Nota sulla poesia e canzone d’autore

Nota sulla poesia e canzone d’autore
di Loredana Semantica
 
 
Al termine poesia si dà spesso un significato non “tecnico” come sinonimo di bello, armonico, sublime ed emozionante. La poesia è nel mondo. Nella vita, nelle persone, nelle cose. C’è poesia in un quadro, in un film, in una melodia, in una canzone. C’è poesia in certi indicibili attimi del cuore. Ma quando si consideri la poesia come forma d’arte allora la cosa è diversa, tale diventa quella modalità di esprimersi in versi che rappresenta la più sublime sintesi verbale nella più armonica forma del dire.
Un’arte che richiede tempo, studio, dedizione, talento e amore per la parola.
Ci sono altri artisti come i  cantautori che utilizzano nella loro arte parole e musica e raggiungono un tale livello di bellezza, armonia e capacità  di donare emozioni (come si ama dire oggi, forse proprio per sottolineare il bisogno di emozionarsi in un mondo sempre più insensibile) che è agevole per chi non ha ben radicato il concetto della poesia come forma, dirli poeti, proprio perché anch’essi “maneggiano” la materia verbale.
Di contro accade che nessuno chiami i poeti cantautori. Succede perciò che i poeti, artisti, intellettuali, studiosi di nicchia e di scarso successo, vengano in certo qual modo scippati della loro arte.  Si sta verificando cioè un furto a coloro che praticano l’arte della poesia su un doppio binario. Dapprima i poeti sono stati defraudati del ruolo di coloro a cui compete dare voce al disagio, alle istanze, ai sentimenti della società in cui vivono o più ampiamente dell’umanità, scippo avvenuto forse al nascere delle canzone d’autore o forse per l’abdicazione degli intellettuali, de facto, scippo avvenuto non perché il poeta abbia smesso di esistere o poetare o studiare ma perché le folle di giovani ascoltano, osannano, seguono, ammirano, amano il cantante d’autore e considerano il poeta come l’iconografia di vecchio studioso, tedioso, bacucco, un po’ folle e un po’ disadattato, che soprattutto niente ha a che vedere con l’idolo dei nostri tempi: il successo, essendo sostanzialmente un emarginato.
Poi si verifica lo scippo dell’arte, perché si pensa di riconoscere il connotato di poesia al testo delle canzoni d’autore, alcuni, è vero, introducono  un criterio restrittivo dato dal valore del testo, dalla profondità di significato e dall’ “autonomia sonora”, cioè la capacità del testo di stare a sé, di conservare una gradevolezza all’orecchio, a prescindere dalla base musicale con cui si esegue.
Questi criteri cercano, restringendo il campo di limitare l’etichetta di poesia ai testi dei cantautori, al testo di alcuni bravissimi cantautori, al testo di alcune canzoni di questi ultimi pregevoli autori.
Mi chiedo perché una volta scelta la strada di considerare poesie i testi delle canzoni si senta la necessità di restringere il campo. Forse per un vago senso di colpa? Per una sotterranea consapevolezza di privare gli amanti della parola  della corona, del titolo dell’alloro?
Se devono dirsi poesie le canzoni, allora io dico che tali saranno tutte, quelle che hanno un testo pregevole e quelle che dicono zum pà pà o dududu dadada dall’inizio alla fine.
Forse per questa strada di estremizzazione può risultare più comprensibile l’introduzione di un ragionamento sul distinguo delle forme artistiche che si fonda sulle loro connotazioni essenziali.
Non è certo il criterio del valore quello che fa di un testo in versi poesia, che un testo in versi resterà poesia anche se per ipotesi fosse poesia di pessima qualità, allo stesso modo non può essere il criterio del valore a fare del testo di una canzone poesia, la canzone resterà tale a prescindere dalla sua qualità perché la sua forma è d’essere un testo con musica.
Per questa strada si comincia a percepire più chiaramente che il discrimine tra le forme d’arte non è il valore, bensì la forma. La poesia è fatta esclusivamente di parola, la canzone è simbiosi di musica e parole.
Perché allora questa tendenza ad etichettare poeti i cantautori?
E’ come quando si guarda un gatto di peluche in una vetrina di negozio e si dice: “Che bello! Pare vero”, e viceversa vedendo un gatto persiano tutto morbido pelo si dice: “Che carino! Pare di peluche”. E’ come se si volesse dire quel tale cantautore:  “E’ così bravo che sembra un poeta”, ma a furia di dirlo in tanti, (perché non dimentichiamo che il cantautore è seguito dalla folle, ha – bontà sua – il successo) la frase, passando di bocca in bocca ha trasformato il verbo “sembra” in “è”, battezzando neo poeti i cantautori del cuore.
Naturalmente reciprocamente a nessuno è venuto in mente di dire che bravo quel poeta sembra un cantante, al massimo si può arrivare ad affermare la sua poesia è musica e qualche poeta ne sarebbe anche ben poco contento, ma questa è tutta un’altra storia tra lirico e antilirico che non è strettamente pertinente a questo discorso.
A ben vedere anche la letteratura in prosa si serve della materia prima verbale, ma a nessuno è venuto in mente di dire i cantautori scrittori, perché l’elemento di affinità tra poesia e canzone non è solo la parola, ma anche  la melodia, l’armonia, la musicalità, la scansione il ritmo. Tuttavia la canzone unisce sempre all’elemento verbale quello musicale prodotto da strumenti. La poesia no. Anche quando venga letta in pubblico, nei reading, con sottofondo musicale non viene cantata, ma parlata, a volte con intonazioni particolari, inespressive, altre recitata con intensità di vibrazioni, con sovrapposizioni di voci e d’echi, ma sempre parlata.
Vero è che con l’avvento della canzone d’autore è stato compiuto un significativo passo d’avvicinamento verso la poesia, favorito anche dal fatto che alcuni testi (solo alcuni) di cantautori suonano a sé come una poesia, oltre ad essere bellissimi nel loro senso, mentre d’altra parte la poesia già da tempo ha perso il suo rigore metrico. Resta tuttavia la musica quale elemento di differenziazione, musica che nella canzone svolge sempre un ruolo importante, se non preponderante, quanto meno paritario rispetto al testo.
In altri termini se vogliamo inserire la canzone d’autore nella poesia dobbiamo disconoscere prima gli elementi che differenziano le due forme d’arte, forzarli per la canzone d’autore, aprire una particolare sezione che potremmo dire  “poesia cantata”, includervi  le opere dei nostri beniamini, restando poi sempre col dubbio di avere aperto le porte ad una poesia con la protesi del pentagramma, delle corde, delle note, dei pianoforti e delle chitarre.
Il che, nella mia ottica, non è nemmeno riconoscere i meriti di chi ha fondato un nuovo modo di fare canzone, di fare musica, di fare arte, ma volendolo esaltare, sminuirlo.
A conclusione penso sia chiaro che ammiro anch’io i cantautori, penso che la loro canzone sia d’alto rango per profondità di dire (più precisamente cantare) e sentire, ma l’aver scelto la musica come veicolo per accogliere e far muovere nel mondo le loro parole ha richiesto un lavoro artistico di tipo diverso da quello che svolge un poeta, un’opzione artistica diversa da quella operata dal poeta.
Se poi vogliamo giungere ad affermare che oggi i veri poeti siano  i cantautori, potremmo anche ipotizzare che i poeti di sole parole possano ulteriormente scarseggiare, fino a sparire surclassati, privi di riconoscimento, defraudati.
Mi chiedo ancora se ciò sia giusto, ancora di più se sia possibile, nonostante fioriscano in rete e fuori, segretamente o sotto la luce del sole, poesie in ogni dove. Come un bisogno del cuore. Senza musica solo parole. 

 
 
Depoetica
                
Non posso altra musica
che di parole sole
chiedo scusa pertanto alle allodole
ai violini ai pianoforti alle chitarre
a tutto l’armamentario dei concerti
ai giovani sugli spalti
al pentagramma
chiedo scusa per la bocca
di piccolezza povera
per le labbra
per le corde vocali limitate
per gli occhi che leggono ininterrotti
per la scrittura inutile e incessante
reietta ripudiata
rinnegata anche nel nome
dalle folle 

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Depoetica

Non posso altra musica
che di parole sole
chiedo scusa pertanto alle allodole
ai violini ai pianoforti alle chitarre
a tutto l'armamentario dei concerti
ai giovani sugli spalti
al pentagramma
chiedo scusa per la bocca
di piccolezza povera
per le labbra
per le corde vocali limitate
per gli occhi che leggono ininterrotti
per la scrittura inutile e incessante
rinnegata anche nel nome
dalle folle

Il compleanno è un evento nuovo

Il compleanno è un evento nuovo
di giorno in giorno
appena un poco io
sposto la mia data
a volte prima altre dopo
posso evitare all’infinito
il confronto con il vuoto.

Il giorno che chiude l'esistenza
fa da contraltare all’altro
che celebra di tutti la speranza
di un santo o eroe
di un grande partorito al mondo
che illumini la strada.

Un brivido di freddo e dentro veglia
dei vivi a farsi la domanda
cosa ha reciso il filo
cosa il dramma
resistere ad oltranza sulla terra
o seguire gli avi
in fondo a quella. 

La riparazione della poesia

 tratto da qui

da «La riparazione della poesia» di Seamus Heaney

di Margherita Ealla

[…]

uno della ciurma scese a strattoni per la corda
e lottò per disimpigliarla. Niente da fare.
«Non sopporta la nostra vita quaggiù e annegherà»,

disse l’abate, «se non l’aiutiamo noi». Detto fatto,
la barca libera fece vela, e l’uomo risalì
dal meraviglioso come l’aveva visto lui.

[S. Heaney, Veder cose]

.

Questa poesia conclusiva del libro, descrivendo il rapporto del meraviglioso immaginativo che «preme contro la pressione della realtà», ne contiene anche l’inizio, e perciò da essa parto per segnalare questa lettura come importante approfondimento rispetto diversi input e riflessioni che mi sono giunti, fra gli altri, da post recenti, aventi tag di poesia civile, indipendente, poesia e ruolo, o titoli espliciti a richiamare il mercato poetico, o, ancora, post in qualche modo riparatori nel rendere tributo ad un autore (specie se scomparso e scomparso sua sponte).
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