A distanza di muri

Io sono diviso da un muro
dal cortile del palazzo che scende
in verticale e fa da specchio
alle finestre delle case,
alle voci della gente
che le abita, custodendovi
il piccolo mistero di una storia
come tante – ma sapere
a che volto corrisponde
quella grana della voce, che tanfo
di sudore viene fuori
dalla minima finestra del bagno, di sera,
che tipo di biscotti si nasconde
nella piccola credenza che si scorge
poco sopra il lavandino, nell'interno
al piano di sotto – se si amano davvero
i due giovani inquilini del sette,
cosa sperano, quante volte hanno temuto
di perdere la strada. E poi come hanno fatto,
in quale grondaia hanno sentito
il ritmo asseverante della pioggia.
Che hanno decifrato in quel respiro.
Che cosa hanno capito.

(di Massimo Gezzi, dalla Rivista "Ore piccole")
 

Fin dove volano le api furibonde

 

 
Emily Dickinson: Api e poesie

(testo originale e traduzione)

*

Ferocious as a Bee without a wing

The Prince of Honey and the Prince of Sting

So plain a flower presents her Disk to thee

 

Feroce come un’Ape senza un’ala

Il Principe del Miele e il Principe del Pungiglione

Così semplicemente un fiore offre la sua corolla a te

*

Th lovely flowers embarrass me,

They make me regret I am not a Bee

 

Gli incantevoli fiori mi imbarazzano,

Mi fanno rammaricare di non essere un’Ape

*

I stole them from a Bee –

Because – Thee –

Sweet plea –

He pardoned me!

 

Li rubai a un’Ape –

Per – Te –

Dolce ammissione –

Lei mi ha pedonato!

*

Fame is a bee.

It has a song

It has a sting

Ah, too, it has a wing.

 

La fama è un’ape.

Ha un canto

e un pungiglione

Ah, ma anche le ali

*

To make a prairie it takes a clover and one bee,

One clover, and a bee,

And revery.

The revery alone will do,

If bees are few.

 

Per fare un prato servono un trifoglio e un’ape

Un trifoglio e un ape,

e il sogno.

Il sogno da solo basterà

se le api sono poche.

*

Bee! I’m expecting you!

Was saying Yesterday

To Somebody you know

That you were due –

 

The Frogs got Home last Week –

Are settled, and at work –

Birds mostly back –

The Clover warm and thick –

 

You’ll get my Letter by

The Seventeenth; Reply

Or better, be with me –

Your’s, Fly.

 

Ape! Ti sto aspettando!

Stavo dicendo Ieri

A Qualcuno che conosci

Che eri in arrivo –

 

Le Rane sono a Casa da una Settimana –

Sistemate, e al lavoro –

Gli Uccelli in gran parte tornati –

Il Trifoglio caldo e folto –

 

Riceverai questa mia entro

Il Diciassette; Rispondi

O meglio, sii da me –

Tua, Mosca.

*

The Bee is not afraid of me.

I know the Butterfly –

The pretty people in the Woods

Receive me cordially –

 

The Brooks laugh louder

When I come –

The Breezes madder play;

 

Wherefore mine eye thy silver mists,

Wherefore, Oh Summer’s Day?

 

L’Ape non ha paura di me.

Conosco la Farfalla –

Il grazioso popolo dei Boschi

Mi riceve cordialmente –

 

I Ruscelli ridono più forte

Quando arrivo –

Più folli giocano le Brezze;

 

Perché il tuo argento mi appanna la vista,

Perché, Oh Giorno d’Estate?

*

The murmur of a Bee

A Witchcraft – yieldeth me –

If any ask me why –

‘Twere easier to die –

Than tell –

 

The Red upon the Hill

Taketh away my will –

If anybody sneer –

Take care – for God is here –

That’s all.

 

The Breaking of the Day

Addeth to my Degree –

If any ask me how –

Artist – who drew me so – Must tell!

 

Il mormorio di un’Ape

– produce in me – Una Magia

Se qualcuno mi chiede perché –

Sarebbe più facile morire –

Che dire –

 

Il Rosso sulla Collina

Mi toglie la volontà –

Se qualcuno sogghigna –

Stia attento – perché Dio è qui –

Questo è tutto.

 

L’Interrompersi del Giorno

Accresce il mio Rango –

Se qualcuno mi chiede come –

L’artista – che mi disegnò così –

lo dica! 

Tramonto sul mare

Piccola casa di pescatori sulla strada. Alla finestra
una tendina di cretonne a fiorami. I vasi di gerani
li avevano fuori, contro il muro. Dalla porta semiaperta
si vedevano le sedie, il tavolo, la lampada, la madia,
il crocifisso ricamato, i panieri, la brocca, il letto matrimoniale,
le stuoie di stracci multicolori. Sul divano, la donna grassa,
pesante, sudata, immobile, con gli occhi chiusi,
arrotolava un gomitolo – un grande gomitolo nero di lana –
un gesto cieco, secolare, indipendente. E fuori
c'era il mare, il tramonto dorato, molte rondini.

Ghiannis Ritsos

Da "Poesie" di P. Cavalli

Ah smetti sedia di esser cosi sedia!
E voi, libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono, Solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch'io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati.
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.

Patrizia Cavalli

Due stanze

La stanza del suicida
(di Wyslawa Szymborska)

Certo pensate che la stanza fosse vuota.
E invece c’erano tre sedie con robusti schienali.
Una lampada buona contro il buio.
Una scrivania con sopra un portafoglio, giornali.
Un Buddha sereno, un Cristo afflitto.
Sette elefanti portafortuna, nel cassetto un’agenda.
Pensate che non ci fossero i nostri indirizzi?

Pensate che mancassero libri, quadri, dischi?
E invece c’era una trombetta consolatrice in mani nere.
Saskia e il suo cordiale piccolo fiore.
La gioia scintilla degli dei.
Ulisse sul ripiano si ristora dormendo
dopo le fatiche del quinto canto.
I moralisti,
nomi scritti a lettere d’oro
sui dorsi ben conciati.
Lì accanto i politici stavano ben ritti.

E quella stanza
non sembrava priva di vie d’uscita, magari la porta,
né senza prospettive, magari la finestra.
Gli occhiali da vista erano sul davanzale.
Una mosca ronzava, ossia era ancora viva.

Pensate che almeno la lettera spiegasse qualcosa.
E se vi dico che non c’erano lettere
e noi gli amici -tanti – ci ha tutti contenuti
la busta vuota appoggiata a un bicchiere.

Lente da francobollo
(di Erri De Luca)

Nessuno di noi è passato sulla faccia della terra senza il pensiero di buttarsi via, una volta almeno. Davanti a un parapetto alcuni lo hanno scavalcato. A chi si accosterà di nuovo al bordo, lascio una proposta, una piccola tecnica per convincersi meglio, a proseguire o a tirarsi indietro.

Prendi una lente d’ingrandimento, una da francobolli.
Scrutati la pelle, i peli diventati aghi di pino,
soffiaci sopra, tu sei il vento e il suolo, sono tuoi, ma pure di se stessi.
La ferita di ieri si è rimarginata, un rammendo rosa
di notte ha sigillato la sortita del sangue.
Poi guardati il piede, il tendine specialista di equilibrio,
di cammino, in salita più bravo del cavallo.
Dove frughi, trovi un dettaglio che brulica di mosse proprie e indipendenti.
Non sei il loro signore, tu sei il campo.
Non sei il padrone, ma l’ultimo inquilino.
Fatti prestare lo stetoscopio, appoggiatelo addosso,
meglio che dentro la conchiglia senti il mare chiuso,
le valvole del cuore sono branchie di pesce,
senti il tuffo dell’aria nel sacco dei polmoni,
l’ossigeno che s’incatena al sangue.
Lo saprà fare ben il corpo, di morire,
non ti devi commuovere per questo,
però ti devi accorgere in margine a te stesso,
di una crosta terrestre ai margini del mondo.
I pori sono stelle e pozzi, la pelle è nebulosa e prateria,
l’unghia è un deserto, la ruga è il gran canyon,
l’ombelico è un vulcano e tu sei una geografia.
Di qua o di là dal parapetto: il salto sarà più grande ora.
Così stanno le cose e noi siamo più piccoli di loro.

A mia madre

Tratto da qui

A mia madre

Guardo la casa dove vivi sola

la stessa dove anch’io sono nato

e ho vissuto

dici che più niente ti lega a questa terra

che verrai ad abitare più vicina a me

non si sa mai, un’influenza

o soltanto un mobile da spostare

intanto hai rinnovato le stanze

cambiato la cucina lucidato i pavimenti

dipinto la ringhiera dello stesso colore bruciato

che ha sempre avuto

è come se prima di andare

tu mettessi in ordine i ricordi

e ho paura di pensare che hai più di settant’anni

e senza dirmi niente per non farmi preoccupare

ti stai preparando a qualcosa di più grande

di un trasloco.

(Francesco Tomada da  “L’infanzia vista da qui” ed. Sottomondo)

Poesie per la figlia

tratto da qui

Le volte in cui porto la vita
a spalla come un corpo morto
tu convincimi, amore
col tuo traballante sorriso
che si tratta solamente
di un vecchio bimbo addormentato.

(Laura Liberale – Edizioni D’IF, Napoli, 2009 )

Qui sono io

Qui sono io, Leopoldo María Panero
figlio di padre ubriaco
e fratello di un suicida
perseguitato da uccelli e ricordi
che mi insidiano ogni mattina
appostati in cespugli
gridando perché cessi la memoria
e divenga blu il ricordo, e gema
pregando il niente perché muoia.

Leopoldo Maria Panero, poeta, nato a Madrid nel 1948

Kermesse

http://dailymotion.virgilio.it/swf/xccb3r
Faraòn Meteosès "KERMESSE" (vers. integr. Creative Commons)

Si dia il via allaudizione!

– … prego… mi si presti attenzione!

– … laccesso in platea… è per una ghinea!

… per voi Signore e Signori,

amici critici, validi autori

… un momento di Kermesse

… je suis votre Entraîneuse!

– (… shhh) … siiii… sono in incognito

… vostro liquido poetico-amniotico

… che importa se nata in vitro o clonata o ibernata,

sono una spuria velleitaria alienata e illetterata,

provocante e controproducente:

allibita dai rotabili tipografici,

illibata nei rotocalchi chilometrici,

concepita in repetita iuvant, ai relata refero referente

nel travaglio mi sfilerò il bavaglio

e… sil vous plait… pardon! … alla sans façon

… viados in topless, ve la do gratis

… eccezionalmente per questa Kermesse

… je suis votre Entraîneuse!

Sono Dada-seminuda-asessuata,

omelette e sans-culotte in pallacorda, in avanguardia

al Bordellone editoriale

di Vossignoria ed Eccellenza e non mi cale

il sottopancia che mi trancia, nellAvatar da porno-star,

si, sono una stanga… di losanga,

oca rampante dal sorriso disarmante,

che si spampana e si spompina della rima

e godo a modo come un fromboliere familiare al lessico,

rustico di poeticherie di porcherie,

 procace se vi piace e Travestito

nelle grotte azzurre di Falloppio,

nelle trombe metalliche di Eustachio

… sono la Violetta-Maddalena-Traviata e Salomè,

dal Monte Pimpla, venuta qui direttamente

… la Miss Blenorrea della Poesia,

per questinsolita Kermesse

… je suis votre Entraîneuse!

Per via orale, ho la tradizione, che trasmetto,

per altre do, la prestazione, che prometto

essere discreta, ad effetto disponibile e speciale

… del resto… ho due o tre parole ancora in bocca,

di riserva… quattro, cinque sul di dietro della scocca,

senza peli di creativa cheratina sulla Lingua-Menelik!

… elefante marino di prolattina sul batik,

indigesto di barriti di vocali e consonanti,

non essendo consono, sono chiunque, se vi pare

così… per LUDUM DICERE,

non posso tacere, né soprassedere

se vi tocco il comune senso del pudore

in un breve momento di Kermesse

… pourquoi… pourquoi… je suis votre Entraîneuse!

E poi ho penne e piume di cotenna e cotillon,

lustrini e strass, la silhouette con le paillette:

sarei lo Charmant delle Performançes, se mi lasciate un obolo

vi cadrò a fagiuolo, confagricolo e folcloristico,

vi darò il colpo di frusta e della strega, scoderò di grazia,

uccidendo lUomo morto per lEstrema Unzione con lunguento,

che mi invento senza vanto e vaselina

e… «Muy encantado-Signorina!»

Ne m’en veuillez pas… pour cette Kermesse

… je suis votre Entraîneuse! 

 

di Faraòn Meteosès da Psicofantaossessioni edito da Lietocolle

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