La sfida del fondamentalismo

articolo di Deborah Mega, tratto dal blog LIMINA MUNDI

Imagine there’s no countries

it isn’t hard to do

nothing to kill or die for

and no religion too

imagine all the people

living life in peace

JOHN LENNON

C’era una volta l’Arabia felix, quella che i Romani immaginavano come un luogo fiabesco perché fertile grazie alle piogge portate dai monsoni, importante crocevia di merci di lusso provenienti dall’India e dall’Estremo Oriente nonchè culla di grandi civiltà. Dopo la predicazione di Maometto, a partire dal VII secolo, gli Arabi costituirono uno Stato in cui potere politico e religioso erano strettamente uniti. Sappiamo infatti che il Corano contiene norme religiose e regole di comportamento, gli stessi califfi erano capi religiosi e allo stesso tempo politici. Dopo la prima guerra mondiale i vari paesi hanno adottato politiche differenti. Kemal Ataturk ad es. in Turchia eliminò il diritto religioso dalla vita amministrativa, dal sistema educativo e giudiziario dando vita in questo modo ad uno stato laico. Da quel momento alcuni stati seguirono l’esempio turco, altri rimasero legati alla tradizione. Negli anni Settanta del secolo scorso, nel mondo arabo si è diffuso il fondamentalismo o integralismo islamico. I fondamentalisti vorrebbero che negli Stati musulmani fossero applicate con rigidità le norme morali, penali, religiose previste dal Corano. Maxime Rodinson, esperto di cultura araba scrive: “Gli integralisti in questo periodo hanno molto successo presso i gruppi più poveri della popolazione che vedono nell’Occidente un nemico che li sfrutta economicamente e impone la sua cultura. continua a leggere qui

I bambini di Terezin

tratto da qui

Mai scenda il silenzio

“La memoria costruisce templi contro la morte. Dio non è che materia filata dai ricordi.”

(In memoria di M.M. e A.M.)

    Il ghetto di Terezin durante la seconda guerra mondiale fu il maggiore campo di concentramento sul territorio della Cecoslovacchia. Fu costruito come campo di passaggio per tutti gli ebrei del cosiddetto “Protettorato di Boemia e Moravia”, istituito dai nazisti dopo l’occupazione della Cecoslovacchia, prima che gli stessi venissero deportati nei campi di sterminio nei territori orientali. Più tardi vi furono deportati anche gli ebrei della Germania, Austria, Olanda e Danimarca. Nel periodo in cui durò il ghetto – dal 24 novembre 1941 fino alla liberazione avvenuta l’8 maggio 1945 – passarono per lo stesso 140.000 prigionieri. Proprio a Terezin perirono circa 35.000 detenuti. Degli 87.000 prigionieri deportati a Est, dopo la guerra fecero ritorno solo 3.097 persone. continua a leggere

La riparazione della poesia

 tratto da qui

da «La riparazione della poesia» di Seamus Heaney

di Margherita Ealla

[…]

uno della ciurma scese a strattoni per la corda
e lottò per disimpigliarla. Niente da fare.
«Non sopporta la nostra vita quaggiù e annegherà»,

disse l’abate, «se non l’aiutiamo noi». Detto fatto,
la barca libera fece vela, e l’uomo risalì
dal meraviglioso come l’aveva visto lui.

[S. Heaney, Veder cose]

.

Questa poesia conclusiva del libro, descrivendo il rapporto del meraviglioso immaginativo che «preme contro la pressione della realtà», ne contiene anche l’inizio, e perciò da essa parto per segnalare questa lettura come importante approfondimento rispetto diversi input e riflessioni che mi sono giunti, fra gli altri, da post recenti, aventi tag di poesia civile, indipendente, poesia e ruolo, o titoli espliciti a richiamare il mercato poetico, o, ancora, post in qualche modo riparatori nel rendere tributo ad un autore (specie se scomparso e scomparso sua sponte).
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Il sacrificio di Fukushima

tratto da qui

Il sacrificio di Fukushima

di Marco Rovelli

Connesso di continuo in questi giorni, a seguire gli sviluppi del disastro giapponese. I sensi all’erta, il pericolo che ci minaccia. Una nube, ancora. Una nube che sfugge, inafferrabile, senza riguardo per frontiere e religioni. Incarnazione tangibile (nella sua intangibile numinosità) dell’essenza perversa del capitalismo globale. Poi, nel cuore del disastro, la vicenda dei cinquanta tecnici della Tepco che hanno scelto volontariamente di restare nella centrale di Fukushima a fronteggiare la catastrofe. Che hanno scelto la morte. 

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Prede e predatori

tratto da qui 

Prede e predatori

Racconto tratto da “Pesci, uomini e lupi”  di Daniele Gigli – L’orecchio di Van Gogh, 2005
 

OK, vi insegno a prendere i pesci con le mani ma è necessaria una premessa: saranno ammessi al corso solo coloro che sapranno capire che non c’è ferocia ne’ atrocità nella quotidiana lotta tra prede e predatori e che riusciranno a vedere nei ragazzi del branco selvaggio solo degli animali tra gli animali, guidati unicamente dal loro istinto e per i quali la pesca con le mani aveva il significato di una tecnica di sopravvivenza in un mondo primitivo.
Innanzitutto dimenticatevi di aver ricevuto un’educazione, un’istruzione e svariate fregature che vi hanno insegnato a diffidare e per le quali avete smesso di essere romantici e di credere ai sogni e cercate il vostro io bambino, quello in cui l’istinto ancora la faceva da padrone, l’animale che è in voi per intenderci. 

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L'io onnipotente

tratto da qui

PSICOLOGIA PER ALICE(3) I segni dei tempi

di Valter Binaghi

Credere che l’uomo sia immutabile e con lui le possibilità patologiche, è una grossa ingenuità. Ogni tipo di società è soggetto a rischi peculiari, e presta il fianco ad aggressioni morbose che nascono dai limiti stessi della configurazione sociale, della divisione del lavoro, dei rapporti tra sessi e generazioni, della pressione esercitata sulla famiglia.
E’ sotto gli occhi di tutti la crescita esponenziale di violenze contro le donne (dallo stupro all’omicidio), dietro cui un certo femminismo vorrebbe vedere un rigurgito del maschio-patriarca, frustrato nelle sue aspettative da una femmina sempre più emancipata.
Personalmente questa diagnosi non mi convince affatto, perchè nasce dall’isolamento di un fenomeno patologico (pure increscioso e importante) rispetto ad altre patologie altrettanto conclamate, che rigurdano invece soprattutto le donne del nostro tempo, il che fa pensare a un generale indebolimento dei meccanismi di difesa dell’io, in altre parole ad una crescente fragilità dei soggetti che è trasversale all’appartenenza di genere. continua a leggere