Quel che volevo dirvi

Quel che volevo dirvi
è ciò che vi ho detto
tutto l’esatto imperfetto
del coacervo estratto
dalle profondità insaziate
del magmatico nulla
quel che resta da dire
molto di più del tempo che resta
poche cose di cui sono certa.

Langue il silenzio a vantaggio
del frastuono
tra pudore e vergogna
non si colloca la superbia
tra chiedere e indagare
non abita la discrezione
tra verità e suggestione
cova il mistero
tra invenzione e autentico
gronda la creazione
tra qui e passato la memoria
tra ora e domani la divinazione
tra mani e dolore la poesia.

Il successo non dura
e poi ha un prezzo per alcuni
difficile da accettare
oltre la vita il raccolto
il racconto gli altri
la prosecuzione.

Saltare da qui

Saltare da qui a un altro luogo
è per trapassi dove le linee
incontrano la griglia dei colori
e il corpo la magia dei chiaroscuri
prendono vita forma spessore
nell’impasto che si ripete ancora
imperfetto per sole masse
di spostamento infinitesimali.

È nel millimetro il segreto
nel suo posizionamento sporco
o esatto incerto più spesso
negli infiniti tentativi
di rendere l’impressione fino
all’esaurimento della volontà
al punto dell’ora basta
oltre non posso.

(Scrivere è lo stesso)

Ho un pugno

Ho un pugno d’immagini
e un pugno di dolore
con questo grumo
ho intessuto la trama
bussato a cento porte schiuse
acceso trecento candele
curato indifesi esserini
posto un rimedio ovattato
al nero cernito sbiancato
scansato secche vipere ortiche
in conto all’abbandono
ho coltivato tenerezza infinita
stupita gratitudine
cresciuti figli a pazienza
in lamine e fiocchi
tra orizzonti di bruma
e schiarite.

Alcuni pensano

Alcuni pensano che tu sia più di quel che sei
altri vorrebbero che fossi meno
di quel che credi di essere
e ti arrendessi per questo alla moderazione
nello spirito dell’agnizione.

Maschera tra le maschere il poeta affonda
nell’identità che sa di non possedere
disegnando la sagoma del nulla
edificando il proprio non sapere.

La coscienza è un’opzione
costruita sulle spoglie dell’assassinio.

Scrivo

Scrivo e quando scrivo peso
e questo peso si sviluppa
tutto dentro la bocca
e quanto scrivo pesa
come magnifica bestia
fin dentro gli occhi e le nocche
e trascina lontano o avvicina
tanto quanto il peso che trasporta
dall’alto in basso da destra a sinistra
roteano per la tracolla
borse sporte bisacce
e sono pietre innumerevoli
che lancia lascia trabocca
lievita d’enzima e tocca
stravolto il petto denudato
di ferite intarsiato dell’altro
che dice a sua volta e sono
pesi altrettanti di risposta.

Oggi dopo tanto vagare

Oggi dopo tanto vagare
ho visto il sole
carezzevole luce dalla quale
farsi baciare.

Venivo dall’ombra
nella quale per giorni
ho mosso polvere e libri
scope spazzole e stracci
respirando alcool ammoniaca
e altri prodotti per la fatica
insulsa del pulire.

Scartando anni di opuscoli
mappe agende calendari
stampe e scritti manuali
destinandoli al macero
della differenziata
ho pensato che il rifiuto uccide.

L’immondizia intendo
non meno della negazione
l’una per saturazione planetaria
l’altra similmente
per la misura colma
di sopportazione interiore.

Dove sia la spaccatura

Dove sia la spaccatura mi chiedo
e questo farsi massa dai contorni
indefiniti che sconta
la considerazione non richiesta
il ripristino durevole di un ambito
a rimedio della dispersione precedente
nociva forse devastante
applicata insensatamente
come la scure che cala
a tranciare i rami secchi
le mani che spingono il secchio
scaricando il bambino e insieme
l’acqua sporca.

È un trauma vedere
le vostre vere facce col trucco i capelli
il sorriso di rito il preciso colorito
non era invero richiesto neanche questo
eppure è qui ne prendo atto e lo sorbisco
ricevendone come un insulto
e per l’effetto di un pugno un ritrarsi
più in fondo della solita soglia
già così tanto arretrata
da potersi dire profonda
come un utero gravido una pancia
l’antro che accoglie e che nasconde.

Sembra che anneghiate
nelle vostre stesse foto
nel tentare di mantenere una parvenza
di relazione sociale
ma non c’è e neanche prima c’era
condivisione reale
tutto è farsa palcoscenico vitale
siamo deperibili merce scaduta
passeggeri come un canto una nuvola
i fiori appassiti del vaso sul tavolo.

L’avvento degli accadimenti
ci sopravanza e noi che ci crediamo
importanti gloriosi innumerevoli
e se anche non lo siamo adesso
speriamo d’esserlo ciascuno per se stesso
e nell’insieme per la specie
a volte ci pieghiamo flagellati
le ginocchia a terra emettendo il fiato
sperimentando l’infinita debolezza
ascoltando l’ululato di sirene
che sappiamo essere qui per noi
per la nostra salvezza imbracata
da tubi vaccini mascherine
stupiti di non essere liberi
convinti che prima lo fossimo
quando invece non lo eravamo
più di adesso che imprigionati
ci guardiamo dentro
che tocchiamo il fondo
che testiamo la capacità
di restare in apnea fermi
come pesci in un acquario
le pinne in debole moto rotatorio
chiedendo aria per le branchie
spazio per le gambe
piangendo costrizioni sperando
nella rivoluzione.

Riemergeremo
alcuni risanati nello spirito
liberi dagli abissi e deviazioni
autenticamente vivi
come anguille d’acque limpide
altri invece sopraffatti
dal senso di mancamento
non avranno speranze
non dimenticheranno
e saranno dimenticati.

La poesia cresce

La poesia cresce per strada
vicino alle favole ha papaveri
che parlano la lingua degli uomini.

Nessuno s’illuda di custodirla
nessuno la possiede interamente
qualcuno vi immerge un braccio
altri una mano altri ancora
vi annegano dentro
ma dalla bocca escono solo
bolle di sapone.

Grazie dirò per tutto

Grazie dirò per tutto
per le notti d’estate e lucciole
averle viste una volta almeno
con l’addome di luce intermittente
sorvolare i coni delle tuie
svettanti verde pallido nel cielo.

Grazie per il firmamento
cosi profondo talvolta
che il naso si perde nel buio
il collo cede all’indietro e gli occhi
impazziti a inseguire il luccicore
a loro volta luccicano
ubriachi d’infinità e desideri.

Grazie per la pioggia
che profuma di fine estate
e bagna la terra stanca di sole
le piante secche allo stremo
per il suo delizioso picchiettare
come un canto che chiama
le gemme nuove di ulivi e viti redivivi.

Grazie per la terra nera
marrone gialla d’argilla
per la sua potenza fecondatrice
il misterioso minerale nutrimento
il seme che erompe le bestie tutte
la forza della trazione il vento
che soffia sui campi di spighe e il mare
grazie brezza di increspare
onde leggere e trasparenti
su un fondo di sabbia fine
con riverberi granchietti conchiglie
e piedi grassottelli di bambini
che ridono al solletico dell’acqua
fresca tra le dita
sapendo che è tutta lì
la felicità.

Una volta che hai dato

Una volta che hai dato
una faccia alle cose
loro ti guardano inanimate
interrogano te il tuo sguardo
fin dove sai spingerlo introiettarlo
e ti scippano l’anima come gli uomini
impietose non meno di quelli
solo che non ti possono fare del male
semplicemente ti specchi.

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