Quanto amore?

tratto da qui

Le muse sono nubili?

di Roberta Borsani

Le Muse sono tutte nubili. Nessuna di loro ha famiglia. Arte e affetti domestici vivono un difficile rapporto, fatto più di opposizione che di partecipazione. Questo è quello che generalmente si dice. Infatti cresce il numero di individui che, per potersi dedicare interamente all’arte, non mette al mondo figli, non si lega, perfino si separa. Per potersi meglio dedicare alla poesia, alla pittura, alla scrittura…Allora, si conclude, è in aumento il numero degli artisti, e cresce la qualità delle opere?
No, affatto.
Perciò c’è qualcosa che non torna e il rapimento di chi si dice risucchiato dal proprio delirio creativo risulta, di fatto, sterile. Senza cuore, senza nerbo, senza sangue. Era necessaria tanta solitudine dell’anima, tanta rinuncia, per produrre un risultato tanto scialbo? continua a leggere

Il primo luogo della bellezza

tratto da qui

Il luogo dell’estetico: l’immagine di Valter Binaghi


Marc Chagall – Promenade

Quando penso che la vita è breve, i figli se ne vanno e i miei romanzi non saranno indimenticabili, anzichè farmi prendere dallo spleen (“Sono il Re di un paese piovoso…” scriveva il primo poeta che ho veramente amato, Baudelaire) mi avventuro come un turista accaldato nelle sempre fresche acque della mia vera ossessione: scoprire il luogo dell’estetico, convinto come lo era Dostoevskij che sarà la Bellezza a salvare il mondo. continua a leggere

Il fare che nobilita l'uomo

tratto di qui

IL FARE CHE NOBILITA L’UOMO 

di Roberta Borsani

 

Primo maggio, festa dei lavoratori. Festa di tutti coloro che fondano nel lavoro la consapevolezza del proprio valore politico e sociale. La stima e l’affetto di parenti e amici ci fanno sentire amati per quello che siamo, semplicemente perché “siamo”. Ma il lavoro è la base dell’autostima raggiunta in un contesto comunitario, e fondata non tanto sull’essere ma sul fare. Non a caso la rivoluzione industriale e il sistema capitalistico hanno proceduto in primo luogo, e finché gli è stato possibile, allo smantellamento dei mestieri, con i loro “segreti”. Prima si è distrutta l’arte del lavoro (ridotto, com’è noto, a merce), poi si è decretata la scomparsa del cosiddetto “prodotto di qualità”, in cui il lavoratore si compiaceva come il padre si compiace nel figlio, secondo una sorta di legge naturale. continua a leggere

Sdegno e stasi – La scatola che ci plasma e ci svuota

Li segnalo insieme perchè sono da leggere in relazione: sdegno e riflessione o viceversa.

tratto da qui

Sdegno e stasi

by maebasciutti

"Ora è vero che proprio per le cosidette leggi dell’avanguardia nessuna situazione può essere congelata, nessuno stile innovatore può sopravvivere tanto tempo senza diventare a sua volta accademia, comunque è anche vero che il pericolo in cui l’avanguardia sempre incorre quando tenta di andare avanti è tornare indietro. Di questo pericolo la neoavanguardia italiana è sempre consapevole? La risposta è dubbia.” continua a leggere

tratto da qui

La scatola che ci plasma e ci svuota

di Stefano Guglielmin

Specchio delle brame da tardo impero, piccolo Eliogabalo arbasiniano, che attraversa l’età trista contemporanea, schizzando fuori dalle orbite i propri figli irriconoscenti, pagati bene solo se imbraghettati nel signor sì di regime, la tv italiana, mai come ora, mostra tutto il suo sugo da porcile a condire un bilateralismo catodico, dove la virtù infiamma nelle scoregge seriali – dai pacchettari raiuno ai caini analfabeti, dai tgquattro naziona-populisti ai baccanali linguastici camuffati da talk show – ed il vizio s’incarna nella debolezza troppo umana (Morgan che s’infatua per il miraggio olfattivo, mortificando le vibrisse; Marrazzo che cerca la rima fra le gambe, a Vigna Clara) o nello sberleffo sopraffino, come quando, a La prova del cuoco, Beppe Bigazzi, (ex amministratore delegato della Lanerossi) insegna a cucinare il gatto, strappando l’anima e l’ostia a tutti i buoni della penisola, vicentini compresi. continua a leggere

Vigilia

Un post limpido che profuma di buono, tra i più belli che abbia letto in questi ultimi tempi e in calce al post una bellissima poesia che comincia così:

Dire le ore
che passano, sempre
di più assomiglia ad uscire
di casa quando ancora è buio, ancora
tutti dormono, sentire

l’intero post e poesia qui

La sintesi di una vita

tratto da lapoesiaelospirito

di Vito Mancuso

Nei primi mesi del 1916 Ludwig Wittgenstein, volontario nell’ esercito austriaco, si trovava in Galizia sul fronte orientale col reggimento impegnato a sostenere il più grande attacco nemico, la cosiddetta Offensiva Brusilov. In mezzoa perdite altissime la sua azione dovette essere di un certo rilievo visto che il 1° giugno venne promosso caporale e il 4 decorato al valor militare. Pochi giorni dopo, l’ 11 giugno, colui che diventerà uno dei più grandi logici e filosofi del Novecento, annota sul suo quaderno: «Il senso della vita, cioè il senso del mondo, possiamo chiamarlo Dio. Pregare è pensare al senso della vita». Io penso che per ogni essere umano la vecchiaia sia paragonabile a una trincea della Prima guerra mondiale. Sono finite le cerimonie, le marce, le sfilate, gli inni, le retoriche che fanno da preambolo non solo alla vita militare delle retrovie, ma anche alla vita quotidiana nella gran parte dei suoi momenti. Giunge il momento del redde rationem, il leopardiano «apparir del vero». continua a leggere

Il pianto dell’anima

 tratto da qui

IL FARMACISTA DI AUSCHWITZ di Dieter Schlesak, Garzanti 2006

Il farmacista di Auschwitz

Non dite mai: “Io ho letto i libri di Primo Levi, di questo e quest’altro, io dell’Olocausto so tutto”. Primo perchè certi libri non sono informazioni o storie in più da registrare, ma abissi in cui immergersi per perdere le proprie facili, ideologiche certezze e ritrovare la vita dello spirito. E poi perchè quella frase l’ho detta anch’io, prima di leggere questo libro. E adesso me ne vergogno. Espressioni mirabolanti sulla stupenda letterarietà del testo o sulle autentiche rivelazioni che può darvi, ve le risparmio.
Leggetelo, e basta.

Le memorie del boia

Dottor Fritz Klein di Zeiden: «Quando arrivavano ad Auschwitz dei trasporti, il compito dei medici era di identificare le persone inadatte o inabili al lavoro. Ciò riiguardava anche bambini, vecchi e malati. lo ho visto le camere a gas ad Auschwitz e sapevo che coloro che seleezionavo dovevano finirvidentro. Ma ho sempre agito unicamente in base ai comandi. Tutti i comandi erano impartiti solo oralmente. [ … ] lo non ho mai protestato per il fatto che degli esseri umani fossero spediti nelle camere a gas, benché non fossi d’accordo. Se uno è nell’esercito, non può certo protestare.
Prendere parte a quei défilé di sicuro non era un divertimento, perché sapevo che le persone che selezionavo finivano nelle camere a gas. Le donne rimaste incinte nel lager, e così divenute inabili al lavoro, furono anch’esse selezionate in successive ispezioni».
Klein, condannato a morte a Bergen-Belsen da una corte britannica, fu impiccato il 13 dicembre 1945 a Haameln. La sua ultima foto: in maniche di camicia. Magro e assente. Già morto da vivo. continua a leggere

Dal web scritti scelti di riflessione 7: perchè i poeti sono poveri?

tratto da qui

Perché i poeti sono poveri?

Vi siete mai chiesti perché i poeti sono poveri? Almeno quelli veri…

Mia moglie non butta mai niente, figuriamo i testi scolastici. Un giorno in un armadio polveroso, mettendo a posto, è spuntato un tomo giallognolo senza copertina. All’interno, di traverso, c’era appuntato nome e cognome di mia moglie, nonchè la classe frequentata (3°E) . Un volume bello vissuto di 1241 pagine. Sfogliando inciampo su un intenso pezzo a pag 795, sempre attualissimo nonostante abbia quarant’anni. Un articolo scritto da Domenico Porzio, ripreso dalla rivista Epoca XXI, 1970, dal titolo: perché i poeti sono poveri? (risposta alla domanda di un ragazzo fatta al giornalista).
Vi invito alla lettura, a riflettere, a pensare perché in Italia le cose non cambiano mai.
 
“Io da ragazzo stavo in una strada dove abitava un poeta povero. Viale Mugello, prima della guerra, era ancora periferia di Milano: un viale largo, spartito in tre vie da due aiole d’erba gracile e da due file di platani; un viale breve, con una scuola gialla e poche case, mozzato ai lati dai un binario della ferrovia. continua a leggere

Lo strappo nel cielo

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Lo Strappo nel Cielo from Stefano Meazza on Vimeo.

tratto da qui

La crisi, quindi: condizione di lucidità terribile, che mostra il mondo nella sua nudità e mutezza. Lo “strappo nel cielo di carta” è l’immagine che Pirandello (1904) usa per definire la condizione di Amleto[5]. Egli non si strugge per ciò che avviene nel suo mondo – la morte del padre, il tradimento della madre, l’amore per Ofelia -, bensì s’interroga sulla consistenza stessa di quel mondo. Amleto coglie l’inconsistenza della realtà. L’evento luttuoso ha in ciò soltanto il compito di fare alzare lo sguardo dell’uomo verso quella zona morta della visione, quel buco narrativo nel tessuto dell’essere: pone fine al divertissement, infinita parata di simulazioni che coprono la vistosa fessura. Lo strappo, evento meta-teatrale per un burattino, diventa meta-fisico per l’umano. La medesima immagine evoca Zweig per Tolstòj: “Vi è ora nella sua anima uno strappo, una fessura stretta e nera che l’occhio sconvolto fissa suo malgrado, nel vuoto di questa presenza estranea, fredda, scura, inafferrabile, dietro la nostra vita, calda e gonfia di sangue – l’eterno niente dietro l’effimero.” leggi tutto

Il segreto

tratto da qui

Il segreto

di Marco Belpoliti

“Il segreto sta nel nucleo più interno del potere”, scrive Elias Canetti in Massa e potere. I detentori del potere cercano sempre di vedere a fondo, di scandagliare le intenzioni altrui, senza tuttavia mai lasciare intravedere le proprie. Il segreto è la fonte stessa del potere: c’è chi sa e chi invece ignora. Il potente cerca di conoscere i segreti degli altri, li persegue, li ascolta, li registra, li scheda. Questo è il “segreto offensivo”, contrapposto al “segreto difensivo”, che consiste nel semplice atto di non far conoscere i propri segreti agli altri. Il potente esercita entrambi, mentre gli uomini comuni hanno a disposizione solo quello difensivo o passivo.
Oggi nella società della comunicazione i segreti non sembrano esistere più: tutto è esposto, tutto è visibile, tutto è ascoltabile. Da Facebook a You Tube ogni cosa – sentimenti, antipatie, simpatie, amicizie, frequentazioni, immagini di sé e dei propri cari, viaggi, preferenze, passioni, trasgressioni – è messa continuamente in mostra in una società fondata sulla trasparenza. Non c’è privacy che non possa essere violata, dal conto bancario all’e-mail, dalla scheda sanitaria alla bolletta elettrica. Una società di guardoni e superguardoni, in cui noi tutti finiamo inevitabilmente per essere gli scrutatori degli altri, in cui tutti guardano tutti, e subito registrano. L’unica cosa che sembra far paura è l’anonimato: essere “qualcuno” è una necessità sociale primaria. continua a leggere

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