Ho pena delle stelle

Ho pena delle stelle
che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo…
Ho pena delle stelle.

Non ci sarà una stanchezza
delle cose,
di tutte le cose,
come delle gambe o di un braccio?

Una stanchezza di esistere,
di essere,
l’essere triste lume o un sorriso…
Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un’altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così,
come un perdono?

Fernando Pessoa

Da Una sola moltitudine, volume I (a cura di Antonio Tabucchi), Adelphi, Milano 1995.

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Nota a “L’informe amniotico” di Giorgio Bonacini

Una scansione temporale inversa, dove il già accaduto appare come un presente ulteriore, può significare una ricerca che tenta di rendere sensibili ed evidenti a se stessi connessioni e significati vissuti, ma che necessitano di nuova percezione ed esperienza. Dalle profondità del passato, scandito in sequenze di ore piene di tempo compresso, si recuperano momenti esistenziali, prove di vita che, momento dopo momento, ritornano all’oggi: o meglio allo zero presente di una esterna, perché visibile in scrittura, interiorità singolare e frastagliata nei suoi eventi.
Ma per chi è in atto di poesia, consapevole del suo fare concreto, come ci mostra Loredana Semantica in questi appunti poetici numerati, sa che anche la scansione materiale del testo produce la sua significazione: ad esempio nell’emozione di un senso che è gratitudine e palpitazione anche a partire da una piccola fonìa grafica: là dove annota che la perfezione della sessantatreesima ora “risparmiò una e. e dentro aveva il tre” e la fatica di una nascita all’infinito. Si vede dunque chiaramente la valenza poetica di una forma del sentimento che va dall’alfabeto alla significazione continua di un perenne inizio di senso. Una progressione continua, dunque, una scansione che sembra avere un andamento che è più una distensione che un cammino. I testi infatti si presentano sulla pagina come delle riflessioni senza versificazione, salvo il fatto di essere punteggiate, e perciò respirate interiormente, con un ritmo che è connotazione di un lento stato, come di attesa.
Scrivere allora diventa un modo, passo dopo passo, di raccogliere figure e sostanze, percezioni e immagini, in un brusio modulato che prende corpo e pensiero. E dove noi che leggiamo ne sentiamo le fluttuazioni, da un estremo all’altro, di quel particolarissimo essere lirico che è l’ansia del poeta. Ogni tanto però il testo da lineare ritorna in strofe, senza segni di punteggiatura, rette solo dal proprio scandire lo spazio e il tempo della scrittura e della lettura: della parola detta e della parola taciuta, anche quando “accade che si scriva/ed è un errore”. Ma non c’ è modo di smettere il canto, perché è lì a dare evidenza esemplare al proprio dire, a disincarnarlo dal corpo centrale per desiderio di leggerezza o di precisazione nel suo offrirsi totale.
E nonostante l’io sia una “preda indifesa”, nel testo si lascia andare a circonvoluzioni di assoluta e precisa libertà, dove la luna ritorna ad essere la poesia centrale: in un impeto di suono, rime, assonanze che scandiscono un momento di bellezza e purezza.
Poi qualcosa ripiega in se stessa e dentro di sé tace, seppur con fatica, anche i modi in cui la vita si snoda, si arrotola, si contrae e sembra all’apparenza contraffarsi. Ma nonostante questa ferita dentro il senso, questa difficoltà nel comprendere i segnali e la voce che ten-ta di fermare la conta delle ore, c’è ancora un TU, un altro a cui donare ciò che appartiene e che abita la poesia: la parola. E se anche sono “parole vuote”, quando le vedi davanti, una dopo l’altra, sono “come fiori offerti. come fiammiferi accesi”. Perché non è possibile, quando il linguaggio chiama la lingua a farsi suono, voce e poi scrittura in segni necessari alla propria sconosciuta origine, non considerare l’ascolto di sé, che scrive se stesso, di natura universale, nello “scivolamento costante” verso un’origine materna, inesauribile.

Giorgio Bonacini – Settembre 2012 –

Non sempre si passa dal corpo

Non sempre si passa dal corpo
da queste linee tortuose del braccio
dove la pelle si affina
e la rete dei vasi traspare
azzurro e pudore
che scorre fino al varo dei polsi
che copre di polpa le ossa.

Non sempre si passa dai polmoni rosati
dal ventre trafitto
dai fianchi imburrati
dagli alluci e mignoli
dalla rossa vagina.

Non sempre dicevo è analisi interna
c’è quando lo sguardo si posa sul mondo
il suo lago sfondato di sconcio e vergogna.

Da ragazza mi piacevano i pagliacci

Da ragazza mi piacevano i pagliacci
non i ragazzi per le smorfie da buffone
ma i clown dei circhi
che fanno ridere per professione
li disegnavo spesso
il volto bianco coperto dal cerone
stampavo loro una bocca rossa
larga sulla faccia
e al centro di quella contornato in nero
un sorriso falso
li vestiva una giacca a quadrettoni
dalle maniche sempre troppo lunghe
e pantaloni enormi rigorosamente con tre toppe
credo mi piacesse la nitidezza
sentire così evidente tra i colori
la loro maschera
il loro dolore.

Alla fine si tace

Alla fine si tace
quando ciò che si dice non suscita interesse
quasi si mormorasse
o si parlasse di solito per prevalere
ma scrivere è una cosa aliena
va oltre la parola
resta la traccia senza la presenza
anzi maggiormente lavora la parola
quando lo scrittore è assente
come un fenomeno carsico
un serpente che striscia lentamente.