Ho scritto un racconto.

Visitando Elisa

di Valter Binaghi e Loredana Semantica

 

 

 

Elisa aveva deciso di diventare infermiera da bambina, rincalzando coperte alla sua Priscilla e tappezzandola di cerotti. Priscilla, bambola bellissima e sfortunata, aveva sempre qualche buco da rattoppare o qualche braccio da avvitare.

Elisa era sempre pronta a darsi da fare per medicare la sua Priscilla e questo impegno le piaceva a tal punto che sin da allora aveva pensato di farne il lavoro di quando sarebbe diventata grande.

Così Elisa era diventata infermiera all’Ospedale San Giacomo di Villermosa.

Che strani giri fa la vita, una capovolta, una piroetta, un altro flash a brillare nel suo pensiero. Adesso si trovava lì, all’Ospedale di Villermosa, ma non da infermiera, era il suo turno di essere accudita, curata, confortata, paziente a sua volta.

La tenda alla finestra ondeggiava appena, un filo di vento la muoveva, un cielo limpido e chiaro occhieggiava dall’apertura tra i due teli di tessuto a trama larga.  Frotte di nuvole spumeggianti e bianchissime rotolavano nell’aria,  s’ammassavano tra loro, si diradavano e sfumando animavano forme fantastiche di luce, di ombre e di splendore. Elisa adorava osservare la natura: il cielo, la pioggia, il vento, specie adesso che la sua lotta e il suo male stavano per giungere alla fine.

Un guerra senza vinti, né vincitori.  Il suo corpo si spegneva pervaso da un cancro ed il cancro moriva costretto in quel corpo che s’arrendeva.

“Che stupido male!” pensava Elisa, si espande e si uccide da solo, come un serpente che mordendo la sua coda di se stesso si alimenta e si divora.

Quell’azzurro incredibile simile al cielo di montagna spazzato dal vento ad alta quota le dava conforto e sollievo, un senso di respiro che allargava i polmoni, un immagine di purezza e di volo, un vertice d’innalzamento spirituale, la certezza di una potenza superiore, un essere estremo ed eterno che tutto aveva creato e tutto governava  dal più piccolo granello nascosto nell’incavo di un sassolino, all’immensità siderale sperduta nello spazio.

Elisa talora nei suoi pensieri si affidava a lui, l’essere onnicomprensivo sentendosi come quel granello, bisognosa di una mano potente dalla forza inaudita che la raccogliesse come fiore dalla terra per condurla nella quiete perfetta, in altri momenti sentiva tutti gli spazi dell’universo chiusi dentro il suo cervello, i polmoni, le sembrava d’essere una molecola del mondo che continuamente deperendo, diviene e si rinnova.

Un atomo, una cellula trascinata nel vortice di un magma che è fermento, vita, morte, metamorfosi animale dentro una dinamica a spirale che s’inanella alle radici dell’esistenza e dal vertice partorisce alberi, fiori, essenze, fluidi, carne, visceri e flussi inarrestabili di particelle luminose.

Oggi il sonno era invincibile, anche se Maria, l’infermiera di turno,  continuava a parlarle a carezzarle la fronte, rassettando la stanza, Elisa l’udiva appena, stirava le labbra in un sorriso e la guardava con gli occhi aperti e diretti, ma oltre le sclere, l’iride, la pupilla c’era come una membrana che voleva chiudersi pesantemente. Elisa resisteva a tutti i costi, le sembrava che se avesse chiuso quella membrana arretrata e invisibile, non l’avrebbe più risollevata.

Maria intanto preparava la flebo di soluzione glucosata e morfina, un potente anestetico per dare sollievo al malessere di Elisa, ai suoi dolori, poi con un’ultima carezza la lasciò sola.

Le particelle luminose spingevano più forte sulle palpebre e il pensiero s’inabissò in un nuovo flash del passato.

Carlo, il suo Carlo, bello, biondo, forte come un sole. Il suo amore, l’uomo da amare e da sposare, il padre dei suoi splendidi figli. Lo incontrò per caso nel posto meno romantico del mondo: un supermercato. Stava scrutando l’etichetta di un detergente per la pelle. Elisa se ne intendeva anche per via del suo lavoro. Senza tanti complimenti lo approcciò: “Le sconsiglio quella confezione, il prodotto è aggressivo con l’epidermide”, lui alzò gli occhi ed Elisa al primo sguardo ne rimase conquistata “ Cosa mi consiglia allora? Mi serve qualcosa di delicato” chiese lui. Elisa non perse tempo, oltre a fornirgli il consiglio per il prodotto più indicato del mondo, in poco tempo aveva anche ricevuto le informazioni che le interessavano: che lui era single, che viveva in un monolocale, che si era da poco trasferito per un nuovo incarico di lavoro in quella città. Si sposarono sei mesi dopo.

Elisa non si accorse che la notte era giunta implacabile e nuvolosa. Dal pensiero al sonno il passo è breve, oscuro e senza sogni.

All’alba del giorno dopo pioveva. Una pioggerella fine e persistente. La finestra era sempre socchiusa. Elisa non aveva freddo e il ticchettio della pioggia segnava il tempo.

Al suo capezzale c’era Gerardo il suo bambino, ora alto, bello, biondo e forte, come suo padre.

“Come stai mamma?” le teneva la mano.

“Gerardo caro, dammi un bacio” sospirò con gli occhi al vetro imperlato “è così dolce questa pioggia, mi consola!”

Gerardo la guardò commosso, come ogni figlio maschio primogenito provava per la madre un sentimento di affetto indicibile, soffriva maledettamente di doverla perdere, specie adesso che era così confuso.

“Sei così cara mamma, anche quando stai male, mai che perdi la pazienza, mai che ti lamenti”

Sorrise con infinta malinconia “Sono stanco, sai mamma, con mia moglie Giulia le cose non vanno bene, lei è sempre più isterica ed io non ne posso più di viverle accanto. Ho incontrato una donna dolce come te che persino nell’aspetto ti somiglia, vorrei stare sempre con lei, ma non so come liberarmi dell’altra, Valeria, la mia collega, la mia amante da due anni. Vorrei fuggire con Giulia in capo al mondo, su un’isola deserta e delle altre non vorrei più saperne.”

Elisa lo ascoltava seria, gli occhi leggermente velati come dal sonno ed invece era dolore, dolore del corpo che mai la lasciava, dolore dell’animo per quel suo figlio bello e sofferente.

Cercò le parole. Sapeva bene che le ultime parole delle persone care restano impresse, come sentenze, come voci oracolari, non voleva condizionarlo, non voleva confonderlo ulteriormente.

“E’ un bene che non abbiate avuto figli tu e Giulia, adesso le cose sarebbero ancora più complicate”

Lo pensava davvero. In fondo sia Giulia che Gerardo erano indipendenti e ben messi economicamente, una loro decisione di interrompere l’unione non avrebbe creato quell’esondare di sofferenza che comporta lo strattonare figli e proprietà tra due coniugi in separazione.

L’amante poi era solo una storia da liquidare, Valeria era sposata, il marito una persona meravigliosa, buona e paziente, lei, al momento dell’addio a Gerardo, avrebbe fatto bene a rammentarlo invece di recriminare.

Gerardo stette ancora qualche ora con lei poi la lasciò per recarsi al suo studio professionale. Scendendo le scale pensava a quanto sua madre riuscisse a dargli un senso di pace, a trasmettergli la convinzione che ogni cosa si sarebbe messa al posto giusto e che la sua vita  per la sola sua vicinanza dovesse sempre scorrere nell’ alveo desiderato senza traumi o contrarietà. Incredibile come riuscisse a infondere questa sensazione anche adesso, così provata, così stanca e malata. 

Nel pomeriggio all’Ospedale di Villermosa ci fu un andirivieni di sirene, ambulanze, barelle e barellieri. A pochi chilometri c’era stata l’esplosione in una palazzina di due piani per una fuga di gas. Un uomo anziano era morto e i cinque feriti erano stati trasportati d’urgenza all’Ospedale San Giacomo.

Elisa era intenta ad ascoltare i rumori dell’emergenza e quasi non si accorse di quella donna, cappotto color cammello e capelli grigi che stava ferma davanti all’uscio della sua camera.

E anche quando si rese conto di quella presenza quasi non la riconobbe. Quanti anni erano passati? Sette, forse otto. Tre mesi di litigio, poi anni di silenzio e separazione. E poi perché? Tutto per una stupida ostinazione di lei, Luciana tremendamente offesa dal paragone fatto da altri tra i suoi figli e il loro scarso amore per lo studio e Gerardo così bravo negli studi. A niente era valso spiegarle che lei, Elisa non ne aveva colpa, che erano i pettegolezzi di altre amiche, che amava i suoi nipoti come figli, che nella vita si possono cercare altre soddisfazioni e un lavoro che non richiede una laurea. Luciana offesissima non le aveva più rivolto la parola. E dire che era la sua unica sorella, che si erano sempre volute bene e confidate ogni cosa. La gelosia di Luciana aveva scavato un solco invalicabile. Ed ora Luciana era lì. Con le occhiaie più profonde che mai e gli occhi neri a luccicare lacrime e tristezza.

Luciana si accostò al letto lentamente, le prese il viso tra le mani, poggiò delicatamente la sua fronte sulla fronte di Elisa e restò così per qualche minuto senza dire niente. Non che ci fosse bisogno di parole, le due teste, una volta scura l’una, l’altra bionda, adesso erano tutt’e due grigie. Entrambe le sorelle erano commosse. Luciana si staccò per sedersi nella sedia a fianco del letto di Elisa, “Che idiota sono stata!” disse “Quanto tempo lontane e quanto mi sei mancata”.

Parlarono per due ore, Luciana più a lungo perché Elisa si sentiva affaticata, le raccontò di come i suoi figli avessero preso ognuno la sua strada, uno s’era specializzato in lavori edili, aveva avviato un impresa redditizia e si era sposato, l’altra, la piccola, le dava ancora tante preoccupazioni, compagnie poco serie, lavori saltuari, spese continue.

Si guardavano le sorelle mentre ricucivano l’ affetto mai cessato, notavano come i solchi del tempo avessero modellato i loro volti. Le labbra di Luciana avevano gli angoli curvati verso il basso, e questo trasmetteva all’intero viso un’espressione di amarezza, Elisa invece aveva un volto scavato nel quale spiccavano gli occhi rimasti, nonostante la malattia, brillanti di una luce di febbre e di pazienza.

Luciana salutò Elisa a sera proprio quando nella stanza entrava Carlo.

Carlo e Gerardo, l’uno il pomeriggio, l’altro la mattina cercavano di recarsi da Elisa turnando in modo da non lasciarla mai troppo a lungo sola.

Carlo e Luciana incontrandosi si salutarono, non senza un certo imbarazzo, visto il lungo tempo trascorso nel silenzio.

Adesso era il turno di Carlo  di sedersi presso Elisa a raccontare come avesse tanto da fare con il cane, col lavoro, con l’ingiunzione di pagamento dell’Agenzia delle Entrate.  

Sembrava che volesse  rendere Elisa partecipe della vita fuori dall’Ospedale, delle piccole noie quotidiane, ma nel profondo Carlo era in ansia, di tutte queste faccende spicciole, domestiche e burocratiche s’era sempre occupata Elisa, dal fare la spesa a pagare le bollette delle utenze, ed ora Carlo si trovava spaesato a maneggiare cose che gli parevano quanto mai astruse e fastidiose.

Elisa avrebbe voluto riposare, l’emozione di rivedere Luciana l’aveva provata, ma non voleva neanche mandare via Carlo e si sforzava di stare attenta, di dargli consigli e suggerimenti, dove pagare il bollettino, dove comprare la frutta a prezzi buoni, qual era il supermercato che faceva le offerte più interessanti.

Erano quasi le dieci della sera quando Carlo se ne andò, Elisa, nonostante la stanchezza non prese sonno subito. I pensieri si affollavano, i ricordi pure. Non sentiva più quell’afflato universale, quel bisogno di tornare nell’ovulo accogliente e pacificante di un nucleo primordiale, non era più essenza fluttuante immersa nell’immensità, particella mobile del magma  universale, ma un corpo tangibile di ossa, nervi e sangue. Qualcosa di così materiale e deperibile da essere già in parte marcio, decomposto. Un ammasso di gonfiore, un tumore grasso e colante, una montagna di escrescenze carnose che vischiosamente si contorcevano spremendo un liquore rosato e putrefatto. Ogni piccola parte delle sue interiora si rotolava nel bruciore, i pori trasudavano calore, tutt’attorno al torace un cerchio di fuoco stringeva fino a toglierle il respiro. La schiena si spaccava in due metà esatte lungo la linea della spinale. Aveva bisogno di ossigeno, di respirare. Si svegliò nel cuore della notte. Le braccia e le gambe come pietre, rifiutavano di rispondere ai comandi, non udiva la sua voce, nonostante aprisse la bocca per chiamare. La richiuse. Restò così per ore tra il sonno e la veglia, pensando al buio oltre la soglia, alla fine di ogni scintilla. A quanto fosse intollerabile e incomprensibile ogni sofferenza. Solo il vuoto dava pace, l’annientamento totale, nessuna presenza suprema, nessun colore, né luce, nessun fiore da cogliere per l’altrove.

Al mattino una nuova somministrazione di morfina le restituì un senso instabile di benessere, sufficiente a sorridere a Priscilla in visita. Priscilla era sua nipote, la figlia di Luciana, quella che alla madre dava tante preoccupazioni.

Buffo, pensò, che sua nipote si chiamasse come la sua bambola del cuore.

Priscilla era un torrente in piena. Una serie di critiche che non risparmiava nessuno: madre, padre, fratello, professori. La società, la politica, la televisione.  Una verve polemica instancabile, una grande forza di contestazione.

Ci vogliono anche persone così diceva tra sé e sé Elisa, quelle che con grinta si oppongono ad ogni potere, il mondo sarebbe altrimenti solo passività e resa, il domino dei falchi.

Avrebbe dovuto prendere esempio da lei e lottare ancora contro quel male che la corrodeva. Resistere fino allo stremo, non dargli quartiere. Per essere ancora. Per Carlo e Gerardo, per la ritrovata Luciana, per non essere da meno di Priscilla, sua nipote, ma anche la sua bambola del cuore.

Le nuvole durante la notte s’erano allontanate, il sole era tornato a brillare, nonostante fosse novembre, sembrava un giorno di primavera. Elisa era dello stesso umore del tempo. Solare.

Le venne l’impeto di pregare, un ringraziamento al Signore, per la grazia di essere  sollevata dal dolore, perché i suoi cari erano affettuosi e a lei vicini, per la finestra che le regalava la vista consolante della natura, per la cura affettuosa di sanitari e medici, per la sua vita trascorsa ricca e piena, per non avere rimpianti, per non avere rancori, perché in fondo neanche della morte aveva paura, l’aspettava da tempo, l’avrebbe abbracciata. Come una croce. Le braccia al cielo. Gli occhi nel sole.

 

 

 

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Profilo di massa

Con questo breve racconto ho partecipato a "Ottavo Banco" un’iniziativa di RossoVenexiano, curata da Francesco Anelli. Qui  Partecipate, è una cosa carina, e poi…scrivendo, scrivendo, scrivendo si impara a scrivere. 

Incominciare è facile. Basta pressare il tasto con un dito e il frullatore gira impazzito. Un frullato di banana e mela per cominciare la giornata. Un uovo fritto, un succo di frutta, un panino col prosciutto, nemmeno il latte deve mancare per le ossa, il calcio e tutto il resto dell’impalcatura. Giorgio rifletteva tra sé mentre preparava la ricca colazione che ogni mattino lo saziava. Quel giorno era cominciato al meglio, aveva in casa ogni cosa buona e fresca,  appena comprata, ma se anche mancava qualcosa s’arrangiava pur di ingurgitare una quantità di cibo a suo modo adeguata. Percepiva sempre una fame fuori misura e questo mangiare senza fondo gli aveva conquistato chili su chili.

Se ancora non era disgustoso alla vista era solo grazie al suo metro e ottantanove d’altezza, lungo il quale in verticale si distribuivano muscoli allenati da decenni di piscina, mentre le spalle irrobustite ed allargate dalle bracciate a nuotare, sviluppavano in orizzontale un’ ampia linea, cosicché l’insieme del corpo più che grasso appariva massiccio, imponente.

Frullava ancora Giorgio e mentre pensava che mai e poi mai sarebbe rimasto senza la sua colazione ideale.

Se non bastava l’uovo c’era la marmellata, qualche fetta biscottata, biscotti secchi, farciti, wafer, salumi vari e brioches, soprattutto le briosches, vera goduria consolatoria. Oggi in programma  una bella sfoglia ripiena di crema al cioccolato, l’avrebbe presa al bar durante i dieci minuti della  pausa dal lavoro.

A casa il cibo non sempre era fresco, ma questo a Giorgio poco importava, doveva mangiare, riempire il vuoto, saturare lo spazio che seguiva il palato, sedare quel buco che rodeva giusto al centro della sagoma del corpo, all’altezza dell’addome, e solo dopo averlo colmato era pronto per cominciare la giornata.

Lavorava presso un’agenzia di viaggi. Era attento e gentile con i clienti, consigliava viaggi esotici alle coppie annoiate, itinerari romantici a quelle appena sposate, poi gite per la scuola, viaggi per single e famiglie. Prenotava per uomini d’affari. Tutto programmato alla perfezione: orari, alloggi, mezzi, coincidenze e visite guidate.  Era in gamba nel lavoro e questo gli conquista mille amicizie, anche importanti.

Giorgio adorava avere amici. Per essere precisi adorava avere gente attorno, vivere nella confusione, anzi, per essere ancora più precisi, non sopportava la solitudine. Come in quel momento che Marco era in viaggio e Luca era dovuto andare presto al lavoro e in casa regnava il silenzio. I pensieri così si snodavano senza argini, seguendo il filo soffocante delle sue paure. Paura di morire, paura delle malattie, paura del terremoto. Esse venivano fuori proprio quando Giorgio era solo e nessuno riempiva quell’altro vuoto, un risucchio diverso eppure simile a quello insidioso al centro della pancia: il rimbombo del silenzio nello spazio circostante. Giorgio desiderava spasmodicamente che l’ambiente fosse sempre riempito, occupato, saturato da rumori, voci, musica, gente, televisione e soprattutto aria. Solo così non si sentiva mozzare il respiro. La claustrofobia completava  il ventaglio delle sue paure, su tutte infatti dominava il bisogno che l’aria entrasse a irrorare i polmoni, a carezzare con un soffio il viso contratto. Per questo aveva scelto quell’appartamento ampio di luce e finestre spalancate. Un luogo lussuoso e costoso che aveva condiviso con due amici, single anche’essi: Marco e Luca.

Giorgio ancora all’opera col frullatore, infastidito pensò “Basta, qui non resisto più, questo silenzio mi fa impazzire”. Con gesti nervosi versò il frullato nel bicchiere, accese il televisore, ingurgitò il frullato, il panino, l’uovo, il succo e, lasciando l’apparecchio acceso, scappò via al lavoro. Scendendo le scale, naturalmente. Mai preso un ascensore.