Salutare non sature cose

Salutare non sature cose. che selvaggiamente erompono da un leggero multistrato di amianto. il metallo è un ricordo. di un treppiedi piantato al centro di un prato. i tubi di acciaio sono. dinamite esplodente. ho lasciato lungo un filare i miei passi. quelli che guidano ai padri. ai cipressi. ma qui la roccia spacca. non c’è ombra o sollievo. solo crepe di terra di pelle. come fratture del tempo le ginocchia piegate. la postura sbagliata è una vertebra curva del capo.

Fino al volo

il presente è carico di istanti. come il diaframma contratto nel singhiozzo. come possibili scenari. aperti e chiusi. divelti uno dopo l’altro.

le facce ad una ad una sono distanti. sempre più bianche. non hanno forma i nasi. non i colli. in massa gli ovali si addossano ai capelli. nei volti l’informe percezione dei miei occhi.

d’essere poeta. non l’ho desiderato. solo il divario cresceva. nella dura madre. fino al distacco dalla pianta. fino al volo. le radici come croci verso il cielo.

Passo di luce

il caldo scioglie la resina, l’asfalto, la granita nel bicchiere. lo schermo tenta inutilmente la frescura. filtra un chiarore implacabile che risolleva il giorno. da ieri risento le cicale. è il suono che rigenera l’estate. spaccando la terra. la sua inestinta arsura.

mia massacrata terra. riarsa al solleone. ardente di radiche e vendette. crudele madre massacrata. di crepe e di purezza. bianche le rocce a sconfiggere le nuvole. un ammasso sferico di bolle. candide e imprendibili. il nulla che si specchia negli occhi della mantide.

poi c’è il terzo passo. quello che afferra la distanza. che dal tempo del passaggio rivendica lo stretto. e non è l’acqua. non è l’aria. non i campi non la macchia. non il vento del mediterraneo. ma è qualcosa che prende nel respiro. limpido su un’isola. e lo fa grande azzurro vivo.

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ringrazio Francesco Tontoli per la speciale lettura del testo ed il contributo alla definizione del suo titolo.

Stati minimi

sei solo un battito. un attimo che transita. il riscatto obliterato delle ciglia. schiocco risolto a convertire. ti abita un disordine beato che mai si mostra ma per rivalsa uccide.

è un dentro che commuove. quel mare indicibile. che giunge nel sonno dove il punto vuole. e poi ancora. al risveglio. dal sogno ricadendo. s’immola al suo fondo. dove tutto muore.

piccola è ogni cosa e spaventosa. anche queste labbra rosse che dicono forte. carne che piace e sulla bocca gonfia. i denti il seno il senso del perdono. il morso che altrimenti ci divora.

c’è nel dire un lato postumo. selvatico di doni. scavo impietoso che instilla seme nel seme e ancora seme. fino a raggiungere il centro del niente. fino all’inesistente.

 

Stato maestro

ho visto il declinare. d’albero maestro. uno dopo l’altro disseccarsi. eppure farsi esempio è faro. scelta. guado. tutto convergendo. luce sull’abisso. ulcera nel petto. rosa maestosa che (s)fiorisce

c’è matassa nel bandolo. dove si fa nudo il nocciolo. né guru né santone, non sciamano né umano. un semidio maestro. emerge dalle onde. zufolando debolezze.

nel suono mortale del silenzio un’armonia di sillabe. d’organo a perpetuarne il senso. slancio svettante oltre i capezzoli. il suo contare fragile il risveglio. la leggerezza piumata dei pulcini.

come un arco che si tende. curva in punta e freccia. vibra quando scocca e sfonda. il lato oscuro del bersaglio. la faccia nascosta dell’arciere

Stati misti

ho graffi dappertutto. nella pagina inferiore delle braccia. sul dorso delle mani. sul ventre convesso, come un dosso artificiale, sul quale campeggia una manciata di nei piccoli e sbiaditi. presumono d’essere disposti secondo una volontà divina. Quasi costellazioni celesti.

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stasera rantolo stanchezza. nessun enzima da consegnare. né segno o sindone. nessuna escrescenza di salnitro da scrostare.

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tutto tace. non parla il mostro dentro. non il santo non il vate. tutto tace. non fiorisce una rosa o la parola. né l’anima la segue. e il rumore che c’è intorno è meno di un sussurro. uno sbadiglio.

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penso a quei dintorni stanchi. all’imbrunire. di strade macchine palazzi. al respiro che respira grigio. quando ogni cosa tace o grida o invecchia. e nell’imbuto rabbocca a litri l’abbandono.

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penso al sonno. un tuffo nero verticale. dentro al nulla l’infusione. penso al dopo. un risveglio improbabile. domani inanellando tutti i gesti del giorno in successione.