la macchia. non il vento del mediterraneo. ma è qualcosa che prende nel respiro. limpido su un’isola. e lo fa grande azzurro vivo.

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ringrazio Francesco Tontoli per la speciale lettura del testo ed il contributo alla definizione del suo titolo.