Ti parlerò

Ti parlerò di quella potenza
che fuoriesce intatta e muta
latrando mentalmente
verso i tuoi passi frettolosi
condotti a testa bassa
nei pressi e di sfuggita
opposta all’altra ostentata
che entra mentre parliamo
con tutto il biondo seguito stempiato
pallido di applicazione a carte
risate ricorsi tra un essere e l’altro
uno alto uno basso uno minuto
in fila a salutare come fosse
omaggio dovuto alla partenza
come si aspettasse una notizia
di licenziamento o trasferimento
un qualche allontanamento
liberatorio di catene
per cui brindare
alla salute rimasta
ai cani.

C’è modo di sfuggire al mondo?

C’è modo di sfuggire al mondo?
Una coperta non basta
non basta coprirsi gli occhi
farsi piccoli appiattirsi
al muro invisibili non respirare
non vivere quasi.
Alcuni raccontano d’essere
sfuggiti così al massacro
e lo possono ancora ricordare
altri invece no.

Sia ogni giorno il giorno
della memoria per gli istriani
indiani semiti salentini abitanti
di Sarajevo ed africani e per tutte
le città occupate da invasati
per tutti i luoghi dove l’uomo
ha vomitato vertici violenti
d’abiezione in nome
di una qualche falsità.

Dal culto dell’io potente
ricco apparente appariscente
traghettiamo verso l’avversione
al debole al diverso all’estraneo
che si appropria del nostro.
Credo che neanche tra le scimmie
questa si chiami evoluzione.

Avvertenza importante al lettore
il presente testo poetico
è circolare
come la storia.

Eccovi integro

Eccovi integro scodellato
scolato del suo liquido
condito riccamente e saporito
il nostro più autentico
amato fallimento ieratico
dove convergiamo penduli
capovolti inanimati
vedovi di speranza
crocifissi di pena
curvi e imbiancati
nell’evviva impassibile
della litania

Alla fine vivere

Alla fine vivere
è qualcosa di carnale
un vagito materiale
d’ossa e aria
il cibo che nutre
l’ossigeno che invade
tutto ci riempie di una pienezza
monca nella quale sostiamo
indefiniti.

Siccome non l’ho espresso

Siccome non l’ho espresso
il mio pensiero non esiste
quand’anche l’esprimessi
sarebbe travisato
quando non usucapito
come il vestito di un altro
corpo come se fosse
la sua bandiera
nel loculo mai visto
del più bieco opportunismo.

Ma che diciamo poi

Ma che diciamo poi
con le parole più care
infiniti sbadigli un calco di mani
lui dice hai spezzato un cuore
lei un trofeo di battimani
opposto al corpo minuto
è una sconfitta morale
che veda l’intruso scalare
i giochi ottusi del potere
dove chi passa pieno di sé
crede al proprio valore
chi resta si addolora
la vita è ogni giorno più dura
di controversi legali
la percorriamo di sbagli
tra i tasti di un pianoforte
e un camice che stringe
il torace la vita è una musica
triste che apre le braccia
senza volare

Alcuni scrivono

Alcuni scrivono senza contare nulla
nemmeno il pezzo di pane alla bocca
scrivono senza criterio per solo colpo
su colpo per rabbia e per sfida
per strappare di occhi i travagli
per non avere strisciato oltre l’orlo
per lo strapiombo del corpo per il cervello
bacato per non avere capito neanche
di avere sbagliato scrivono i soliti nomi
salvando le spese i contrasti
divorando le carni ed il pianto
dei laghi infinito bruciante
che sale bagnato alle sclere per la
stanchezza soltanto la stanchezza
assoluta irretita bastarda
che consuma la voce e lima la vita
strozzando il canto e le righe ogni
speranza di luce spingendo le mani
gloriose fin oltre le istanze
il burrone.

Ho un po’ di vomito

Ho un po’ di vomito
che langue
sulla punta della lingua
l’angoscia dello spillo
che trapassa il cuore
non c’è riposo non c’è onore
tutto è un vasto cumulo di sesso
che stupra l’acciaio
che lo infarina

Io fiorisco tra le mani

Io fiorisco tra le mani
un ventre meraviglia
tra l’omero e la spalla
tra i feriti
un calco osseo di brina
stuporosa.
 
Non è l’estate che mi chiama
non gli amici
è il lato oltre la facciata
umbratile scostante
da dove incombe l’autentico
il dolore.

Ti aspettiamo ancora

Ti aspettiamo ancora
ancora ti aspettiamo
come si aspetta l’aurora
quando è notte
anelando al cinguettio
che riempie il mondo
di un nuovo giorno.

E l’attesa di te è infinita
una continuità di vita
qualcosa che consuma
la cera una candela
che mirabilmente
brucia senza fiamma.

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