Trobar clus

Di versificare impianti

e stati pregevoli di luce

che si raccoglie attorno

intensa all’ombra

e sfoca

ai piedi d’alberi nodosi

in trecce e rami lunghi di radici.

L’arte del dire stagna

dimora nei rivoli complessi

pressando forme inette

in basso dove

un modo vale l’altro

per inerzia.

 

Si gonfiano le foglie innumerevoli

come teste belanti a pullulare

il brodo del molteplice disperso

anime protese verso il sole

che trovano la notte

nell’esodo immancabile

del fare.

Legami

Ci sarai di nuovo quando

l’apparenza

prenderà la forma

intensamente desiderata

allora le membrane impazzite

cederanno.

Sfaldando

quegli involucri forati che nel tempo

di lacrime hanno tenuto

le volute cerebrali

insieme fasciando volpi e legami

bende e sangue.

Ci sarai d’incanto

e magnifico ectoplasma

magmatico di pianto

ci sarai.

E sarà di nuovo

vita estrema e luce

(d’inferno)

l’io macerando.

 

L'unisono

Noi soli saremo

essendo noi stessi

complemento

l’un l’altro esistendo

l’unisono

come se fosse cosa preziosa

preziosa cosa nascosta al mondo

come se sfiorarla

potessimo

con le punte delle dita penetrando

più a fondo

più in dentro all’interno  

pulsando (il cuore

vivo tra le mani)

nel movimento.

Semantica (intermedia)

Dire a cenni dopo vieni

e senza esempi

vieni

dentro il chiodo fisso

l’inazione

a spremere parole

di un tuo tremore autentico

nel sole

a tratti dormo

un sonno atrofico di valvole

slego il perdono dalle occhiaie

lo rivolgo dove cade

esattamente dentro

un torpore impraticabile

che assottiglia

l’indifferenza immane.

Semantica (definitiva)

Dice a cenni dopo vieni

e senza esempi viene

il chiodo fisso

l’inazione

a spremere le costole

di torpore insostenibile.

 

A tratti sporge un ricordo

atrofico di vertebre

occhiaie infantili ad ombreggiare

viola al di sotto delle palpebre

dove per errore cade l’orlo

più a destra del corpo

irraggiungibile

il confine tra le scapole.

 

Cola  verso il basso

l’indifferenza immane

dentro ovuli ostinati

vasche buchi otri

scomposti vuoti a perdere

che scoprono sul ventre

l’assenza

semantica di un nome

almeno ad alzo zero

o quasi senza.

 

Obsession

Ossessione era il lampo

fiorito di spine tra le costole

affiorate schiumando sulla bocca.

L’incanto era il giorno di Pasqua

una tavola imbandita per la festa

i parenti  tutti in concerto

a presenziare

la sedia vuota sulla quale

materializzato dall’intento

per desiderio spasmodico

di sangue sorgeva un corpo

impercettibile sagoma di bianco.

Un mistero come gli altri

non riuscissero a vedere

l’arpa armonica spezzata

la curva spiovente delle spalle

le orbite divelte a cucchiaiate

gli atomi impazziti nella stanza

di luce vorticante

che recavano ogni tanto

un poco di sollievo

al respiro insostenibile

strozzato tra le gambe.

Alone

Quando mai amore amato

amai leccando vastità

che se il pensiero sfrigola

castagne spreme lingue

fuoco rutilante dove

s’alza arena langue

solo se ti servo alone

chiamami nel lampo

dammi l’inventario

delle occhiate

just one

vela l’incostanza di veleno

fallo con senza

indifferenza

giaci nel boudoir d’incenso

e brucia.  

Fine in fieri

Informi giorni ed occhi

i bulbi liquefatti l’ingranaggio

il monitoraggio accurato dei sintagmi 

svolto dentro gli orologi

al tempo stesso informi.

Contiene solo attese 

il molteplice risveglio

nell’attrito movimento 

gridare ed ardere d’inferno

infilare passi fino a cento 

per travasi d’abbagliante

vivere e  morire

di fine desolata

infinitamente.

Non ti muovere

Lei chiedeva aiuto

ed era

poco prima di morire

all’amica disse

se puoi  stammi vicina

ad alcuni chiese scusa ad altri solo

perdono

poi buttò alle spalle 

ogni respiro e giù dal ponte

in fondo alla scarpata

concluse i propri sogni

da leone

del resto ormai era tardi

e poi qualcuno già l’aveva scritto

che non bisogna amare troppo

perciò lui vada in pace

da ogni peccato assolto

infatti lo sapete no

che son le donne

a scegliersi gli amanti.

Gotica

Tu che non mi hai mai cantato

di nessun parto generoso

e per la frusta hai perso il vento

il nome

il mio scalpello ucciso dalla noia

tu che hai distratto

la penna dalla carta

a stilettate e morsi

calibrati

l’altra che mi dipinge ambigua

di broccato

strega gotica e discinta

io che di mostri ne ho piene le bisacce

stanchi i reni

cervello mani ed interiora

il midollo che geme trenta versi

stremati da rigori siderali

un’altra storia è quella

che la poesia fiorisce dal costato

bianca sulla bocca

che tanto scriverla

non salva.

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