Tremavamo

Tremavamo
con un bagaglio inutile
di tempo perso sulle spalle
e scarso quello a venire
boccheggiavamo stretti
alla gola da un cappio servile
chiedendoci quando mai un’aurora
un’acqua cristallina rose magnifiche
una qualche montagna violacea
a grappoli di glicine
o gli afodeli a puntare il cielo
foglie coriacee o tenere disposte
in colori variabili e in tutte le forme
e composizioni d’erbe a ciuffi o distese
nei pressi d’un corso d’acqua
o altro scenario fatto di rive scogli mare
sfondi di colline azzurrine
e casette rifugio tutte di legno
abbarbicate sui fianchi di montagne
imponenti e imbiancate
qualche bene insomma
per dirlo in sintesi e altrimenti
che derivasse dalle carte all’occorrenza
per similitudine alla natura
rendendole attraenti
e che dagli occhi o orecchie
scendesse più a fondo
della superficie o del torbido
a depurare il fango scostare i vermi
cementare la crepa
dare respiro a tutte le apnee
scatenare tutte le possibili farfalle
e nel tripudio di liberazione
rendesse percepibile
anche solo per un attimo
fosse pure una virgola
quella beatitudine
che gli uomini chiamano
felicità.

In questo giorno santo

In questo giorno santo
della Madonna nera
a cono coperta
da un manto tutto d’oro
invoco la benedizione celeste
sugli amici passati e presenti
falsi virtuali veri promettenti
sul futuro di questi mondi
invasi dall’inumano sui mori
palestinesi e persiani
sulla fratellanza smarrita
acché presto sia ritrovata
ingrottata nella mangiatoia
sotto il fiato d’ asino e bovino
davanti a uno stuolo di pecore
belanti il gloria dei cristiani
sulle carovane seguaci di correnti
curiose fastidiose scodinzolanti
che accorrono agli eventi
con scorci tragici o dementi
sulle nature eremitiche che coltivano
l’autentico sempre più fragili
ignote ignorate ignoranti
vacillanti di tosse isolate e infine
sui miei polmoni fracassati
e il mio torace in forse.

Dovrei raccontare

Dovrei raccontare le tue stesse cose
quel contemplare deviato da distrazioni
collocate nei luoghi più impensati
dove si scatenano pensieri
inanellati in lunghe catene di cobalto.

Dovrei dialogare al tuo stesso modo
con il pezzo di vetro lucente occhieggiante
a lungo dimenticato nell’angolo sepolto
tra la porta della cucina e lo scaffale
stipato di innumerevoli cose utili affastellate
dire dell’arte del rinvio e dell’attesa
dell’ordine scompigliato continuamente
da nuove priorità di un tempo governato
dall’insufficienza celestiale.

Dovrei poi scrivere una poesia come la tua
aperta alla penetrazione di molteplici sensi
nel verso lungo e particolare dell’ attenzione
onorare la lingua della lentezza e del quotidiano
piegarmi a raccogliere ogni frammento
porre l’ultimo dinnanzi a me sul tavolo pregiato
osservarlo con raccolta attenzione di scienziato
vedere la timidezza del vento l’ampiezza
del cielo sul lato destro tagliente
infine assaporare lo specchio di me
la potenza uguale del creato.

Spegnerti come potessi

spegnerti come potessi
una lampada
che luccicante fervore
s’accende per lo sguardo
al ricevimento d’ occhi
come traguardo come sollievo
ora che non rispondi e neghi
volti le spalle e t’involi
ecco un epilogo scontato e lieto
tutto risolto quindi in questa pena
che dissipa costantemente dissipa
lo squilibrio nel possesso
spiace solo che
non abbia compreso la certezza
l’indignazione della modesta offerta
non dell’anima ma del sesso
che offrirsi nudo
ed essere rifiutato solo
questa sarebbe stata
malagrazia

Prima che s’indurisca

Prima che s’indurisca
prima che si raffreddi
prima che tutto il corpo
marcisca ignaro e indifferente
per ogni volta che a capo chino
il lavacro e i tentacoli
per ogni lavacro tentacolare
per i segnacoli incolti
ignoti segnacoli inconsapevoli
per la scimitarra e la ciminiera
per il drago che urge sulla schiena
per le scuse travolte e tradotte
in ogni messaggio ai quattro venti
come un’eco
per lo svenimento che si alimenta
d’ansia traumatica riversa
in ciò che conviene
per consolazione di tutta la banalità
dell’irrisolto mondo
la rossa granita sanguigna
di fantastici gelsi.
Ve la offro se volete.

Ecco noi siamo qui

Ecco noi siamo qui
intersecate femmine celesti
noi che liberiamo l’alba dei nostri voli
e le grida di giubilo interiori.
Voglio che sia bellissima questa
mattanza di parole
voglio che investa i vostri cuori
fino a mostrare le rotule scoperte
denudare l’anima nell’impeto iridato.
levando lance scudi percuotendo
i ferri della guerra.
L’eterna lotta di riconoscere il creato
nei punti e nelle virgole distorte
cercate nella sabbia fin dentro le scapole
scavando granelli nel vetro più fine
confessando l’ansia perfetta
maledetta di godere
di un maestoso controllo
del cinguettio.

Nulla è sicuro oltre la porta

Nulla è sicuro oltre la porta
solo il crivello che cerne la farina
mia madre me ne ha lasciato uno
è un po’ bucato ma serve ancora all’uso
al lievito fa gioco il suo potere
intanto scrivo ancora
ti perdono.

A me piace del mondo

A me piace del mondo la dimensione
che ti si porta addosso come camicia
confortevole e buona
fresca in estate e nel tepore d’inverno.

Mi piace d’avere tempo e respiro
per gli svaghi per scrivere gli amici
mi piace la sosta del pensiero
che procede a sbalzi ed improvviso.

Che s’accende di voce nel bianco
come adesso sereno nel cuore
di questo dolce capodanno
col dono ricco e insperato
degli auguri cari.

Come abbandono la grandezza

Come abbandono la grandezza
è uno stadio ulteriore del distacco
come sganciassi gli argini i vestiti
slegassi il corpo dai lacciuoli
respirando l’epica di madre
liberando lo spirito dai falchi
voli d’albatri e ambizioni
relegando i grandi stessi
nel teatro dei bisogni
fragili e mortali.

Diventa piccolo il trascorso
nell’attesa che si compia
la risoluzione dei cavalli
che corrano i miei angeli
puledri al vento
degli inganni.

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