Meglio non conoscere

Meglio non conoscere
la faccia vera degli antagonisti
il nostro orgoglio potrebbe
avere uno strano guizzo.

Confrontare le rughe
al viso imberbe
il ciuffo scuro a quello biondo
il viso che appare nello specchio
sempre diverso e sempre
sghembo e gli occhi tondi
che una volta dilagavano
nel viso enormi
agli occhi di quello
in tante foto e pose del profilo
similmente tristi e spenti.
Potresti chiederti cos’abbiano
visto gli altri in quel qualunque
cos’abbiano visto poi
proprio quegli occhi
in pochi anni di poca vita
quanti padri lutti o figli
quanto di umanità caina
e di lavoro.

Chiederti infine
cos’abbia d’inferiore
la tua speculare nullità
l’opera prima.

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E' che loro

E' che loro scardinano
si fanno del verbo grimaldello
come neri pugnali conficcati
come chiodi uncini ferri
scaraventano nel petto
i pugni raccolti a grandine nel ventre
è che loro sanguinano
di quello stesso sangue colano le scarpe
senza limite o pudore
mozzando in gola il fiato
la carne ipocrita della convenzione. 

Mostra

Questo a seguire uno stralcio della mia recensione alla mostra fotopoetica di Federico Bebber ed Antonella Taravella pubblicata su rossovenexianofoto. Da visitare!
 

La notte ha un ventre molle che partorisce embrioni, ramifica d’angoscia dentro nidi nei quali improvvisi s’insinuano spiragli. Lampi di luce a illuminare abissi, flash di forme e scorci sull’esistenza, sull’intima natura della propria tempra. Da questo momento notturno, da questa angoscia esistenziale spesso nasce l’atto creativo. La notte è nelle mani e nelle immagini di Federico Bebber, l’autore che per “fotoimpasto” di nero assoluto, purissimi bianchi, grigi, sfumature, chiaroscuri, nelle sue creazioni riesce a dare alla notte quella luce che è squarcio tra le tenebre. L’oscurità vivifica, si popola di germi, esseri che danno vita a un mondo fantastico e nascosto. Fiabesco e orrido, meraviglioso e angosciante, bellissimo e incredibile. In questo mondo possiamo camminare solo in punta di piedi, appena respirando, inetti ed estranei, stupefatti, spiando l’arte che si svolge come un filo d’Arianna dipanato da un gomitolo che conduce al mistero, alla stanza segreta, al cuore nero nel covo liquefatto. Bachi rinchiusi negli ovuli setosi di un pensiero creatore. Chilometri di fili che s’involvono e si svolgono fino a scoprire l’essere rinchiuso. Farfalle in potenza. Crisalidi che emergono dal nulla. Parti ed arti, occhi e braccia. Gambe come polpa nuda, rami gonfi tra le viscere del corpo. Utero gravido che laboriosamente espelle forme d’esseri, forse umani, forse elfi o spiriti o fantasmi. Sagome sofferte e sofferenti, strette tra cunicoli ed anfratti, costretti a sfondare o fendere con la stessa materialità del proprio corpo la pressione opposta che li tende. Lembi viscidi e membrane che si affollano a coprirli. La luce è oltre la fatica. Fasci muscolari, squame di serpenti, pelli d’animali, tentacoli a tirare, strati innumerevoli di fango. Mostri oppressi spinti a estrarre dalla viscosità dello spazio scorticato, il proprio viso o parti del corpo maculato, incuneandosi alla vista, emergendo con forza verso lo sguardo. Immortalati nell’istante supremo dello sforzo. Sospesi nell’attimo o sorpresi. D’essere sopravvissuti o semplicemente vivi o ancora una volta nati, partoriti, venuti al mondo. A volte è lo sguardo che s’infiltra, indaga, penetra. Scorge linee morbide e brillanti di cosce, seni o fianchi. Creature ritratte nel luogo del rifugio, nascoste dentro il grembo oscuro che le occulta e le protegge. Segregate al mondo. Nell'umido del buco imbastendo bozzoli sperimentali. Interrotti conati di trasformazione, per speranza o disperazione.A farsi pelle, mucosa, epitelio, foglia d’albero corteccia. Forme vitali in metamorfosi di specie. Da animale a vegetale. Da umana femmina a mollusco. (Im)perfetta infusione di natura che risucchia ogni essere vivente che in essa e con essa, in tutt’uno assorbito, vive e muore, nasce e finisce, metabolizzato, metamorfizzato. Ogni cupo anelito sfuma nell’ansia liberatoria delle immagini offuscate, quelle in cui più forte si sente l’esplosione di un suono che è grido, è raggiungimento, è soglia. Il movimento che sfoca agli estremi e dentro i particolari, il bianco che splende ed abbaglia, ne fanno potenza divincolata dai lacci, volo e speranza. Si accentua invece il senso di tristezza, di solitudine nella fissità di certi sguardi femminili vuoti, persi in ferite inferte che grondano lacrime ed eritemi. Un continuo e doloroso divenire, l’armonia anelata di una tela di ragno, per devianza di disegno distrutta da un colpo d’artiglio, sfilacciata e confusa. Resti di sogni in porzioni e segmenti. Illuminazioni. Filamenti ostruttivi per avvolgersi a spirale, magma anfibio primordiale da cui emergere a tratti recando il segno dell’abisso tra mani. La notte a raccontare l’ansia dei respiri cessati, del tempo scorsoio, il sangue di ferite innominabili e l’implacabile fine dei cipressi. Un mondo affine quello a cui Morfea77 dà parola. Lingua maledetta. Neve che brucia è Antonella Taravella. Oscurità che splende di contraddizioni. Stille di sangue e baci di fuoco. Gelo d’incendio, inferno di labbra. E poi ancora aghi e chicchi, vetri e tagli, buchi e chiodi, vertigini in gola. Un lessico ricco e fremente, invenzioni originali di costruzioni verbali, potenza, drammaticità. La sua voce in poesia è come un archetto che tende le corde di un violino e ne trae suoni cupi ed intensi. Pervasi d’amore viscerale che, nelle stesse viscere delle figure immaginate da Federico Bebber, si specchia e risuona. Antonella commenta ogni immagine proposta in questa mostra con testi poetici di sua produzione. Un connubio che emoziona. Artisti che restano impressi per piacevolezza del leggere e del vedere che sanno offrire. Un’espressività, quella di entrambi questi autori, da coltivare, osservare, seguire per godimento di chi ama l’arte e ha entusiasmo di incontrare talenti dai quali attendersi sempre nuova linfa creativa e vitale. 
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