Una dichiarazione di poetica

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Bartolo Cattafi – Poesie e una dichiarazione di poetica

di Giacomo Cerrai

Torno volentieri su Bartolo Cattafi, gia pubblicato QUI, un post che ha riscosso parecchi consensi tra gli amici che seguono il blog. Immagino che la ragione risieda nel fatto che Cattafi e la sua poesia assomigliano molto a uno di quei bisogni che sentiamo di avere senza averne ben chiaro l’oggetto, qualcosa che amiamo e ignoriamo allo stesso tempo. E non è strano, da un certo punto di vista, che luci e ombre (e qualche dimenticanza) accompagnino la sua fortuna critica. Eppure ogni volta ci affascinano i suoi versi limpidi, il suo essere cittadino libero ovunque e insieme la sua forte “sicilianità”, la sua padronanza del linguaggio (spesso Cattafi scriveva di getto ed era il modo che preferiva) accompagnata alla consapevolezza della sua crisi e del continuo combattimento con la parola che il poeta, ogni poeta, sente inevitabile e infinito. continua a leggere

La poesia cambia il mondo

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“La poesia cambia il mondo”

di: Anna Vasta – 25 dicembre 2011

No, non si tratta del manifesto di una nuova avanguardia di poeti guerrieri, eterei cavalieri Jedi (Roberto Galaverni in “Il poeta è un cavaliere Jedi” – Fazi Editore) impegnati in una lotta senza quartiere contro le forze negative, portatrici d’irrealtà e di morte, incarnate nell’ “Impero” (Star Wars). È il tema di un dibattito sulla poesia- che cos’è la poesia e se ha ancora una sua ragion d’essere in una contemporaneità che sembra ignorarla, e misconoscerle ogni senso- che si sta svolgendo da qualche giorno sulle pagine culturali del Corriere della sera. continua a leggere

La riparazione della poesia

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da «La riparazione della poesia» di Seamus Heaney

di Margherita Ealla

[…]

uno della ciurma scese a strattoni per la corda
e lottò per disimpigliarla. Niente da fare.
«Non sopporta la nostra vita quaggiù e annegherà»,

disse l’abate, «se non l’aiutiamo noi». Detto fatto,
la barca libera fece vela, e l’uomo risalì
dal meraviglioso come l’aveva visto lui.

[S. Heaney, Veder cose]

.

Questa poesia conclusiva del libro, descrivendo il rapporto del meraviglioso immaginativo che «preme contro la pressione della realtà», ne contiene anche l’inizio, e perciò da essa parto per segnalare questa lettura come importante approfondimento rispetto diversi input e riflessioni che mi sono giunti, fra gli altri, da post recenti, aventi tag di poesia civile, indipendente, poesia e ruolo, o titoli espliciti a richiamare il mercato poetico, o, ancora, post in qualche modo riparatori nel rendere tributo ad un autore (specie se scomparso e scomparso sua sponte).
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Il male freddo di Anna Maria Ortese

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IL MALE FREDDO DI ANNA MARIA ORTESE

a cura di Andrea Breda Minello

Io sono una persona antipatica. Sono aliena, sono impresentabile. Sono esigente col mondo, non vorrei che le cose fossero come sono, ma conoscendo del mondo solo delle parti infime e dando giudizi che invece riguardano tutto, finisco per sembrare e per essere ingiusta, e così preferisco non parlare. Per questo quando mi si chiedono notizie su di me mi viene rabbia. I soli che possono amarmi sono coloro che soffrono. Se uno davvero soffre sa che nei miei libri può trovarsi. Solo persone così possono amarmi. Il mondo? Il mondo è una forza ignota, tremenda, brutale. Le creature belle che pure ci sono, noi le conosciamo poco, troppo poco. 

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Prede e predatori

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Prede e predatori

Racconto tratto da “Pesci, uomini e lupi”  di Daniele Gigli – L’orecchio di Van Gogh, 2005
 

OK, vi insegno a prendere i pesci con le mani ma è necessaria una premessa: saranno ammessi al corso solo coloro che sapranno capire che non c’è ferocia ne’ atrocità nella quotidiana lotta tra prede e predatori e che riusciranno a vedere nei ragazzi del branco selvaggio solo degli animali tra gli animali, guidati unicamente dal loro istinto e per i quali la pesca con le mani aveva il significato di una tecnica di sopravvivenza in un mondo primitivo.
Innanzitutto dimenticatevi di aver ricevuto un’educazione, un’istruzione e svariate fregature che vi hanno insegnato a diffidare e per le quali avete smesso di essere romantici e di credere ai sogni e cercate il vostro io bambino, quello in cui l’istinto ancora la faceva da padrone, l’animale che è in voi per intenderci. 

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La poesia di Lorenzo Calogero

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“Dipinto come un lapis”

La Poesia di Lorenzo Calogero.

Da Le Voci della Luna n. 47

articolo di Carla Saracino

«Tu non fai che amarmi», esordiva Lorenzo Calogero in una delle sue poesie più conosciute, contenuta nella raccolta Quaderni di Villa Nuccia (1960). Colpisce di questo verso l’ostinazione dell’atto, la ripetizione di un piacere che è l’amore, indubbiamente, quando diventa conseguenza di un’azione e quindi sua moltiplicazione, seppure attraverso forme impreviste e tenacemente prolungate.

L’ostinazione di un atto fa presagire il sovra-presente, una categoria a sé, diremmo, un presente superiore perché chiamato a raccolta dalla dimensione della profondità. Il presagio si divincola su quella soglia che, un attimo prima d’essere varcata, è il limine del tempo raccolto, il tempo talmente raccolto da non aver più l’urgenza di descriversi in un passato, in un “adesso”, in un futuro. Tu non fai che amarmi, scrive Calogero. La tensione della forza ripetuta. Lo sforzo, senza il compromesso. continua a leggere

Discorso sulla poesia. Un'apologia della parola

di Luigi B.

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« Nobil natura[…]/Madre è di parto e di voler matrigna.»

(La Ginestra, Giacomo Leopardi)

L’ho già detto – e molti prima di me, ne sono sicuro: la ragione estinguerà l’uomo.

Il mondo tornerà ad esser di nessuno, e le rocce approfitteranno del silenzio primordiale per dar voce al loro canto sotto l’ombra colorata dei loro stessi quarzi; e le bestie danzeranno sopra campi d’orecchie piene di terra e di antico cerume; lo scricchiolar di ossa e il cinguettar dei chiurli riempiranno le giornate azzurre e il cemento scoppierà all’incedere delle edere.

Ma lungo è il tempo che ancora attende l’uomo e la sua paziente disfatta, poiché il cinismo è la vendetta di ciò che passa, e l’agonia l’unico luogo che resta al rimanere.continua a leggere

Camminando si sentono i piedi della poesia

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Il poeta albero

di Mario Bertasa e Giuliano Scabia

Camminando si sentono i piedi della poesia, uno, due, tre / uno, due, due, tre, quattro / uno, uno, due, tre, quattro – ballando si sentono ancora meglio. Quando il camminante incontra altri camminanti (nei sentieri dentro i boschi, dentro le città o dentro il corpo) li ascolta nel suono dei piedi – per sentire la poesia. Solo dal suono dei piedi si riconosce la poesia. continua a leggere

La mela

Dopo i pranzi pasquali, dolci, salati abbondanti, girovagavo per i soliti blog mordendo una stark e pensando: "che buona!", semplice, fragrante, croccante. Com’è che vado a trovare un post del genere? Cos’è telepatia, concidenza, casualità? Non lo so però lo linko perchè ci sta, con i miei complimenti all’autrice.

oggi in frigo mele non ne ho

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Dopo le cassatelle di ricotta, le impanate d’agnello, le uova di pasqua, le colombe e tutto il contorno luculliano del pranzo pasquale ho desiderio solo di una cosa: mangiare a pranzo una MELA, ma oggi  in frigo mele non ne ho, accorrono in mio aiuto i poeti (e poi dicono che i poeti non servono a nulla)

Angelo Maria Ripellino – Una poesia da “Lo splendido violino verde”

Amo la mela,
la gelida mela, l’angelica
mela compatta,
che mordi con boccuccia azzeccosa,
la pingue povera mela,
che sotto i tuoi denti si sgretola,
creta di frane e di tane giallastre,
che si assottiglia e si strugge,
la giusta, la mela disfatta,
mucchietto di accartocciate alette di ruggine,
spolpata pupattola. 

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I limiti dell'arte

tratto da qui

di Massimo Rizzante

Nessuno scrittore al mondo che non abbia compiuto almeno settantacinque anni può rivendicare oggi un grammo di autorità spirituale e letteraria. Perché? Perché il peso della gerarchia è diventato insostenibile. E che cosa resta dell’arte, una volta scomparse le gerarchie? L’anarchia di un potere illimitato e senza appello. Ciò che caratterizza, infatti, i sudditi del paese di Literaturistan è il loro affrancamento da ogni autorità e il loro sacrosanto diritto alla letteratura. Di conseguenza, ciascuno scorazza nelle verdi praterie della propria differenza.

 I limiti dell’arte

 

Definire i contorni delle parole è diventato un compito difficile, soprattutto da quando i gerghi hanno invaso ogni campo, confondendo le frontiere delle arti e in particolare dell’arte letteraria.
Parole come contaminazione, riscrittura, riuso, intertestualità hanno fatto il giro del mondo in bocca a critici raffinati, precipitando poi nei manuali, per diventare, infine, luoghi comuni nelle tesi degli studenti più scaltri.
Danilo Kiš diceva che la letteratura dovrebbe essere «l’ultimo bastione del buon senso». Che cos’è, si chiedeva, un sonetto d’amore se non «un isolotto sul quale possiamo posare il piede» in mezzo alla palude dei gerghi? continua a leggere

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