Dialogo XI

– imporre la grazia è un rovinio continuo. vorrei invece che scendesse. come una pioggia sottile. su tutte le vesti e i gesti. sulle teste i capelli e le menti. sugli alligatori e i rinoceronti. sui serpenti.

– la città come una giungla. una savana di albicocche. pesci nei fiumi e tartarughe morte.

– eravamo così desiderose di straordinario. che vedevamo un miracolo in uno sbadiglio.

– denudarsi è un atto di ribellione. c’è chi lo fa col corpo. c’è chi soffre a colazione.

– quando tu ci dicevi sono finito. ti parlavamo di Delano. ma il parallelismo non teneva. era una forma di lusinga reciproca e alla vita.

– questo dettaglio in un deserto. fa quasi tenerezza. come un cucciolo felino.

– il tuo che schifo invece era una specie di intercalare. ma come darti torto. adesso anch’io lo vedo debordare. alzarsi sedersi. invadere la scena. bere mangiare parlare. presenziare in ogni luogo col disgusto.

– talvolta era la maschera della commozione.

– come per un regalo o un’emozione.

– a volte mi vergogno di sapere usare così bene le parole. di comporle nello spazio come un fiore. è quando vedo cose sconvolgenti. allora penso l’inutilità d’ogni pronunciamento. allora mi rifugio nel silenzio.

– taci già abbastanza.

– pensi che sia evidente.

– l’evidenza è relativa all’attenzione. pensi che qualcuno te ne presti.

– talora qualcuno.

– ma c’è un mondo dove sei presente.

– qualche volta l’ho creduto. adesso meno che niente.

– ti sfogli come una corolla.

– come un libro spaginato. come un barattolo spaiato. come la vernice della porta esposta alla salsedine. quando il tempo logora la superficie. quando l’usura scrosta il legno e morde fino al collo. al suo midollo.

– spieghi l’inevitabile. un accadimento comune a ciò che vive.

– sempre più spesso dall’alto. come fosse altro. vedo i passi del mio metro. i capelli usualmente scombinati. un poco finti di stoppa mal cardata. scarsi vestiti e poca roba. sufficientemente odiosa. dove c’era la spalla ora la pena. dove consolazione e tenerezza adesso brulle zolle e vetro a pezzi. un andamento sazio una mai certezza. un cercine che logora le radici. la durezza che non basta a compensare. neanche se le unghie inspessite dall’odore. fossero zappe per svellere. rostri di un vomere impazzito. è un fatto di pianto e di respiro. di respiro e pianto. un cerimoniale di fermezza. sui tasti tra le lunghe dita. le prenotazioni dovute per ricordi. è la percezione o consapevolezza. che tutte insieme in volo. si radunano le capinere. sospeso nell’aria un frullo d’ali. e un’ansia spaventosa di ginestre. un languore del giallo strepitoso. come se ci fosse ancora il sole. come se potesse scoppiare in cuore. qualcosa di prodigioso e inenarrabile. e invece sale.

– passerà tra i tronchi la bufera. e le chiome dei cerchi alti. satureranno il bosco di viole. il vento spazzerà la piazza. e le buste di plastica ruotando. investiranno i campi. le foglie faranno mucchi rossi. di crepitii autunnali. nelle pozze si specchierà una luna limpida. animale.

– è il desiderio d’arrembaggio. la voluttà catartica dei primi. il punto cardinale delle occhiaie. lasciano i vermi al pasto. i cani ai collari. il peso degli uomini alla terra. al cielo gli animali.

– quando più si accende la tensione. tanto più ti chiudi alla chiarezza. e lanci criptici messaggi. perché nulla comprenda il tuo sarcofago. la mummia. la carezza.

– dallo spirito contratto sgorga un fiume. senza argini a pescare. senza fondo e sponde. solo piena di tracollo. tutti i covi colmi. tutti i rovi.

– si legge di molti lo spaesamento. ma quello smarrimento senza madri. senza luogo che sia pace. che riempie il pianeta e lo fa vuoto. non è il tuo ricamo. non il tuo posto. è un comune intonaco che scrosta.

– e cade insieme all’erba agli alberi a quei fiori. che annusano le api. insieme all’aria ed all’acqua. insieme a tutti gli elementi della terra.

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