My valentine

LIMINA MUNDI

Buon S. Valentino

con la poesia “Filosofia dell’amore” di Percy Bysshe Shelley

Le fonti si confondono col fiume
i fiumi con l’Oceano
i venti del Cielo sempre
in dolci moti si uniscono
niente al mondo è celibe
e tutto per divina
legge in una forza
si incontra e si confonde.
Perché non io con te?

Vedi che le montagne baciano l’alto
del Cielo, e che le onde una per una
si abbracciano. Nessun fiore-sorella
vivrebbe più ritroso
verso il fratello-fiore.
E il chiarore del sole abbraccia la terra
e i raggi della Luna baciano il mare.
Per che cosa tutto questo lavoro tenero
se tu non vuoi baciarmi?

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Il cuore non è mai al sicuro di Patrizia Cavalli

Il cuore non è mai al sicuro e dunque,
fosse pure in silenzio, non vantarti
della vittoria o dell’indifferenza.
Rendi comunque onore a ciò che hai amato
anche quando ti sembra di non amarlo piú.
Te ne stai lí tranquilla? Ti senti soddisfatta?
Potresti finalmente dopo anni
d’ingloriosa incertezza, di smanie e umiliazioni,
rovesciare le parti, essere tu che umili e che comandi? No, non farlo,
fingi piuttosto, fingi l’amore che sentivi
vero, fingi perfettamente e vinci
la natura. L’amore stanco
forse è l’unico perfetto.

Patrizia Cavalli

Nina Cassian – “C’è modo e modo di sparire”

Poetarum Silva

c'è modo e modo

Nina Cassian, C’è modo e modo di sparire (poesie 1945-2007) – a cura di Ottavio Fatica – traduzione di Anna Natascia Bernacchia e Ottavio Fatica – Adelphi 2013.

***

Cedere il posto agli anziani e agli ammalati

Viaggiavo in piedi
eppure nessuno mi offrì il posto
anche se ero di almeno mille anni più anziana,
anche se portavo, ben visibili, i segni
di almeno tre gravi malanni:
Orgoglio, Solitudine e Arte.

*

Tirata del penultimo atto

Vi lascio, vi lascio, non vi toccherò mai più.
Io non ho più nulla da dimostrare.
Non vedo dunque il motivo di rinviare ancora
questo naufragar di cellule
chiamate mani, occhi o bocca
nell’argilla paziente, nell’argilla che
non mi aspetta né mi reclama,
stanca ormai della certezza
che le appartengo, nell’orizzonte nullo.
Ho detto quasi tutto quello che sapevo,
persino la menzogna ho pronunciato con devozione
poiché l’ho vista esister, prender corpo,
farsi viva…

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La sala dell’autopsia

Allora ero giovane e avevo la forza di dieci.
Per ogni cosa, pensavo. Benché parte del mio lavoro
la notte fosse di pulire la sala dell’autopsia,
una volta che il lavoro del medico legale era finito. Ma di tanto
in tanto staccavano prima, o troppo tardi.
E lasciavano ahimè fuori delle cose,
sul loro tavolo speciale. Un bambino piccolo,
immobile come pietra e freddo come neve…. Un’altra volta
un nero enorme dai capelli bianchi a cui avevano squarciato
il petto. Tutti i suoi organi vitali
buttati in una casseruola accanto alla testa. L’acqua usciva
dalla pompa, le luci fiammeggiavano.
E una volta c’era una gamba, una gamba di donna,
sul tavolo. Una gamba pallida e ben fatta.
Sapevo di che si trattava. Ne avevo già viste.
Questa però mi fece restare senza fiato.

La notte, tornato a casa, mia moglie mi avrebbe detto
«Tesoro, le cose si stanno aggiustando. Daremo questa vita
in permuta, in cambio di un’altra». Ma non era
così facile. Mi avrebbe preso la mano
tra le sue e me l’avrebbe tenuta stretta, mentre io sprofondavo
sul divano e chiudevo gli occhi. Pensando… a qualcosa.
Non so a che cosa. Ma le avrei lasciato portare
la mia mano al seno. A quel punto
avrei aperto gli occhi e fissato il soffitto, oppure
il pavimento. Allora le mie dita deviavano
verso la sua gamba. Che era calda e ben fatta, pronta a fremere
e sollevarsi leggermente, al tocco più leggero.
Ma la mia mente era confusa e agitata. Nulla
stava accadendo. O tutto. La vita
era una pietra, che stritolava e aguzzava.

Raymond Carver

La ragazzina che sto per bocciare

 

La ragazzina che sto per bocciare:
tredici anni al massimo,
mai visto in vita mia niente di simile
zero cultura, zero ideologia,
soltanto un’anarchia vitale originaria.

Si butta per terra
dice le parolacce tira i sassi
strappa quaderni e libri.

Le oppongo
una faccia impassibile, di bronzo.
Lei mi guarda con odio ma non sa
quanto io internamente le assomiglio.

Antonio Turolo (Mestre, 1962), da Corruptio optimi pessima (Nuova dimensione, 2007)

 

tratto da qui

Questo non è

Questo non è
un giorno più difficile degli altri
questa non è una strada più lunga

questo è il giorno
questa è la strada
e così i fiori sono il fiore
e c’è una sola notte
una sola guerra

la molteplicità è un inganno
e così le forme, i messaggi
c’è unità, unità assoluta
nel mosaico vociante
della morte.

(Giacomo Leronni)

poesia tratta dal sito Imperfetta Ellisse qui

The snow man

The snow man                                                                            L’uomo di neve

One must have a mind of winter
To regard the frost and the boughs
Of the pine-trees crusted with snow;And have been cold a long time
To behold the junipers shagged with ice,
The spruces rough in the distant glitterOf the January sun; and not to think
Of any misery in the sound of the wind,
In the sound of a few leaves,

Which is the sound of the land
Full of the same wind
That is blowing in the same bare place

For the listener, who listens in the snow,
And, nothing himself, beholds
Nothing that is not there and the nothing that is.

 

Wallace Stevens

 

Bisogna avere una mente d’inverno
per stare a guardare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve;E aver avuto freddo per tanto tempo
per vedere i ginepri intricati di ghiaccio,
gli abeti rugosi nel luccicare lontanodel sole di gennaio; e non pensare
al gemito  ch’è nel suono del vento
nel  suono di poche foglie

che è il suono della terra
piena dello stesso vento
che soffia nello stesso luogo vuoto

per chi ascolta e nella neve sente,
d’essere egli stesso niente, vedendo
il nulla che c’è e il nulla che non c’è.

Trad.   di Loredana Semantica

qui , su La dimora del tempo sospeso una traduzione e commento di Gianluca D’Andrea

a seguire nell’ordine  le traduzioni di: Renato Poggioli, Nadia Fusini, Massimo Bacigalupo, Lisa Sammarco citate nei commenti al post da Francesco Marotta

Si deve avere un animo d’inverno
Per contemplare questo gelo e i pini
Con le rame incrostate dalla neve;
E avere avuto freddo lungo tempo
Per guardare i ginepri irti di ghiaccio
I rudi abeti nel brillìo remoto
Del sole di gennaio; e non pensare
D’alcun duolo nel gemito del vento,
O nel suono di queste poche foglie,
Voci di una regione visitata
Da quel vento che sempre
Sibila sullo stesso nudo luogo
Per chi ascolta, chi ascolta nel nevaio,
E nulla in sé medesimo, contempla
Là quel nulla che è e che non è.
(Renato Poggioli, 1954)
*
Bisogna avere una mente d’inverno
per osservare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve;
e avere patito tanto freddo
per guardare i ginepri ricoperti di ghiaccio,
gli abeti ruvidi nel distante riflesso
del sole di gennaio; e non pensare
alla miseria che risuona nel vento,
tra le rade foglie,
il medesimo suono della terra
attraversata dal medesimo vento
che soffia nello stesso spazio spoglio
per chi in ascolto, ascolta nella neve,
e lui stesso un nulla, guarda
il Nulla che non c’è e il nulla che c’è.
(Nadia Fusini, 1985)
*
Si deve avere una mente d’inverno
per guardare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve,
e avere avuto freddo a lungo
per vedere i ginepri irti di ghiaccio,
gli abeti ruvidi nel chiarore lontano
del sole di gennaio, e non pensare
a un dolore nel suono del vento,
nel suono di poche foglie,
che è il suono della terra
percorsa dallo stesso vento
che soffia nello stesso nudo luogo
per l’ascoltatore, che ascolta nella neve
e, nulla in sé, vede
nulla che non sia lì, e il nulla che è.
(Massimo Bacigalupo, 1994)
*
Si deve avere una mente fredda
per apprezzare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve,
e aver avuto freddo a lungo,
per scorgere i ginepri puntuti di ghiaccio,
gli abeti irruvidirsi nel lontano luccichio
del sole di Gennaio; e non pensare
ad alcuna pena nel suono del vento,
nel suono di poche foglie,
che sono il suono della terra
colmo dello stesso vento
che sta soffiando nello stesso vuoto
per chi ascolta, per chi ascolta nella neve,
e, lui stesso niente, guarda
niente che non c’è e il niente che è.
(Lisa Sammarco, 2008)

No

no
non c’è più spazio
né accesso a niente
a nessuno
più niente di bello
nel marketing
che tutto ha mangiato e assorbito
e ogni ora che passa
peggiora lo schifo
che già è tutto schifo
e niente più è niente
e mancano tutte le cose
i ragazzini giocano a calcio
i bambini giocano ai giochi
i letterati ascoltano le loro voci
amplificate nei microfoni
che nessuno ascolta
tramontati i valori antichi
non ce ne sono di nuovi
e solo dolore miseria sporco
un gruppo di avvinazzati
continua a parlare a voce alta
così nessuno sente niente
di ciò che farneticano i letterati
e tutti disturbano tutti
e poi tutti se ne vanno
tutti felici di aver disturbato tutti
di aver sparso piccoli semi
di infelicità
ecco la felicità residua:
lo spargimento dell’infelicità.

 Massimiliano Chiamenti, poeta (Firenze, 1967- Bologna, 2011).

 

Solo girasoli

I GIRASOLI

Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

[Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925] 

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