Dialogo X

– potremmo nel respiro essere. come conchiglie nel reflusso.

potremmo ancòra essere. scoglio àncora marea.

– angelo combattente. e insieme niente

anch’io ogni tanto mi ridimensiono. mi dimentico e da sola mi perdono.

– penso che tu mi debba qualcosa nonostante. almeno il nome

c’è come una balaustra. un orologio che muove gli ingranaggi. una macchina che corre senza sbagli. freccia ostacolo battuta. tutto il peso di una roccia. siepe.

– sfuggi alla domanda. non determini la stirpe. tutte le scarpe dei tuoi piedi.

l’ undici maggio  di quest’anno è morto un poeta. nato nel millenovecentosessantuno. io non lo conoscevo. ma questo poco importa. chissà quanti poeti non conosco. lui però scriveva bene. e firmava  col suo nome. un nome da poeta. Stefano Leoni.

– se hai un nome esisti. se hai un nome ti chiamano col nome. e anche se muori ci sei oltre la pietra. il tuo dire è figura. corpo con scheletro a contorno.  hai occhi bocca orecchie. fronte labbra sopracciglia. arti mani e tronco. dita. come fossero icone con un orlo. impalcatura che articola gli snodi. ceppo di legno che sostanzia. sagoma a substrato d’ossa. è bello avere un nome. essere nuda faccia coi capelli. sentirsi nominare come.

sei all’angolo della bocca.

– non è facile trovare alternative.

il genere è coerente. la parola antica.

– come l’ombra e la  luce. il vento e la terra. il tronco e la radice. fiume e sponda.

come il leone e la farfalla. il seme e la pianta. gemito e germoglio. anelito ed orgoglio.

– c ’è sempre la terza persona singolare.

io non ti vorrei chiamare. lasciandoti piuttosto nel contorno. come se fosse chiarore di veggenza. o d’evidenza.

– io invece ho una certezza che ti investe

che sia io la foglia terminale. 

– che respingi il culmine di netto. e fai fatica ad accettare. svolgi una pretesa di protesta. che stronca l’alba. rigurgita faville. confonde anche  le ossa. infilza lo sterno con lama della notte.

preferisco tessere con mani informi. reggo  in ogni piega delle pelle.

– scuci a tratti il tuo orizzonte. ne fai dettato debole. infine lo ribalti. nella dialettica scorticata dei contrasti.

c’è come un taglio  verticale. dove ripetutamente sfondo e affondo.

– senza che il volo abbia mai fine

senza che il  domani sia presente. tesso un limbo soffice gravido di superficie.

– è che non ti accorgi di volare. come quelli che sul treno. vedono gli alberi passare.

forse non ho occhi abbastanza. da cogliere le frecce. ho vento a sfavore nelle sclere.

– dico solo che ti aspetto.

dico che planerò un giorno. tra le tue braccia.

– ti addormenterai col capo sulla spalla.

come un uccello piega sotto l’ala la testina. un agnello nel ricovero le ginocchia. come se fossi ancora la tua bambina.

Dialogo XI

– imporre la grazia è un rovinio continuo. vorrei invece che scendesse. come una pioggia sottile. su tutte le vesti e i gesti. sulle teste i capelli e le menti. sugli alligatori e i rinoceronti. sui serpenti.

– la città come una giungla. una savana di albicocche. pesci nei fiumi e tartarughe morte.

– eravamo così desiderose di straordinario. che vedevamo un miracolo in uno sbadiglio.

– denudarsi è un atto di ribellione. c’è chi lo fa col corpo. c’è chi soffre a colazione.

– quando tu ci dicevi sono finito. ti parlavamo di Delano. ma il parallelismo non teneva. era una forma di lusinga reciproca e alla vita.

– questo dettaglio in un deserto. fa quasi tenerezza. come un cucciolo felino.

– il tuo che schifo invece era una specie di intercalare. ma come darti torto. adesso anch’io lo vedo debordare. alzarsi sedersi. invadere la scena. bere mangiare parlare. presenziare in ogni luogo col disgusto.

– talvolta era la maschera della commozione.

– come per un regalo o un’emozione.

– a volte mi vergogno di sapere usare così bene le parole. di comporle nello spazio come un fiore. è quando vedo cose sconvolgenti. allora penso l’inutilità d’ogni pronunciamento. allora mi rifugio nel silenzio.

– taci già abbastanza.

– pensi che sia evidente.

– l’evidenza è relativa all’attenzione. pensi che qualcuno te ne presti.

– talora qualcuno.

– ma c’è un mondo dove sei presente.

– qualche volta l’ho creduto. adesso meno che niente.

– ti sfogli come una corolla.

– come un libro spaginato. come un barattolo spaiato. come la vernice della porta esposta alla salsedine. quando il tempo logora la superficie. quando l’usura scrosta il legno e morde fino al collo. al suo midollo.

– spieghi l’inevitabile. un accadimento comune a ciò che vive.

– sempre più spesso dall’alto. come fosse altro. vedo i passi del mio metro. i capelli usualmente scombinati. un poco finti di stoppa mal cardata. scarsi vestiti e poca roba. sufficientemente odiosa. dove c’era la spalla ora la pena. dove consolazione e tenerezza adesso brulle zolle e vetro a pezzi. un andamento sazio una mai certezza. un cercine che logora le radici. la durezza che non basta a compensare. neanche se le unghie inspessite dall’odore. fossero zappe per svellere. rostri di un vomere impazzito. è un fatto di pianto e di respiro. di respiro e pianto. un cerimoniale di fermezza. sui tasti tra le lunghe dita. le prenotazioni dovute per ricordi. è la percezione o consapevolezza. che tutte insieme in volo. si radunano le capinere. sospeso nell’aria un frullo d’ali. e un’ansia spaventosa di ginestre. un languore del giallo strepitoso. come se ci fosse ancora il sole. come se potesse scoppiare in cuore. qualcosa di prodigioso e inenarrabile. e invece sale.

– passerà tra i tronchi la bufera. e le chiome dei cerchi alti. satureranno il bosco di viole. il vento spazzerà la piazza. e le buste di plastica ruotando. investiranno i campi. le foglie faranno mucchi rossi. di crepitii autunnali. nelle pozze si specchierà una luna limpida. animale.

– è il desiderio d’arrembaggio. la voluttà catartica dei primi. il punto cardinale delle occhiaie. lasciano i vermi al pasto. i cani ai collari. il peso degli uomini alla terra. al cielo gli animali.

– quando più si accende la tensione. tanto più ti chiudi alla chiarezza. e lanci criptici messaggi. perché nulla comprenda il tuo sarcofago. la mummia. la carezza.

– dallo spirito contratto sgorga un fiume. senza argini a pescare. senza fondo e sponde. solo piena di tracollo. tutti i covi colmi. tutti i rovi.

– si legge di molti lo spaesamento. ma quello smarrimento senza madri. senza luogo che sia pace. che riempie il pianeta e lo fa vuoto. non è il tuo ricamo. non il tuo posto. è un comune intonaco che scrosta.

– e cade insieme all’erba agli alberi a quei fiori. che annusano le api. insieme all’aria ed all’acqua. insieme a tutti gli elementi della terra.

Nota a “L’informe amniotico” di Giorgio Bonacini

Una scansione temporale inversa, dove il già accaduto appare come un presente ulteriore, può significare una ricerca che tenta di rendere sensibili ed evidenti a se stessi connessioni e significati vissuti, ma che necessitano di nuova percezione ed esperienza. Dalle profondità del passato, scandito in sequenze di ore piene di tempo compresso, si recuperano momenti esistenziali, prove di vita che, momento dopo momento, ritornano all’oggi: o meglio allo zero presente di una esterna, perché visibile in scrittura, interiorità singolare e frastagliata nei suoi eventi.
Ma per chi è in atto di poesia, consapevole del suo fare concreto, come ci mostra Loredana Semantica in questi appunti poetici numerati, sa che anche la scansione materiale del testo produce la sua significazione: ad esempio nell’emozione di un senso che è gratitudine e palpitazione anche a partire da una piccola fonìa grafica: là dove annota che la perfezione della sessantatreesima ora “risparmiò una e. e dentro aveva il tre” e la fatica di una nascita all’infinito. Si vede dunque chiaramente la valenza poetica di una forma del sentimento che va dall’alfabeto alla significazione continua di un perenne inizio di senso. Una progressione continua, dunque, una scansione che sembra avere un andamento che è più una distensione che un cammino. I testi infatti si presentano sulla pagina come delle riflessioni senza versificazione, salvo il fatto di essere punteggiate, e perciò respirate interiormente, con un ritmo che è connotazione di un lento stato, come di attesa.
Scrivere allora diventa un modo, passo dopo passo, di raccogliere figure e sostanze, percezioni e immagini, in un brusio modulato che prende corpo e pensiero. E dove noi che leggiamo ne sentiamo le fluttuazioni, da un estremo all’altro, di quel particolarissimo essere lirico che è l’ansia del poeta. Ogni tanto però il testo da lineare ritorna in strofe, senza segni di punteggiatura, rette solo dal proprio scandire lo spazio e il tempo della scrittura e della lettura: della parola detta e della parola taciuta, anche quando “accade che si scriva/ed è un errore”. Ma non c’ è modo di smettere il canto, perché è lì a dare evidenza esemplare al proprio dire, a disincarnarlo dal corpo centrale per desiderio di leggerezza o di precisazione nel suo offrirsi totale.
E nonostante l’io sia una “preda indifesa”, nel testo si lascia andare a circonvoluzioni di assoluta e precisa libertà, dove la luna ritorna ad essere la poesia centrale: in un impeto di suono, rime, assonanze che scandiscono un momento di bellezza e purezza.
Poi qualcosa ripiega in se stessa e dentro di sé tace, seppur con fatica, anche i modi in cui la vita si snoda, si arrotola, si contrae e sembra all’apparenza contraffarsi. Ma nonostante questa ferita dentro il senso, questa difficoltà nel comprendere i segnali e la voce che ten-ta di fermare la conta delle ore, c’è ancora un TU, un altro a cui donare ciò che appartiene e che abita la poesia: la parola. E se anche sono “parole vuote”, quando le vedi davanti, una dopo l’altra, sono “come fiori offerti. come fiammiferi accesi”. Perché non è possibile, quando il linguaggio chiama la lingua a farsi suono, voce e poi scrittura in segni necessari alla propria sconosciuta origine, non considerare l’ascolto di sé, che scrive se stesso, di natura universale, nello “scivolamento costante” verso un’origine materna, inesauribile.

Giorgio Bonacini – Settembre 2012 –

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