Racimolo parole

Racimolo parole nel crivello

quelle belle le accendo e loro

tutte vanitose in bella mostra

col petto tronfio in fuori

fiori sono preziosi di sintagmi

fiammiferi  infuocati nella notte.

Le altre timide ordinarie

le spalle circonflesse

le ordino sul foglio in fila indiana

soldatini di piombo macchinine

le muovo come una legione

che avanza compatta verso l’orlo.

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Bombardamenti

Bombardamenti tra meningi

atomi che scoppiano nel vuoto

come satelliti o pianeti

minuscoli pulviscoli dispersi

che flusso diventano ad un tratto

rapido pungente e improvviso

penetrante a bucare il labirinto

perforando il timpano e l’udito

stupefatto algido nascente

alto purissimo ed esatto

come se mai in precedenza

fosse mai stato detto

così meravigliosamente nuovo

da qualunque bocca emesso

in quel preciso modo

e tutto mio diventa

unico e perfetto

esposto espresso pronunziato

immenso possente oracolare

plasma supino tra le mani

pasta vivissima per modellare

forma per bocca secondante

armata disarmata abbandonata

dolce freddissima gelata

piuma sofficissima di neve

barocca disadorna barricata

marmo venato di divino

gancio di ferro ad uncinare

di lunghissimi arpioni tutti i rami  

ruggine gridando alle radici

tenerissima cosa sussurrando

al nucleo mondo di ogni male.

Incantesimo

Quando è davanti il bianco

bianco dev’essere l’intero quanto

senza nero di scritta o segni o colori

ché l’occhio dannato vi anneghi

d’ ingorghi e angoscia muta.

Vanità sia nel tronco mozzato

precipizio a raccolta del nulla

il respiro vi spazi perduto

paralisi che in voce si forma

sul dorso flesso si (s)pieghi

d’impeto che gonfio s’alzi

immenso di lievito assiso

vento nel  vertice alto

altissimo trono del mondo.

E la punta che riga lo strazi

e il tasto che batte lo sporchi

di sangue di sabbia di chiodo

di calce di brina di fango

di polline pelle sudore

briciole zucchero

sporche parole.

 

Accade che sia turbine

Accade che sia turbine

mai detto di parole

impasto di pasta maneggiato

per fame ingoiato in un boccone

sillabe sfreccianti a segmenti

scorte di fretta  sopra il foglio

con la coda rapida dell’occhio

frastagliate di zig zag sull’orlo

sminuzzate a tocchetti come tozzi

di pane sbriciolate

molliche beccate dai colombi

a metà ingurgitate

imperfette scombinate

mai viste dissepolte innate.

Accade

che rinascano di getto

per pressione in schizzo verticale

dall’acqua ristagnante

esplose

nuove brillanti sfolgoranti

variopinte ricomposte lucide

danzanti

leccate pulite libere ribelli

monde ed immonde risciacquate.

Accade che siano bocca

cerchi volanti di vocali

canti cantanti consonanti

gerundi di suoni e participi

e tutti in gamma a milioni i predicati

che si facciano fragole di bosco

indugino sul bianco delle labbra

tutte bianche di latte e belle

belle le parole belle

e belle anche le altre

quelle a forcipe estratte  

in sopra soglia partorendo

l’esilio della lingua

ultimo eterno.

 

La cosa che scrive

La cosa che scrive è più forte

di luce si scrosta dai muri

fremendo rinviene alle dita

raccoglie di lingua la bocca

rastrella parole si stacca

di vermi si spreme sul foglio

lo sporca di segni lo bagna

di parto si spacca il nocciolo

silenzio che insozza le pietre

la bava d’argento è lumaca

resiste rimonta rigetta

s’incolla  potente al cervello

la cosa che scrive è di gabbia

placenta  che al seme s’aggrappa

estremo congiunto alla vita

curvato gemmando di fine.