Ecco noi siamo qui

Ecco noi siamo qui
intersecate femmine celesti
noi che liberiamo l’alba dei nostri voli
e le grida di giubilo interiori.
Voglio che sia bellissima questa
mattanza di parole
voglio che investa i vostri cuori
fino a mostrare le rotule scoperte
denudare l’anima nell’impeto iridato.
levando lance scudi percuotendo
i ferri della guerra.
L’eterna lotta di riconoscere il creato
nei punti e nelle virgole distorte
cercate nella sabbia fin dentro le scapole
scavando granelli nel vetro più fine
confessando l’ansia perfetta
maledetta di godere
di un maestoso controllo
del cinguettio.

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Ma che diciamo poi

Ma che diciamo poi
con le parole più care
infiniti sbadigli un calco di mani
lui dice hai spezzato un cuore
lei un trofeo di battimani
opposto al corpo minuto
è una sconfitta morale
che veda l’intruso scalare
i giochi ottusi del potere
dove chi passa pieno di sé
crede al proprio valore
chi resta si addolora
la vita è ogni giorno più dura
di controversi legali
la percorriamo di sbagli
tra i tasti di un pianoforte
e un camice che stringe
il torace la vita è una musica
triste che apre le braccia
senza volare

Alcuni scrivono

Alcuni scrivono senza contare nulla
nemmeno il pezzo di pane alla bocca
scrivono senza criterio per solo colpo
su colpo per rabbia e per sfida
per strappare di occhi i travagli
per non avere strisciato oltre l’orlo
per lo strapiombo del corpo per il cervello
bacato per non avere capito neanche
di avere sbagliato scrivono i soliti nomi
salvando le spese i contrasti
divorando le carni ed il pianto
dei laghi infinito bruciante
che sale bagnato alle sclere per la
stanchezza soltanto la stanchezza
assoluta irretita bastarda
che consuma la voce e lima la vita
strozzando il canto e le righe ogni
speranza di luce spingendo le mani
gloriose fin oltre le istanze
il burrone.

Talvolta l’abisso attrae

Talvolta l’abisso attrae di desiderio
come se scendendo verso il nero
raggiungessimo le stelle
guàrdati amico da un certo
sguardo dal fascino perverso
di specchiarti in te stesso
d’incollare all’immagine di te
tutto il potenziale di abbandono
il modo assoluto del trasporto
che vorremmo ci venisse incontro
a infonderci l’acqua la potenza
l’eterna piovana giovinezza
e invece trascina oltre la bellezza
in luogo ingabbiato e provvisorio
dove si perde l’erre (e la esse)
quasi l’essere si liquefacesse
in brodo incandescente
di se stesso

Per la mia festa

Per la mia festa mi chiedo
se di reciproco inceda
o se invece lo smarrimento
sia una nota evidente del capo
se si veda il corpo vacillare
e le certezze il pensiero
questa lanuggine che infiora
le notti calde il piumone
quel girovagare senza meta
dei gesti eleganti cosa traduca
mi chiedo il fascino negli occhi
se veramente la luce si spande
nell’aria come polvere d’ali
senza smalto alle unghie
in quale fumo si converta
l’attrattiva in quale richiamo
sensuale il profumo del mare.