Il vero artista

Il vero artista è un pazzo
che si riconosce dalla sua pazzia
la stessa che anima le mani
il calco dei lavori suoi
come una frenesia di fare
dire plasmare trasformare
il vero artista è un dio
che dal nulla crea
come dal fango la sagoma del corpo
una meravigliosa idea.

Io dico che rotola

Io dico che rotola
come camaleonte che avvolge la lingua
sgancia il fringuello sulla farfalla
come un serpente che sibila spire.

Basta che il fiume attenda
scorre un fatto di cadaveri e sponda.

Io dico che affonda
e non è chiaroveggenza solo un briciolo di conoscenza
caduta dal piatto di Dio.

Qualche volta penso

Qualche volta penso
che non potendo intervenire sui tifosi
demolirei gli stadi
rischierei il linciaggio oppure la rivoluzione
scioglierei ogni forma di società e associazione
vieterei i campionati nazionali e internazionali
così che il calcio fosse nei campetti
giocato da quattro ragazzetti
vorrei che fosse semplicemente un gioco
come vorrei che scomparisse ogni forma di corruzione
in compenso di tanto scempio ho preparato uno dono
vorrei che l’uomo fosse uomo.

La signorina a colori

 

dipinto di Isaac Maimon

 

Con questo racconto ho partecipato ad un’iniziativa di Viadellebelledonne, l’inizio del racconto in corsivo è prestabilito, il seguito lasciato alla fantasia dello scrittore, l’esito dell’iniziativa è stata pubblicata in un e book qui

Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle
che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e
quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta.


La signorina a colori non ne raccontava mai. Né giuste, né storte, non dall’inizio e neppure dalla
fine. Era lei stessa una storia ed insieme tutte le storie.
Aveva due labbra sottili e ben strette dentro a custodire segreti. Nel cuore teneva una rosa, un’altra sul tavolino in un vaso bianco d’opalina. Tutti i giorni sedeva al tavolino, fuori dal bar “Portofino”, quello a tre luci sulla piazza, dove fanno i gelati buoni. La signorina a colori stava col suo cappotto nero di nerofumo avvitato sui fianchi, in testa un cappello color rosa ciclamino sul quale s’adagiava leggiadro un mazzetto di fiori pastello: delizioso. Portava la veletta sul viso, al collo una sciarpa in chiffon di un rosso vaporoso. Con un trucco pesante e il viso bianco di neve certi giorni sembrava un clown. La chiamavano signorina a colori per questo, per il suo aspetto ed anche per il nome:
Adelina Millefiori, così adatto a far rima in filastrocche bizzarre.


“La signorina millefiori
ha il naso di mille colori.”
“Adelina Millefiori
fuori dal mondo
sogna a colori”


Cantilenavano a volte i bimbi più impertinenti. E fuori lo era davvero. Di testa. Un po’ santa, un po’ matta. Eppure mai nome fu più indicato per il buon profumo che lei emanava: di gelsomino e mughetto, muschio bianco e bergamotto. Né lei si scomponeva per quelle burle, anzi ne sorrideva tranquilla e tutti i giorni la si trovava seduta al quel tavolino che sembrava aspettasse qualcosa.
Si diceva che aspettasse la rosa, il suo sfiorire. E la rosa, misteriosamente sempre la stessa, sfioriva, ma pian piano lentissimamente. Per ogni petalo che cadeva un suo capello s’imbiancava. In ogni caso non aspettava invano la signorina, prima o poi ogni giorno qualcuno si avvicinava al suo tavolino, le diceva: “Buon Giorno signorina a colori!”, si sedeva, cominciava parlando del niente poi, a voce bassa, le raccontava tutto quello che aveva nel cuore e lei, gli occhi grandissimi, ascoltava annuendo. Non che parlasse, anzi taceva con un vago sussiego, ma l’attenzione che metteva nell’ascolto, le pupille dilatate e profonde, la bocca allungata come a succhiare ogni parola, ne facevano una confidente eccezionale. E poi era bravissima a non dare consigli e a tenere la bocca chiusa: perché le persone la soluzione la trovavano da soli, solo parlando con lei, per il solo fatto di sentirsi ascoltati. Snodavano i fili del loro garbuglio, ordinavano idee confuse, addolcivano amarezze, dipanavano dubbi, stemperavano paure. A poco a poco mettevano a fuoco emergendo dal buio alla luce. Alla fine, vuotato il sacco, s’alzavano come dal confessionale. Sollevati e sereni.
Come l’amavano in quel momento i suoi paesani.
La signorina a colori insomma era voluta bene da tutti, eppure non la raccontava giusta perché
adorava sentirle raccontare dagli altri: giuste, storte, dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio. Le
storie, si sa, non hanno mai fine perché spesso dove ne finisce una ne comincia un’altra.
Ma la signorina a colori soprattutto non la raccontava giusta per quello che nessuno sapeva. Lei, quando non stava in piazza seduta al tavolino, tornava alla casa in cima alla collina e scriveva e scriveva, metteva giù tutte le storie sentite dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio, e poiché le storie si inanellano tutte, aveva formato un catena lunghissima di storie che s’avvolgeva attorno ad un gomitolo. Teneva il gomitolo in un cesto e con i ferri da lana faceva maglie di storie, gonne di storie e sciarpe di storie. Le stesse con cui si vestiva. Con altre storie faceva farina. Con la farina ciambelle, il pane, la pasta. Le cose di cui si nutriva. La signorina a colori viveva di storie.
Poi il giorno dopo tornava al tavolino e ricominciava ad ascoltare.
E questo avvenne per anni, a cominciare da un tempo che nessuno ricordava fino al giorno in cui, una sera, tornata a casa, la signorina a colori volle scrivere le storie sulla carta e con quella
tappezzare le pareti della casa. Fu un lavoro faticoso, ma l’opera finita fu una gran soddisfazione. Adelina stava lì al centro della casa a contemplare tutte le storie in bella esposizione, quando, dopo appena pochi minuti, le storie incollate alla carta da parati cominciarono a staccarsi, a svolazzare per la casa, le si addossarono volteggiando, come attratte dalla sua persona, le ruotarono attorno sollevando la gonna, strappandole il cappellino rosa, il mazzolino, la sciarpa, la maglia e pure la veletta. Tutte le storie come farfalle le mulinavano intorno e lei, sorridendo, alzò le braccia come a volare dentro quel vento fatto di segni, ad immergersi in esso, allora anche il suo corpo, polpa distorie, prese a sfaldarsi, prima a piccoli pezzi, schizzi di colore che si aggiungevano al turbine, poi allungandosi in una scia di parole, lettere, vocali, consonanti che, curvando, si disposero a spirale.
Tutto a girare in un vortice folle sempre più rapido in forte tensione verticale, fino a quando le storie, nel parossismo rotatorio, come un tornado sfondarono il tetto, raggiunsero il cielo ed esplosero a raggio senza rumore.
Le storie piovvero per tre giorni sui tetti e le strade del paese. Quelle dei figli, quelle dei padri, le
storie del cielo e quelle dei prati. La gente capì ch’era la fine di quella storia. Una folla senza parole si riunì in piazza davanti al bar “Portofino”. Cadevano gli ultimi petali dal cuore della rosa sul tavolino.

Ci sono giornate dominate

Ci sono giornate dominate dal senso del ridicolo
una cosa mista al patetico e poi
da una speciale inutilità
quelle sono le giornate prostrate del poeta
ve ne regalo quante volete
dentro ci trovate pena e pazienza
il senso di una quieta rovina
mista a un quarto di catastrofe
una dose potente di disprezzo
una ventina di chiodi di garofano
questi ultimi nella funzione naturale di anestetico
la spremuta di tre limoni per antiemetico
il tre nella funzione scaramantica della perfezione
il quarantadue per cento di depressione
la previsione che domani
passata la bufera
saranno reliquie di tanto scempio
il reflusso gastro-esofageo
il dono della consapevolezza
la dominazione perfettibile della parola.

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