Preludio

provi una nausea leggera. come quando venisti al mondo. a guardarlo adesso come allora. c'è di stupefatto. solo il senso d'impotenza.
 

Fino al volo

il presente è carico di istanti. come il diaframma contratto nel singhiozzo. come possibili scenari. aperti e chiusi. divelti uno dopo l’altro.

le facce ad una ad una sono distanti. sempre più bianche. non hanno forma i nasi. non i colli. in massa gli ovali si addossano ai capelli. nei volti l’informe percezione dei miei occhi.

d’essere poeta. non l’ho desiderato. solo il divario cresceva. nella dura madre. fino al distacco dalla pianta. fino al volo. le radici come croci verso il cielo.

Passo di luce

il caldo scioglie la resina, l’asfalto, la granita nel bicchiere. lo schermo tenta inutilmente la frescura. filtra un chiarore implacabile che risolleva il giorno. da ieri risento le cicale. è il suono che rigenera l’estate. spaccando la terra. la sua inestinta arsura.

mia massacrata terra. riarsa al solleone. ardente di radiche e vendette. crudele madre massacrata. di crepe e di purezza. bianche le rocce a sconfiggere le nuvole. un ammasso sferico di bolle. candide e imprendibili. il nulla che si specchia negli occhi della mantide.

poi c’è il terzo passo. quello che afferra la distanza. che dal tempo del passaggio rivendica lo stretto. e non è l’acqua. non è l’aria. non i campi non la macchia. non il vento del mediterraneo. ma è qualcosa che prende nel respiro. limpido su un’isola. e lo fa grande azzurro vivo.

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