E noi scrivevamo poesie

Francisco Goya "La fucilazione dell’8 maggio 1908" ,1914 Museo del Prado Madrid

E noi scrivevamo poesie

mentre la morte passava col mitra

di striscio addossando la canna

la pistola alla nuca e sparando.

 

Sparava la mano al bersaglio  

il braccio levato a centrare

il collo l’inumano il torace.

 

La fuga ha la calma del lupo

un lavoro da killer ben fatto

la camicia supina nel bianco

sulla strada un fantoccio di stracci.

Improvvisamente

Avremmo dovuto vivere

all’impronta

nel lampo arroventato

dell’estate

ma il fuoco

sul fuoco ha sputato

barcollando ferito

e il mare adesso langue

deglutendo l’alba

tra i guaiti.

Millelirici


di Peek a boo

     Pure nella ventesima regione c’è un "esercito di poeti". Ci sono i buoni, ma spesso pure quelli che credono soltanto di essere tali. Ma a chi "parlano" se tutti scrivono e nessuno ha il tempo di leggerne i versi?

         Ogni anno, in Molise, accanto a qualche raccolta di valore, escono dalle tipografie locali diecine di volumi dai titoli patetici, posti su copertine colorate (o anche bianche) che appariranno nelle vetrine delle rarissime piccole librerie di paese al solo fine di non essere mai venduti.

Sono i libri scritti dai tanti poeti che li stampano a proprie spese.

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Restituiremo gli anni

Restituiremo gli anni

al loro bisogno

al credo arroventato

tra i bottoni

lo batteremo sul tempo

inculcando ciliegie

innumerevoli chicchi

grappoli d’uva alle bocche.

 

Saremo vanghe vissute

nella terra

ossari al centro del viale

bandiere sbattute al vento

della sera

saremo occhi lacrime spade

lasceremo a marcire

le scale

e dei sogni lasceremo

nel riposo

quell’immenso salire.

La vita

Alle soglie d’autunno

in un tramonto

muto

scopri l’onda del tempo

e la tua resa

segreta

come di ramo in ramo

leggero

un cadere d’uccelli

cui le ali non reggono più.

 

Antonia Pozzi, poetessa, nata a Milano nel 1912, morta suicida a Milano nel 1938

Alla croce del poeta

Liberami dai legami
da ogni corda tesa sulle membra
dalle insofferenti costrizioni
sciogli corpetti e giarrettiere
gancetti bottoni e reggiseni
scaccia oppressioni e fabbisogni
slacciami le braccia
le occhiaie i reni ed i polmoni
frantuma l’io roccioso
fracassalo di botte
riducilo in frantumi
lasciali cadere nella notte
dispersi al punto che
non possano tra loro
quasi riconoscersi.

Sbriciola l’io maledetto
la sua vana pretesa
il senso suo di angoscia
l’inerzia pervicace delle scope
i panni i baci e anche gli stracci
lava i piatti
affrancami dai lacci della pena
satura l’insufficienza di ogni gesto
rivolgi il niente in pieno
il vuoto in colmo
saziami di sete inesauribile
consumami a parole
inchiodami alla croce del poeta
distruggi a sciabolate
le sinapsi.

Herta Müller Nobel per la letteratura

Corriere della Sera.it
STOCCOLMA – Il premio Nobel per la letteratura è stato assegnato alla scrittrice tedesca di origine romena Herta Müller. Nata il 17 agosto 1953 a Nitchidorf, in Romania, figlia di contadini della minoranza tedesca degli svebi, la scrittrice, poetessa e saggista è nota per la descrizione della dura vita sotto il regime comunista di Ceausescu. Nel 1987 fuggì dalla Romania insieme al marito dopo Leggi ancora

Del coma o della piccola editoria italiana

tratto da qui

di: Guido Tedoldi

Dopo la visita alla 19ª edizione di «Parole nel tempo», piccoli editori in mostra al Castello di Belgioioso (PV)

La piccola editoria italiana sta morendo. O magari stanno morendo soltanto i piccoli editori che da 19 anni hanno fatto di Belgioioso un appuntamento fisso di fine estate – e che per questa edizione hanno scelto di non esserci. Alcuni di loro, probabilmente, erano a Torino per i «Portici di carta», altra fiera della piccola editoria programmata negli stessi giorni, sabato 26 e domenica 27 settembre. Se hai un’azienda formata da poche persone e con un magazzino minimo, o sei di qua o sei di là. Sta di fatto che qua c’erano visibilmente parecchi stand in meno rispetto al passato.
Quest’anno, però, a Belgioioso è mancato anche il pubblico. Io ho assistito in prima persona a una decina di «Parole nel tempo» e ricordo edizioni (anche quella dell’anno scorso, 2008) in cui il pubblico era tanto che non c’era verso di spostarsi con efficacia tra i vari stand e le varie stanze del castello. Ci si pestava i piedi, ci si doveva contorcere tra braccia/gambe/teste per vedere bene un libro o anche leggere un certo titolo potenzialmente interessante. E non c’era verso di scegliere un orario migliore di un altro (tipo: vado la domenica all’ora di pranzo così i primi visitatori se ne sono già andati e gli ultimi verranno dopo mangiato) perché c’era sempre pieno.
Quest’anno no. C’era una specie di vuoto. continua a leggere

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