Novembre di zucchero. Un racconto di Loredana Semantica

Benedetta il primo di novembre sentiva che si avvicinava la festa. L’aria frizzantina all’imbrunire si riempiva di fumo e dell’odore di caldarroste. Spuntavano le bancarelle dei giocattoli e caramelle. C’erano luci, musica, tutta un’animazione nelle strade, un viavai di gente con i pacchi e i cartocci di frutta secca: a simenza, a calia, i favi sicchi, a nucidda americana, i pastigghie *. I bambini passavano tenuti stretti per mano dalla mamma o dal papà, altrimenti nella confusione si perdevano. Nell’altra mano tenevano uno stecco di legno attorno al quale in cima era avvolta una nuvola bianca di zucchero filato. Mangiavano la nuvola, affondando il naso nel biancore e spalancando la bocca per accogliere la matassa dello zucchero, che, prima si addensava dove avevano dato il morso in grumo dolce, poi si scioglieva in bocca mentre naso, bocca e mani diventavano appiccicosi di zucchero, quando non subivano la stessa sorte i vestiti propri o i soprabiti dei passanti. Continua a leggere “Novembre di zucchero. Un racconto di Loredana Semantica”

La signora

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“Portrait of Madame Survage”, Amedeo Modigliani

Per Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata, la parola “signora” era tra le più evocative del suo vocabolario. Suscitava nel suo animo una serie concatenata di pensieri ed emozioni. Vorticava nel cervello come una trottola dispettosa, alla quale dare spago e conto.
Oh era ben consapevole che per il vocabolario italiano era soltanto il titolo di cortesia con cui ci si rivolge a una donna sposata, versione di genere femminile del corrispettivo maschile “signore”, ma per lei “signore” e “signora” avevano tutto un corredo di significati, agitavano sentimenti che si allungavano e contorcevano in una scia di tensione e rabbia, sorriso o frustrazione.
Bastava che qualcuno le pronunciasse, perché l’ondata di queste memorie la investisse facendola per un momento, distrarre, sbandare, deconcentrare da qualunque cosa stesse facendo
Come potesse una sola parola avere tanta valenza per Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata era un fatto singolare. Ma se si fosse penetrata la sua mente, se si fossero potuti leggere i suoi pensieri, avrebbe acquistato senso cotanto alto profilo semantico.
A cominciare dal ricordo più antico e incisivo, un regalo al veleno dal padre della sua migliore amica nell’età adolescenziale: Clara. Lui, il padre di Clara, laureato in biologia, una volta, chiamato signor Tarantello dal padre di Luciana, rimarcò “Dottore prego”. “E’ questo il modo tipico di umiliare chi ha cominciato la propria vita andando giovanissimo a lavorare per mantenere la sua famiglia, sig. Tarantello” pensava Luciana “Un laureato della vita mio padre, sig. Tarantello”. Ormai il padre di Luciana era morto, come ormai morto era anche il sig. Tarantello. Che Dio li abbia in gloria. Morti entrambi, signori e non, come livella comanda, nei cieli e in terra.
Questa era una scena a cui Luciana aveva pensato mille volte, lungo il suo tortuoso e faticoso percorso accademico. Certamente tra le cose che per desiderio di riscatto, per dare motivo d’orgoglio al padre, le avevano dato la forza di perseguire l’obiettivo della laurea con la stessa tenacia di un mastino che addenta un osso e non lo molla neanche a morire.
Ma “signore” o “signora” non avevano solo una connotazione negativa per Luciana impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata. Se lei pensava alla parola “signore” le tornavano in mente certi film americani, quelli epici della storia della navigazione, dove “signore” tra gli ufficiali di marina veniva usato ad ogni fine frase con tanta dignità e sussiego, da sembrare l’appellativo di un essere superiore, ultraterreno, potenzialmente chiamato ad un atto d’eroismo che il film stesso grandiosamente celebrava, quando fosse diventato realtà. Qualcosa alla Horatio Hornblower per intenderci, nato dalla penna di Cecil Scott Forester, prototipo dell’uomo perfetto, eroico e tutto d’un pezzo. Da innamorarsene, se mai fosse esistito.
Ma lei, Luciana, ormai era signora da tantissimi anni, ad innamorarsi non ci pensava affatto, invece all’appellativo “signora” ci pensava eccome. Le tornava ad esempio in mente il fotografo del suo matrimonio, che la chiamava “signora” a ripetizione, col sorrisetto compiacente, spiegando che ormai doveva abituarsi. Era chiaramente un refrain tattico per lusingare la cliente.
Invece non fu così. Dopo il matrimonio Luciana continuarono a chiamarla “signorina” per tanti e tanti anni, fino a un momento imprecisato tra i quaranta e i quarantacinque. In un primo momento alcuni smisero di chiamarla “signorina” e passarono al “signora”, altri esitarono per qualche anno tra i due appellativi, infine, passato qualche anno ancora, tutti optarono decisamente per il “signora” in ogni circostanza. Apparve chiaro a Luciana che era diventata: brizzolata, cicciottella e attempata senza rimedio, nemmeno quello della tintura per capelli. Tutti la chiamavano “signora” perché aveva cambiato aspetto, da giovane donna in donna matura, non più giovanile, sbarazzina. Anche qui duro colpo all’autostima. Era proprio finito il tempo delle mele, cominciava quello delle rose avvizzite.
Luciana pensava che fosse un’ingiustizia che una donna dovesse essere chiamata “signorina” o “signora” a seconda del suo stato civile o peggio ancora del suo aspetto esteriore, un appellativo fortemente discriminatorio, giacché invece gli uomini in ogni caso, sposati e non, sono sempre “signore”.
La parola “signore” le faceva tornare in mente la sua collega Valeria, quando doveva chiamare un uomo del quale non conosceva il nome lo appellava con foce ferma “signore, senta signore, aspetti ha dimenticato …”. Quell’appellativo “signore” a voce alta, nel silenzio documentale, tra scrivanie e faldoni, aveva un suono, così estemporaneo, di rispetto e dignità d’altri tempi, che nessun altro avrebbe potuto altrettanto, se non Valeria. Ne sorrideva al ricordo, Luciana. E poi subito dopo si rattristava perché neanche Valeria c’era più. Anche lei aveva raggiunto il Signore. Quello in maiuscolo. Per sempre.
L’esperienza di Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata, in tema di “signore”, “signora” e titoli accademici nel mondo del lavoro non si fermava qui. Nessun altro come lei poteva sapere quante volte era stata chiamata “signora” mentre l’altra collega dei suoi dintorni era la dottoressa Colasanti o il giovanotto dell’altro corridoio era l’ingegnere Saporiti e il Direttore, dottor Cerami o Direttore, facoltativamente. Ora nessun altro poteva sapere quanto il suo titolo universitario Luciana l’avesse sudato palmo a palmo, per ogni lettera che compone la parola, esame per esame, senza aiuti esterni, interni o laterali, solo duro impegno personale. Era un mistero questa collocazione del ceto impiegatizio in impiegati di serie A e di serie B. Perché poi lei dovesse appartenere per forza al ramo B era incomprensibile. Dove fosse la falla, la carenza. L’usurpazione di cosa, quale mancanza avesse commesso per essere etichettata meno di quel che era, frustrantemente posta a confronto con altri, titolati immancabilmente, per chissà quale discesa celeste dell’investitura.
Un mistero che s’era infittito ulteriormente adesso che era diventata impiegata, brizzolata, cicciottella attempata e il più delle volte veniva chiamata Dottoressa. Finalmente anche lei sentiva pronunciare l’appellativo glorioso, conquistato palmo a palmo, per ogni lettera del titolo. Restava oscuro perché, a volte, di colpo, venisse appellata come “signora” nella bocca dei superiori alla prima proposta giudicata sbagliata o frase fuori posto, per un piccolo errore di lavoro o se si opponeva o non capiva al volo, se dava fastidio in ogni modo. Allora veniva subito sul campo immediatamente degradata al rango di “signora” come a dire: impiegatuccia incompetente o insolente. Chiaro come il sole invece che il dott. Colasanti era sempre dottore, e l’ingegnere restava ingegnere anche in mezzo alla sua inefficienza ed ai suoi macroscopici errori.
Poi non mancava il collega che parlando di quella della stanza accanto, per dire quanto fosse altezzosa o sgarbata o montata o per chissà quale altro torto nei suoi confronti, la definiva appunto la “signora”. Dando alla parola un evidente sottolineatura dispregiativa.
E per finire, ciliegina sulla torta, i famosi parenti serpenti di Luciana che la chiamavano “signora” per dire che si sentiva chissà cosa, si dava arie o importanza, che era superba o antipatica.
“L’avreste mai detto che “signora” potesse essere un modo per insultare una persona? Riflettete “signori” e “signore”. Al mondo non vi sono persone di serie A e di serie B. Solo uomini e donne. Aventi pari dignità sociale. E’ difficile questo concetto da imparare? Di sicuro la mia esperienza è che è difficile da mettere in pratica, in questa società ipocrita e graduata per fottutissimi ranghi sociali.”
Così pensava Luciana quel giorno che al lavoro si portò il fucile. Al primo “signora” che uscì dalla bocca al superiore lo inchiodò con un colpo in centro petto. “Ecco” pensò Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata e laureata. “Giustizia è fatta”.

Loredana Semantica

La signorina a colori

 

dipinto di Isaac Maimon

 

Con questo racconto ho partecipato ad un’iniziativa di Viadellebelledonne, l’inizio del racconto in corsivo è prestabilito, il seguito lasciato alla fantasia dello scrittore, l’esito dell’iniziativa è stata pubblicata in un e book qui

Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle
che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e
quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta.


La signorina a colori non ne raccontava mai. Né giuste, né storte, non dall’inizio e neppure dalla
fine. Era lei stessa una storia ed insieme tutte le storie.
Aveva due labbra sottili e ben strette dentro a custodire segreti. Nel cuore teneva una rosa, un’altra sul tavolino in un vaso bianco d’opalina. Tutti i giorni sedeva al tavolino, fuori dal bar “Portofino”, quello a tre luci sulla piazza, dove fanno i gelati buoni. La signorina a colori stava col suo cappotto nero di nerofumo avvitato sui fianchi, in testa un cappello color rosa ciclamino sul quale s’adagiava leggiadro un mazzetto di fiori pastello: delizioso. Portava la veletta sul viso, al collo una sciarpa in chiffon di un rosso vaporoso. Con un trucco pesante e il viso bianco di neve certi giorni sembrava un clown. La chiamavano signorina a colori per questo, per il suo aspetto ed anche per il nome:
Adelina Millefiori, così adatto a far rima in filastrocche bizzarre.


“La signorina millefiori
ha il naso di mille colori.”
“Adelina Millefiori
fuori dal mondo
sogna a colori”


Cantilenavano a volte i bimbi più impertinenti. E fuori lo era davvero. Di testa. Un po’ santa, un po’ matta. Eppure mai nome fu più indicato per il buon profumo che lei emanava: di gelsomino e mughetto, muschio bianco e bergamotto. Né lei si scomponeva per quelle burle, anzi ne sorrideva tranquilla e tutti i giorni la si trovava seduta al quel tavolino che sembrava aspettasse qualcosa.
Si diceva che aspettasse la rosa, il suo sfiorire. E la rosa, misteriosamente sempre la stessa, sfioriva, ma pian piano lentissimamente. Per ogni petalo che cadeva un suo capello s’imbiancava. In ogni caso non aspettava invano la signorina, prima o poi ogni giorno qualcuno si avvicinava al suo tavolino, le diceva: “Buon Giorno signorina a colori!”, si sedeva, cominciava parlando del niente poi, a voce bassa, le raccontava tutto quello che aveva nel cuore e lei, gli occhi grandissimi, ascoltava annuendo. Non che parlasse, anzi taceva con un vago sussiego, ma l’attenzione che metteva nell’ascolto, le pupille dilatate e profonde, la bocca allungata come a succhiare ogni parola, ne facevano una confidente eccezionale. E poi era bravissima a non dare consigli e a tenere la bocca chiusa: perché le persone la soluzione la trovavano da soli, solo parlando con lei, per il solo fatto di sentirsi ascoltati. Snodavano i fili del loro garbuglio, ordinavano idee confuse, addolcivano amarezze, dipanavano dubbi, stemperavano paure. A poco a poco mettevano a fuoco emergendo dal buio alla luce. Alla fine, vuotato il sacco, s’alzavano come dal confessionale. Sollevati e sereni.
Come l’amavano in quel momento i suoi paesani.
La signorina a colori insomma era voluta bene da tutti, eppure non la raccontava giusta perché
adorava sentirle raccontare dagli altri: giuste, storte, dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio. Le
storie, si sa, non hanno mai fine perché spesso dove ne finisce una ne comincia un’altra.
Ma la signorina a colori soprattutto non la raccontava giusta per quello che nessuno sapeva. Lei, quando non stava in piazza seduta al tavolino, tornava alla casa in cima alla collina e scriveva e scriveva, metteva giù tutte le storie sentite dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio, e poiché le storie si inanellano tutte, aveva formato un catena lunghissima di storie che s’avvolgeva attorno ad un gomitolo. Teneva il gomitolo in un cesto e con i ferri da lana faceva maglie di storie, gonne di storie e sciarpe di storie. Le stesse con cui si vestiva. Con altre storie faceva farina. Con la farina ciambelle, il pane, la pasta. Le cose di cui si nutriva. La signorina a colori viveva di storie.
Poi il giorno dopo tornava al tavolino e ricominciava ad ascoltare.
E questo avvenne per anni, a cominciare da un tempo che nessuno ricordava fino al giorno in cui, una sera, tornata a casa, la signorina a colori volle scrivere le storie sulla carta e con quella
tappezzare le pareti della casa. Fu un lavoro faticoso, ma l’opera finita fu una gran soddisfazione. Adelina stava lì al centro della casa a contemplare tutte le storie in bella esposizione, quando, dopo appena pochi minuti, le storie incollate alla carta da parati cominciarono a staccarsi, a svolazzare per la casa, le si addossarono volteggiando, come attratte dalla sua persona, le ruotarono attorno sollevando la gonna, strappandole il cappellino rosa, il mazzolino, la sciarpa, la maglia e pure la veletta. Tutte le storie come farfalle le mulinavano intorno e lei, sorridendo, alzò le braccia come a volare dentro quel vento fatto di segni, ad immergersi in esso, allora anche il suo corpo, polpa distorie, prese a sfaldarsi, prima a piccoli pezzi, schizzi di colore che si aggiungevano al turbine, poi allungandosi in una scia di parole, lettere, vocali, consonanti che, curvando, si disposero a spirale.
Tutto a girare in un vortice folle sempre più rapido in forte tensione verticale, fino a quando le storie, nel parossismo rotatorio, come un tornado sfondarono il tetto, raggiunsero il cielo ed esplosero a raggio senza rumore.
Le storie piovvero per tre giorni sui tetti e le strade del paese. Quelle dei figli, quelle dei padri, le
storie del cielo e quelle dei prati. La gente capì ch’era la fine di quella storia. Una folla senza parole si riunì in piazza davanti al bar “Portofino”. Cadevano gli ultimi petali dal cuore della rosa sul tavolino.

A castello di Dunnottar

Dunnottar Castle, Scotland, immagine da wikipedia

Con questo racconto ho partecipato all’omonima iniziativa del blog Viadellebelledonne

Dalla piccola stazione di Stonehaven tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar…”
La nebbia si diradò e cominciò a nevicare, la neve cadeva a piccole sfere soffici e fredde che si posavano col fruscio dei lenzuoli pregiati di seta quando la mano li muoveva o quando Marilina, nel sonno, voltandosi su di un fianco, sbrigliava le cosce morbide dal loro abbraccio avvolgente di crema.
Ci sedemmo su una roccia piatta, a riprendere fiato, a guardarci attorno, a cercare con gli occhi la secolare magnolia. “Vuoi una mela?” dissi porgendo il frutto a Marilina. Marilina si commosse per il delicato gesto di quotidianità. L’offerta semplice di cibo a lei che in quel momento niente riusciva a mangiare. Eravamo stanchi io e Marilina del lungo viaggio. In aereo, treno, automobile e con ogni mezzo di fortuna. Non era stato un bel viaggio. Dagli Stati Uniti traversando l’oceano eravamo giunti in Scozia per un patto romantico: recarci lì al castello di Dunnottar, il luogo che dava il titolo al best sellers internazionale, galeotto del nostro incontro. C’eravamo incontrati un anno prima a New York in libreria, mentre lei cercava un libro che l’attraesse ed io un saggio di storia medievale. Le avevo rivolto la parola per un’indicazione banale ed ero rimasto incantato dagli splendidi occhi verdi di Marilina. Di un brillio particolare. “Dio” pensai in quel momento “in questo sguardo verde mi ci potrei perdere per l’eternità”. Ero sgomento, come sull’orlo di un precipizio. Pur di non interrompere quel contatto visuale, continuai a parlare di tutto quello che mi passava per la mente. Le consigliai il libro di Karen Kleenex “Al castello di D”, una delicata storia d’amore ambientata in pieno diciassettesimo secolo che percorreva con fedeltà di particolari le intricate ed oscure vicende storiche del castello. Poeticissimo in particolare il racconto dei due amanti osteggiati che giuravano reciprocamente di mai separarsi ai piedi dell’albero di magnolia piantato da loro stessi in cima al promontorio. Mi sentivo stupido nel raccontare certe cose, ma non potevo farne a meno di cercare il suo ascolto, la sua vicinanza, come stordito e affamato dal verde di quegli occhi.
Ci lasciammo con la promessa di ritrovarci. Per parlare del libro naturalmente. Una volta che Marilina l’avesse letto. Ci ritrovammo perdutamente innamorati. Lei dimenticò William, il suo millenario fidanzato, io Erika, mia moglie. Un matrimonio ormai liso da anni di indifferenza e di crisi. Erika, rampolla ricchissima di una ricchissima famiglia pensò bene di farmela pagare, perseguitandomi senza alcuna tregua ed esclusione di colpi. Non ultimo quello di scatenarmi contro le figlie che adoravo. Ero distrutto dal bisogno di difendere l’amore ritrovato, dal desiderio di non perdere l’amore delle mie bambine e dalle battaglie legali estenuanti. Per questo, anche se non era ancora la stagione calda, io e Marilina avevamo pensato a questo viaggio, ne sentivamo un bisogno quasi fisico: staccare da tutto quello che era orpello, ostacolo al nostro essere uniti. Adesso finalmente eravamo lì, ad un passo dal nostro sogno, caparbiamente convinti che una romantica ingenua promessa potesse capovolgere ogni cosa.
Era la fine di marzo, nonostante avvertissimo il freddo, non si stava male tra i ruderi del castello di Dunnottar, la neve ovattava ogni suono, il rumore del mare, il richiamo dei gabbiani, come se qualcuno avesse abbassato il volume del sonoro di un video Nell’aria una scia dolce di profumo ci faceva da guida. Ci alzammo per raggiungere l’albero incantato. Tra le rovine s’ergeva scuro e magnifico. Le grandi foglie lucide e verdissime. Non c’erano fiori sull’albero ma l’aria, la neve, il respiro odoravano come se l’albero fosse splendidamente in fiore. All’ombra della sua chioma avremmo giurato di restare per sempre uniti e così sarebbe stato. Entrammo nello specchio d’ombra della magnolia e l’uno di fronte all’altro e ci prendemmo le mani nelle mani, guardandoci negli occhi in una mutua intesa d’amore.
Sotto l’albero non c’era neve, non c’era freddo, né pensieri, né dolore. Si stava così bene che io e Marilina scorgendo un incavo adatto formato dai solchi profondi delle radici che s’interravano, ci accucciammo ai suoi piedi, le spalle poggiate ad un ingrossamento legnoso che ci sosteneva, e restammo abbracciati nel covo per un tempo che non saprei quantificare.
I soccorritori trovarono così i nostri corpi senza vita. Abbracciati allo stesso modo. L’aereo che dagli Stati Uniti ci aveva portato in Europa era precipitato. Gli incaricati separandoci per infilarci nei sacchi di plastica ebbero netta la sensazione di commettere in quell’atto un inspiegabile sacrilegio. Inspiegabile come il sorriso che attoniti rimasero ad osservare sui nostri volti.

Profilo di massa

Fernando Botero

Con questo breve racconto ho partecipato a “Ottavo Banco” un’iniziativa di RossoVenexiano.

Incominciare è facile. Basta pressare il tasto con un dito e il frullatore gira impazzito. Un frullato di banana e mela per cominciare la giornata. Un uovo fritto, un succo di frutta, un panino col prosciutto, nemmeno il latte deve mancare per le ossa, il calcio e tutto il resto dell’impalcatura. Giorgio rifletteva tra sé mentre preparava la ricca colazione che ogni mattino lo saziava. Quel giorno era cominciato al meglio, aveva in casa ogni cosa buona e fresca,  appena comprata, ma se anche mancava qualcosa s’arrangiava pur di ingurgitare una quantità di cibo a suo modo adeguata. Percepiva sempre una fame fuori misura e questo mangiare senza fondo gli aveva conquistato chili su chili.

Se ancora non era disgustoso alla vista era solo grazie al suo metro e ottantanove d’altezza, lungo il quale in verticale si distribuivano muscoli allenati da decenni di piscina, mentre le spalle irrobustite ed allargate dalle bracciate a nuotare, sviluppavano in orizzontale un’ ampia linea, cosicché l’insieme del corpo più che grasso appariva massiccio, imponente.

Frullava ancora Giorgio e mentre pensava che mai e poi mai sarebbe rimasto senza la sua colazione ideale.

Se non bastava l’uovo c’era la marmellata, qualche fetta biscottata, biscotti secchi, farciti, wafer, salumi vari e brioches, soprattutto le briosches, vera goduria consolatoria. Oggi in programma  una bella sfoglia ripiena di crema al cioccolato, l’avrebbe presa al bar durante i dieci minuti della  pausa dal lavoro.

A casa il cibo non sempre era fresco, ma questo a Giorgio poco importava, doveva mangiare, riempire il vuoto, saturare lo spazio che seguiva il palato, sedare quel buco che rodeva giusto al centro della sagoma del corpo, all’altezza dell’addome, e solo dopo averlo colmato era pronto per cominciare la giornata.

Lavorava presso un’agenzia di viaggi. Era attento e gentile con i clienti, consigliava viaggi esotici alle coppie annoiate, itinerari romantici a quelle appena sposate, poi gite per la scuola, viaggi per single e famiglie. Prenotava per uomini d’affari. Tutto programmato alla perfezione: orari, alloggi, mezzi, coincidenze e visite guidate.  Era in gamba nel lavoro e questo gli conquistava mille amicizie, anche importanti.

Giorgio adorava avere amici. Per essere precisi adorava avere gente attorno, vivere nella confusione, anzi, per essere ancora più precisi, non sopportava la solitudine. Come in quel momento che Marco era in viaggio e Luca era dovuto andare presto al lavoro e in casa regnava il silenzio. I pensieri così si snodavano senza argini, seguendo il filo soffocante delle sue paure. Paura di morire, paura delle malattie, paura del terremoto. Esse venivano fuori proprio quando Giorgio era solo e nessuno riempiva quell’altro vuoto, un risucchio diverso eppure simile a quello insidioso al centro della pancia: il rimbombo del silenzio nello spazio circostante. Giorgio desiderava spasmodicamente che l’ambiente fosse sempre riempito, occupato, saturato da rumori, voci, musica, gente, televisione e soprattutto aria. Solo così non si sentiva mozzare il respiro. La claustrofobia completava  il ventaglio delle sue paure, su tutte infatti dominava il bisogno che l’aria entrasse a irrorare i polmoni, a carezzare con un soffio il viso contratto. Per questo aveva scelto quell’appartamento ampio di luce e finestre spalancate. Un luogo lussuoso e costoso che aveva condiviso con due amici, single anche’essi: Marco e Luca.

Giorgio ancora all’opera col frullatore, infastidito pensò “Basta, qui non resisto più, questo silenzio mi fa impazzire”. Con gesti nervosi versò il frullato nel bicchiere, accese il televisore, ingurgitò il frullato, il panino, l’uovo, il succo e, lasciando l’apparecchio acceso, scappò via al lavoro. Scendendo le scale, naturalmente. Mai preso un ascensore.

La risata

Umberto Boccioni, La risata

“Allora mi scusi” lei disse e chiuse, schiacciando il tasto di fine conversazione. Poi cominciò a sorridere, come solo lei sapeva, irresistibilmente, sollevando gli angoli delle labbra, cercando di trattenersi senza riuscirvi. Sempre sorridendo cominciò a muoversi rapidamente, a riordinare cose inutili, facendo la cosa più inutile del momento, visto che il resto del corpo non smetteva di ridere, il suo cervello non smetteva di ridere ed il cuore pure rideva, di un riso invincibile, liberatorio. Il riso trametteva alla pelle un tremore particolare e il tremore si propagava all’interno, come un movimento tellurico che frollava la carne a budino, privandola di vigore. All’esterno intanto la bocca, ormai scopertamente aperta, rideva e non solo quella. Anche le mani si misero a ridere, a cominciare dalle unghie, che si sollevarono contemporaneamente dalla falange di colpo, restando attaccate per la rima alla base dell’unghia, poi ricaddero giù sulla carne al di sotto e, ridendo, si aprivano e chiudevano come labbra di un pupazzo di pezza tutto bocca.

Sotto i seni si spalancarono aperture di bocche a risata tremolanti e dietro le orecchie, nel punto in cui la cartilagine si attacca alla testa, si formarono altre crepe risolenti. A seguire iniziarono a ridere gli incavi di gomiti e ginocchia, si spaccarono in una ferita incisa nella piega di gambe e braccia in perpedicolo alla linea degli arti. I lembi dell’incisione sembravano labbra che si aprivano e chiudevano come le valve di una vongola, e intanto sul fondo si sentiva il gorgolio del riso. Bocche si aprirono anche sotto le ascelle, cominciando a ridere sommessamente e poi fu la volta delle pieghe dell’inguine che, sgomitanndo verso la vagina, ridevano sguaiatamente. La vagina dal canto suo già rideva da un pezzo, nascosta dalla biancheria di pizzo, aveva già cominciato per prima, prima ancora della bocca posta al centro della faccia. Gli occhi invece restavano seri, mentre altre pieghe del corpo seguirono la stessa sorte. Quelle tra le dita dei piedi e delle mani si aprirono al riso, quella al fondo della schiena si scucì come il fondo di un pantalone liso. E rideva.

Dalle bocche spalancate non fuoriusciva sangue, ma stillava una sorta di liquore cristallino che, simile alla saliva, dal centro trasudava trasparente, agli angoli schiumava biancastro e ristagnante.

La risata, ormai disseminata in ogni piega, faceva vibrare i muscoli diventati di gelatina. Ad un certo punto la vibrazione della carne si fece squassante, cominciò a tramettersi alle ossa, demolendone la struttura, rendendole dapprima elastiche poi friabili come grissini. E mentre il riso ormai riempiva la stanza e il corpo era una massa di bocche in vibrazione, si ruppero i giunti e i legamenti, le ossa cedettero di colpo, la massa gelatinosa precipitò verso i piedi, spiaccicandosi in una pozzanghera di melma rosa. Lei allora si alzò, prese uno straccetto da cucina, asciugò la macchia di riso per terra e andò in piscina.

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