La Venere marchiata

venere

foto di Sergio Gabriele - FemminArt e Migranze

Intorno al 1482 Botticelli dipinse “La nascita di Venere”. Un’opera che esalta la bellezza, la grazia, l’amore. Nel famosissimo dipinto è rappresentata una figura femminile nuda che sembra trasportata verso l’osservatore dall’acqua. La conchiglia fa da sostegno e barca, l’accoglie, come un’opera d’arte il suo piedistallo. Culla è la conchiglia, il corpo femminile la sua perla. Liscia, candida, levigata nella sua forma, snella e pudica, la dea è preziosa, ma senza fronzoli e sovrabbondanza, solo candore e riflessi di luce.

E’ incredibile che resti eretta sul quel sostegno galleggiante e incerto, è come se fluttuasse angelica tra il soffio di creature alate, i fluenti capelli nel vento, e una primavera che accorre con un  drappo a coprire la dea nascente. Un’icona universalmente riconosciuta di bellezza del corpo femminile a cui si associa l’idea dell’amore spirituale piuttosto che passionale per la semplicità della nudità che si offre allo sguardo e nel contempo copre gli attributi sessuali, un corpo senza opulenza ma ricco di grazia.  

Se di questa figura dipinta diventa statua di gesso o di marmo, si rende ciò che statuariamente è rappresentato su tela di lino, corpo tangibile, si è cioè compiuta un’operazione di trasposizione in materia di una sostanza ideale, significa spostare la forma dal piano allo spazio, occupare il volume della carne.

E’ un raptus schizzarne la superficie di colore. Un gesto irrazionale ch’è sfregio o forse desiderio di senso. Innanzitutto per la scelta di colore, il rosso che  ci riporta al sangue, il rosso che cola dagli schizzi che nello sguardo di pochi secondi dà la percezione del tempo. Schizzi che comunicano il divenire del sangue, sangue che s’intreccia con l’essere femmina che è origine e portatrice di vita. Chè si nasce da donna sempre, nel sangue, tra fluidi e placenta, nel liquore corporale che sporca e che macchia non nella spuma del mare che purifica e monda.

L’operazione di apologia della bellezza avviene quindi spostando il centro, compiendo uno scivolamento della rappresentazione da meraviglia ch’è spirito a meraviglia ch’è corpo e per mezzo di questo alla verità che impressiona.

La verità di un menarca che rivela la femmina e l’aspettativa gravida di sesso e progenie.  Non rosso negazione, ma affermazione di vita, portatore di attesa, offerta all’altare della fertilità, marchio del corpo ch’è speranza di propagazione della specie, ch’è carne nella sua animalità, ch’è potenza di mitosi cellulare da quell’attimo del tocco tra nucleo e sperma tra uovo e gamete. Un tocco che rimanda e quasi ripete il tocco tra mani divine e un Adamo di fango. Tocco  che instilla l’anima all’inerte e accende la scintilla di vitalità.

Ma il rimando al sangue non è solo verità animale della riproduzione, è anche verità che impressiona come la vista del sangue versato dalle ferite, segno di negazione della vita e portatore di dolore.

E’ per questo che la statua ha corpo di femmina, ché dalle origini del mondo la donna porta il fardello segreto di un dolore indicibile. Come la madre del Salvatore, gemente ai piedi della croce, prostrata nella rappresentazione della “pietà”, simbolo di tutte le madri dolenti che piangono figli mortalmente offesi, come la madre di tutti gli uomini che piange per tutte le donne che portano in seno figli perduti, mai avuti, per quelle che nel fisico hanno subito il loro essere donne come una pena, un’espiazione, un’oppressione alla quale solo la morte è pace, liberazione, per tutte le violenze che le hanno piagate, piegate, violate, mai sufficientemente dimenticate, mai abbastanza rivelate, donne martirizzate ancora oggi che si dicono emancipate, perché viene loro negata la capacità di autodeterminazione e sono uccise da mariti, fidanzati e compagni che hanno dimenticato non solo il dovere di proteggere le (loro) donne, ma ancora più gravemente rinnegano il diritto alla libertà e alla vita di un altro essere umano.

L’idea che la Venere di Botticelli rappresenti la purezza dà nuovo senso agli schizzi di colore quello di contaminare la purezza consegnandoci un’ altra verità che impressiona.

Quella che promana dall’esistenza del male, che annega la bellezza e trasuda veleno, il viola che occhieggia tra pennellate carminio.

La statua non ha testa. Per questa offesa insanabile ch’è il male, male che non trova ragione se non in se stesso, perché sebbene si compiano azioni malvagie per un fine, questo fine non è sufficiente spiegazione per aver sacrificato il bene. Non c’è intelligenza che giustifichi l’uccisione della morale. Al male, come al bene, ci si vota. Quasi una fede. Poi ci sono le azioni che passano al vaglio della comprensione, ma nella scelta originaria, non c’è niente da capire, semplicemente c’è o non c’è il bisogno di rispondere alla legge morale dentro di noi, guardando il cielo stellato sopra di noi. Male che contagia che si propaga diffondendosi nel mondo e attirando nella sua vischiosa spirale.

La statua non ha volto, ché non può avere volto, né di vittima,  né di  carnefice.

Quando l’anima è malata del male, l’anima non ha volto perché il volto si deforma nei mille volti della personificazione del male che prende fattezze e fisico umani e che opera per suo conto come un demonio nel mondo.

La statua è senza volto perché quando scorre il sangue di ferite inferte nella carne tenera e innocente, il sangue non ha naso né bocca né occhi, ma nel solo colore grida l’impotenza, la disperazione, l’orrore.

Che sia l’orrore la chiave di lettura del nostro tempo? L’orrore che guarda alla violenza fino al sangue delle bestie uccise o degli uomini uccisi come bestie, alle torture e uccisioni tutte, ai genocidi, alle stragi di donne, uomini e bambini. Di tutti i tempi, del secolo appena trascorso, di ieri. Soltanto le ultime che tornano alla memoria: quelle di Oslo e dell’isola Utoya, i bambini e le donne assassinati nella scuola di Newtown in Connecticut.

La statua è senza volto perché lo sguardo non può alzarsi a guardare il volto della vittima, verso la quale pesa l’enorme senso di colpa di non averla potuta difendere, di non averla abbastanza protetta, di non essere in quel luogo,in quel momento, di non avere abbastanza coraggio, forza, determinazione, d’essere sempre inadeguati, immoti, insufficienti.

Di avere armi spuntate e non abbastanza alleati, di non essere fermi e piegarsi a indegni inciuci per sopravvivere, molto più spesso per quieto vivere. Di non avere nemmeno il coraggio della verità.

Alla fine è la verità la chiave di lettura di questa lordura sulla superficie bianca, sulla pelle perfetta, sul calore a cui essa rimanda, sulla morbidezza e candore e purezza. Come una rosa dai petali straziati, così la Venere striata dice lo sprofondamento del bello che avviene nel sangue, fino a colare dai pori l’infamia di questa martoriata umanità.

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