The Voice

A. Mogigliani, Ragazza giovane, 1917

Il dr. Fidoti era un torello d’uomo, basso, tarchiato, sovrappeso. Amava la natura e curare il giardino, ma soprattutto la Sicilplast, la sua azienda. Lui era un imprenditore. Vestiva in modo sempre elegante. Abiti di manifattura impeccabile blu o grigio scuro. Camicia bianca dal collo rigido. Orologio d’oro al polso. I gesti sicuri di chi ha avuto tutto dalla vita e poteva aspettarsi di più. Sposato con tre figli e una moglie bellissima, ricca di famiglia, sportiva, disinvolta, elegante, intelligente, una a cui non mancava niente

Alla Sicilplast producevano oggetti di plastica. Barattoli, secchi, vaschette quadrate, ovali, contenitori coi coperchi, ma soprattutto cassette di plastica per uso agricolo, destinate alla raccolta degli agrumi. La fabbrica era prossima alla campagna siciliana. Attorno distese di giardini coltivati ad aranceti.

Federica era un’impiegata della Sicilplast, si occupava di contabilità. La sua scrivania era al primo piano della palazzina destinata agli uffici amministrativi. Una stanza contigua alla direzione. Le stanze avevano pareti bianche, con mobili grigio perla e finestre ampie luminose, l’aria condizionata che in quei giorni d’agosto creava un’oasi di fresco beata. A piano terra la portineria e il garage. Il capannone industriale conteneva le macchine. Costose macchine che ingurgitavano ingredienti e sfornavano materia plasmata. Il ciclo di produzione marciava come se non ci fosse un domani. L’azienda andava a gonfie vele.

Nulla era fuori posto. Tutto ordinato, efficiente, ben gestito. Persino il parcheggio era ben sistemato. Perfettamente asfaltato. Niente erbacce, il cane da guardia, la cuccia in muratura col tettuccio rosso coibentato, il cancello d’ingresso principale, a grosse e pesanti barre di ferro che svirgolavano curve nere verso il suolo, scorreva senza stridere, come sulla seta. Quattro alberi d’ulivo secolare per ombreggiare sotto il rovente sole siculo. E una tettoria per la protezione delle auto parcheggiate. Aveva mani piccole il dr. Fidoti, ma d’oro. E un capoccione intuitivo e brillante. Tutto filava come l’olio.

Ma per Federica il dr. Fidoti era soprattutto una voce, della quale s’era perdutamente innamorata. Non capiva se amava la voce in sé o perché la associava alla personalità da manager, al ruolo di prestigio, al piglio imperioso. Fatto sta che in sua presenza diventava di burro. Il cuore le sprofondava in una pozza di miele.

Il dr. Fidoti era anche una persona che sapeva impiegare al meglio il suo carisma. Quando la chiamava al telefono, abbassava la voce, la rendeva suadente, sembrava una carezza a distanza. Federica allora si precipitava da lui come se l’avesse chiamata il Signore in persona, avesse avuto un minimo di raziocinio, avrebbe capito che era un modo del capo di conquistare devozione e servizi. Insomma, in verità se ne rendeva conto, ma questo continuo franare verso un sentimento inspiegabile e incontenibile la prendeva come sabbie mobili.

Federica era una donna piccola e rotonda. Il seno abbondante e il culo altrettanto nel corpo sodo, tondeggiante, faceva voglia agli uomini. Come un sacco il girovita era strizzato tra le debordanti rotondità. I capelli lisci, lunghi e nerissimi. Anche gli occhi erano neri. Una presenza da novella pirandelliana. Una femmina sicula perfetta. Buona per fare figli, solo che Federica aveva studiato ragioneria, di matrimoni nemmeno l’ombra. A trentotto anni era anche stanca di aspettare, sognare il principe azzurro, sognare una cosa qualunque. Riversare così vanamente energie in questo sentimento per un uomo proibito era percorrere una strada lastricata di pene, con tresca intermedia e finale di vita fallimentare.

Solo che questa voce le penetrava nel cervello, nelle vene la pervadeva di bisogno, di premura, d’ansia. Come dovesse improvvisamente cercare qualcosa che mancava, che aveva dimenticato. Si doveva alzare per forza, fare qualcosa, muovere il corpo, reagire a questo nervosismo irrefrenabile. Le vibrazioni risuonavano dentro dalle orecchie viaggiavano fino al petto e poi scendevano fino al ventre. Quella voce la sentiva come un cordone ombelicale. La chiamava come un abisso e lei vi precipitava dentro ebbra di desiderio. E il desiderio era corporale come un pezzo di fegato, una placenta. Si coagulavano improvvisamente nella testa gli anni di rinuncia agli svaghi e al divertimento, di sacrifici dedicati alla cura della madre. Tutte le virtù canoniche saltavano e le veniva voglia di ballare, gridare, spogliarsi, tuffarsi nell’irrefrenabile. Impazzire, come un’Erinni.

Federica viveva sola. I genitori li aveva seppelliti uno dopo l’altro, il primo morto d’infarto all’improvviso dieci anni prima. Erano rimaste lei e la mamma, che poco dopo s’era ammalata di una forma di Parkinson senza tremori. Federica s’era dedicata ad accudirla con pazienza e dolcezza. Il ventiquattro novembre dell’anno prima la madre era andata via nel sonno, com’era vissuta, con pazienza e dolcezza, mentre riposava sulla poltrona preferita, come se fosse affondata nel lago della morte.

Federica era quindi rimasta sola ad abitare la graziosa casetta a due piani nel paese di Paderò, ad appena dieci chilometri dalla Sicilplast. Era rimasta anche senza lavoro. Per fortuna zio Ernesto, che conosceva mezzo paese, aveva saputo che alla fabbrica cercavano un contabile e l’aveva indirizzata. Ora Federica aveva un lavoro, una casa e la voce. La voce era il suo peggiore affare al momento. La torturava senza costrutto. Le faceva sentire tutto il peso dei suoi trentotto anni, tutto il divario sociale tra lei e il datore di lavoro, tutta la vanità di un sentimento disperso per un uomo impossibile. Per dedicarsi alla madre Federica aveva rinunciato ad amici e svaghi e scoraggiato anche qualche relazione sentimentale. Il modo in cui però si stava innamorando della voce del dr. Fidoti aveva qualcosa di patologico, sembrava una calamita, una piovra che la stesse risucchiando. Si diceva che doveva reagire, doveva cercare alternative, conoscere altri giovani, insomma, nemmeno tanto giovani, uomini comunque raccomandabili che potessero essere una buona compagnia. Così almeno le diceva zia Rosetta, la sorella di mamma e moglie di zio Ernesto. Insomma era bella che cotta. E continuava a bollire come una rana in pentola a pressione, ad arrossire e arrostire come un gambero sulla brace.

Tutto sarebbe andato nel modo peggiore e più prevedibile, se non fosse che quel giorno Federica decise ch’era ora di darci un taglio e si recò al nuovo negozio di parrucchiere del paese. Da Saverio diceva l’insegna. Pare fosse il nipote della Signora Pizzoli, tornato dopo aver vissuto per anni a Milano. Federica non lo ricordava affatto, non Saverio, non la sua famiglia e nemmeno la nonna Pizzoli, peraltro morta da dodici anni. Tutte queste cose le aveva sapute per le chiacchiere del paese. Come aveva pure saputo che il coiffeur Saverio era divorziato, reduce da una profonda depressione, conseguenza del fallito matrimonio. Era giusto tornato al paese d’origine della famiglia per bisogno di recupero e quiete.

Federica entrò nella sala ch’era vuota. Saverio aveva i capelli rossi, un grosso naso, era magro, con le spalle larghe. Il viso irregolare, il sorriso piacevole e occhi azzurri che le si piantarono addosso.  “Buongiorno” la salutò. E Federica quasi svenne. Saverio aveva la stessa voce del dr. Fidoti. O almeno a lei così sembrò. Lo guardò dritto negli occhi e capì. Sarebbe stato suo. Era il suo destino. In qualunque modo.

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