C’è molto da dire

C’è molto da dire su una natura morta
perché abbia quel nome ad esempio
quando in ogni cosa
c’è la vita di un essere nascosto
dietro la tenda la parete il vetro
sotto il tavolo o seduto sulla sedia
oppure appena uscito dalla porta.

C’è molto da dire
attorno a una natura morta
la tovaglia bianca
che in drappo ricade
verso in basso
creando onde di tessuto
in chiaroscuro
la frutta raccolta nel cesto
un lume un vaso
la cacciagione tutta piume
un coniglio dal ventre squarciato
e pelo grigio
che appare ancora soffice allo sguardo
una statuetta in gesso bianco
che troneggia massiccia nei pressi
di una tazza in fine porcellana
le posate d’acciaio i cucchiaini
una fruttiera d’argento
la zuppa nel piatto fumante
la tenda che copre la finestra
e in parte la parete
il cordone che la lega
il piano di legno scuro
quello di marmo o di materia imprecisata
che offrono l’appoggio delle cose
le bottiglie in vetro d’ogni colore
il liquido che al loro interno
prende forma fino al livello
e resta sull’orlo incerto
se versarsi nel bicchiere
e farne un recipiente pieno
o lasciare quello
a rappresentare eternamente
il vuoto.

Qualcosa di sognante

fb: “A cosa stai pensando?”

 

Qualcosa di sognante adesso

che mi dia la buona notte

che mi accompagni verso il sonno

dolcemente

mi sia coperta e culla

luna e cielo

nuvola soffice di bianco

quel vento tiepido d’estate

che passa leggero sulla pelle

nelle notti che danno tregua al caldo.

Traducendo Brecht

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Franco Fortini, poeta, critico, saggista, nato a Firenze nel 1917, morto a Milano nel 1994

Loredana Semantica: “L’informe amniotico. (appunti numerati e qualche poesia)” – Finalista Opera Prima 2012

tratto da qui

Loredana Semantica: “L’informe amniotico. (appunti numerati e qualche poesia)” – Finalista Opera Prima 2012

di Rosa Pierno (che ringrazio infinitamente)

Il decorso antiorario delle ore, che scandisce ogni lassa, è la scenografia che consente di intubare nel cunicolo temporale venutosi così a creare l’evento  situato in un futuro già accaduto.  Sorta di cannocchiale a rovescio, in cui poter guardare alle cose passate come se non avessero ancora avuto luogo. Quale opportunità può dare la conoscenza di un evento di cui si conoscano le conseguenze su una scelta che sia ancora da effettuarsi?

Loredana Semantica ha lo sguardo rivolto sia alle pagine profetiche sia alle schermate pubblicitarie, ove il punto in comune è che tutto ci guarda, tutto ci invia un messaggio che dovremmo essere capaci di comprendere, ma che non sappiamo decifrare. In questa frattura, s’installa la valenza tragica di questo testo: continua a leggere

Parla anche tu

Parla anche tu,
parla per ultimo,
dai voce alla tua parola.

Parla
ma non separare il No dal Sì.
Dai alla tua parola anche il senso:
dalle l’ombra.

Dalle ombra a sufficienza,
dagliene tanta,
fino a saperla attorno a te divisa
tra mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come ovunque tutto è vivo
Vicino alla morte, eppure vivo!
Dice la verità, chi dice ombra.

Ma ora si restringe il luogo dove stai:
in quale posto andrai, spogliato delle ombre, dove?
Sali. Tenditi verso l’alto come puoi.
Più esile diventerai, irriconoscibile, più sottile!
Più sottile: un filamento,
lungo il quale cerca di calarsi nell’abisso, la stella:
per nuotare laggiù, proprio laggiù,
dove si guarda splendere: nella risacca
di parole erranti.

(Paul Celan, Di soglia in soglia, 1955)

Salvatemi dal rumore

Salvatemi dal rumore
che perfora il cervello
c’è fuori un martello che buca
il calcestruzzo.

Nella rete  un blabla di voci
riempie gli occhi di nebbia
il fumo della fuffa
soffoca anche le sclere.

Le foglie invece r-esistono
sugli alberi
fino al tardo autunno
poi cadono in silenzio sui viali.

Non chiedono ascolto
nel rosso stupendo
delle loro mille sfumature.

Meglio non conoscere

Meglio non conoscere
la faccia vera degli antagonisti
il nostro orgoglio potrebbe
avere uno strano guizzo.

Confrontare le rughe
al viso imberbe
il ciuffo scuro a quello biondo
il viso che appare nello specchio
sempre diverso e sempre
sghembo e gli occhi tondi
che una volta dilagavano
nel viso enormi
agli occhi di quello
in tante foto e pose del profilo
similmente tristi e spenti.
Potresti chiederti cos’abbiano
visto gli altri in quel qualunque
cos’abbiano visto poi
proprio quegli occhi
in pochi anni di poca vita
quanti padri lutti o figli
quanto di umanità caina
e di lavoro.

Chiederti infine
cos’abbia d’inferiore
la tua speculare nullità
l’opera prima.

Certe volte vorrei fotografare il mondo

Certe volte vorrei fotografare il mondo
essere in mille luoghi tutti diversi
vedere le luci che si accendono
verdi nell’acqua nel cielo rosa
cogliere milioni di sfumature azzurre
lì dove esse si accavallano l’un l’altra
delicatamente.

Cogliere le linee decise
che si stagliano rette passando
attraverso il sole infinite volte
e quelle sfumate che percorrono
impalpabili ogni giorno
dall’alba al tramonto
instancabilmente l’orizzonte.

Le linee curve che disegnano
parabole fantastiche accarezzando
l’aria con le forme
o fendendola di netto
come lama che balena nella notte.

I segmenti che definiscono lo spazio
collegando due suoi punti
eternamente
le superfici tormentate delle trame
quelle lisce e lucide
l’opera umana
il muro la parete il calcinacci
che cadono incessantemente
dai ponteggi.

Gli edifici abbandonati decadenti
i palazzi magnifici e barocchi
traboccanti nelle stanze stucchi e oro
le pietre che parlano
raccontando ognuna una sua storia.

Le facce della gente che non so
i loro corpi e mani e spalle
ogni tipo di fiori insetti o piante
le foglie d’ogni colore gli animali
ogni alto elemento naturale e minerale
dove la luce cade poggia sbatte
tornando scomposta alla vista
nella rifrazione dello spettro.

Come se fissare
con l’occhio all’obiettivo
l’istante dello sguardo
fosse un modo di possederlo tutto.

Il mondo.

L’una è viva

L’una è viva
spinge con pazienza
ogni giorno il giorno
verso una nuova salita.
 
L’altra è morta
per condanna esemplare
eseguita all’alba
in forma privata e capitale.

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