Tema svolto: l'aborto

Ho scritto questo tema per aiutare nei compiti mio figlio, lui però non ne ha voluto far uso. Notando che spesso i ragazzi utilizzano internet per i loro studi lo metto qui a disposizione, sperando possa servire a qualcuno per spunto o confronto, occasione di riflessione.

Lo archivio nella categoria “fuori tema”, perché estraneo alle finalità, al filo conduttore di questo blog.

L’aborto

 

L’aborto è da sempre una piaga sociale che coinvolge profondamente la psiche e il corpo della donna, le sue scelte di vita, investendo con pienezza una sfera delicata che è quella della coscienza individuale e sessuale nel rapporto con l’origine della vita, mettendo in discussione il valore e le ragioni delle sue scelte più intime e difficili.

L’aborto nella sua accezione terminologica consiste nell’interruzione della gravidanza prima che il feto sia in grado di condurre vita autonoma. Intendendo con ciò semplicemente l’atto di respirare. E’ di tutta evidenza infatti che un essere umano non può condurre vita autonoma se non fino a quando sia in grado di procacciarsi il cibo da solo, né più né meno di qualunque altro mammifero.

L’interruzione della gravidanza può avvenire spontaneamente quando non vi siano le condizioni naturali per condurre a termine la gestazione, per patologie/anomalie incompatibili con la sua prosecuzione inerenti la madre o il feto oppure l’aborto può essere provocato.

Quello volontario è praticato con interventi sul corpo della donna diretti a produrre l’espulsione dell’embrione. Embrione è il prodotto del concepimento nel prime otto/dieci settimane di gestazione. Successivamente l’embrione viene definito feto.

La distinzione tra embrione e feto non è secondaria, potrebbe essere considerata una sorta di spartiacque tra la speranza di vita e la vita in essere.

La vita in potenza è nell’ovulo e nello spermatozoo, il loro incontro, cioè la fecondazione, è condizione necessaria ma non sufficiente per la formazione di un nuovo essere umano.

A seguito della fecondazione infatti si innesca il processo riproduttivo per cui da quelle due cellule primigenie ovulo e spermatozoo diventate una sola (lo zigote) per mitosi, ossia suddivisione, si riproducono moltissime altre cellule che nel contempo si differenziano rapidamente di funzione: apparato nervoso, osseo, muscolare, circolatorio, fegato, cervello, cuore ecc.

Perciò mentre l’embrione si può definire come un agglomerato di cellule in via di rapida differenziazione e riproduzione, nel feto il livello di differenziazione delle funzioni cellulari e la forma esteriore che esse hanno assunto è già di un piccolo essere umano, nel quale ciò che si è formato non muta ulteriormente, ma si perfeziona e contemporaneamente si accresce fino a giungere alla maturazione completa e infine alla nascita.

Altro momento importante da considerare è quello in cui il feto raggiunge la capacità di sopravvivere al di fuori del corpo della madre. Esso di regola in natura coincide con la nascita a termine, dopo cioè nove mesi di gestazione, ma vi sono casi  straordinari nei quali feti di appena sei mesi di gestazione e g. 650 di peso sono sopravvissuti al parto prematuro. Pertanto oltre questo momento, s’impone una seria riflessione sul fatto che l’essere formatosi abbia ormai un proprio diritto autonomo, cioè scisso e potenzialmente in conflitto rispetto a quello eventualmente opposto del corpo ospitante, cioè la madre, in altri termini suscettibile di tutela da eventuali suoi tentativi di soppressione.

Per questa ragione ammettere un aborto provocato fino a che ci si trovi davanti ad un embrione appare maggiormente accettabile che non quando si debba assumere analoga decisione in presenza di un feto, decisione tanto più gravosa quanto più avanzato è lo sviluppo del feto.

In Italia l’aborto fino al 1978 è stato considerato reato e punito con la reclusione sia per chi lo procurava che per le donne che vi ricorrevano. Le pene previste erano della reclusione da un minimo di due anni ad un massimo di 12 anni quando l’aborto fosse procurato contro la volontà della donna.

Pur essendo vietato e punito di fatto ciò però non impediva il ricorso all’aborto clandestino da parte delle donne che volevano interrompere una gravidanza. Le statistiche in questo senso forniscono dati significativi per comprendere l’entità della problematica. Compresa l’elevata percentuale di donne che morivano e muoiono a causa di aborti mal procurati o per complicazioni sopraggiunte.

Nel 1978 fu emanata la legge 194 che disciplinò in determinate condizioni la possibilità di ricorrere all’aborto. La legge non fece altro che prender atto di una realtà, pur vietato dalle leggi l’aborto continuava ad essere clandestinamente procurato, in cliniche specializzate per coloro che avevano la possibilità economica, altrimenti dalle tristemente famose “mammane”, praticone che procuravano l’aborto in economia a volte senza il rispetto delle minime condizione di igiene per evitare contaminazioni settiche o con metodi che potevano dirsi “stregoneschi” che comunque ponevano in pericolo la salute della donna: pozioni a base di prezzemolo, oleandro o zafferano, aghi da calza o altri oggetti utilizzati per stimolare le contrazioni uterine e l’espulsione dell’embrione.

L’aborto disciplinato ed ammesso con la normativa della legge 194 del 1978 viene definito terapeutico cioè previsto e consentito nelle prime settimane di vita quando la prosecuzione della gravidanza possa comportare gravi rischi di salute per la madre o per il feto, in caso di gravi malformazioni del feto che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna. 

Se la madre è minorenne, l’aborto è possibile con il consenso dei genitori, in mancanza dei genitori viene affiancato un tutore del tribunale minorile.

Inoltre al fine di tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge 194 prevede che nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano la consultazione delle persone che tutelano il minore, oppure queste ultime interpellate rifiutino il loro assenso a praticare l’aborto, il consultore o il medico di fiducia devono inviare al giudice tutelare una relazione con il proprio parere. Presa visione di questo documento e dopo aver conferito con la donna, tenendo conto delle volontà o delle sue ragioni di quest’ultima, Il giudice  può autorizzare la donna a decidere l’interruzione della gravidanza.

La legge n° 194 del 1978 fu il frutto di una mediazione tra posizioni estreme che ancora oggi si contrappongono sull’argomento.

Da un lato la visione dei cattolici che considerano un essere già vivo sin dal momento del concepimento e pertanto da tutelare come essere umano da ogni tentativo di soppressione e considera l’aborto alla stregua di un omicidio.

Dall’altro i sostenitori del pensiero che potremmo dire “laico” che, mettendo in primo piano il fatto che la gravidanza coinvolge corpo e psiche della donna, ritengono che ad essa spetti liberamente la decisione di condurre al temine una gravidanza o rinunziarvi.

Alle posizioni estreme che sopra ho enunciato sottostanno argomentazioni varie.

E’ possibile trovare  un punto di incontro tra le opposte visioni, quando si consideri che in entrambe la vita umana non viene considerata esistente e da tutelare solo con la nascita, ma in un momento antecedente.

La differenza tra esse sta invece nella determinazione di questo momento. Per alcuni è quello in cui la vita diventa speranza concreta per l’incontro tra le cellule deputate alla riproduzione: ovulo e spermatozoo, per altri in un momento successivo, quando il prodotto del concepimento transista dallo stato embrionale a quello fetale: cioè dopo le prime settimane successive al concepimento o infine in una terza ipotesi in un momento più avanzato della gestazione che ha riguardo al fatto che il feto anche in caso di parto prematuro possa sopravvivere, perchè capace di respirare autonomamente.

Le ragioni che inducono a spostare il momento in cui la tutela del bambino diventa esigenza prioritaria dipende dal fatto non meno importante di rispettare e tutelare la salute della donna, di considerare la sua capacità di sostenere il peso di una nuova vita e la sua responsabilità, di una gravidanza e del suo corso,  interesse che deve essere tutelato fino a quando i rapporti si capovolgono e diventa prevalente l’esigenza di tutelare il diritto alla vita di un altro essere umano.  

Ed è giusto che sia data preminenza alla donna in queste scelte per l’oggettiva considerazione che il feto si sviluppa in simbiosi con il suo corpo sottraendogli energie e nutrimento (non per niente dal punto di vista medico con ardita metafora è stato equiparato ad un tumore, proprio perché esso s’accresce anche a danno dell’organismo che gli dà vita), ma anche perché resta sempre vera l’antica espressione “mater semper certa est” il che se da un lato impone alla donna il fardello anche esclusivo di allevare una nuova vita quando un padre irresponsabile non intende assumersene la responsabilità le dà giustamente priorità anche in situazioni ordinarie di decidere se accollarsene o meno l’onere.

Nel caso in cui la donna sia in grado e voglia di condurre a termine la gravidanza, ma non sia in condizione di allevare il figlio, se manifesta questa sua volontà soccorre anche la possibilità normativa di dare in adozione il proprio figlio sin dal momento della sua nascita, restando la madre del tutto anonima. Scelta che spende in un unico atto tutta la generosità, lo spirito di sacrificio e il coraggio di cui è capace una madre.

In Italia la disciplina giuridica e sociale dell’aborto rappresenta una posizione equilibrata e responsabile di tutela sia del bambino che della madre, in altri paesi di orientamento maggiormente laico (Svezia, Norvegia, Francia, Inghilterra),  l’aborto è consentito nelle prime settimane e anche oltre con maggiore libertà senza cioè la valutazione terapeutica, considerando il limite oltre il quale la nuova vita deve essere tutelata, quello in cui il feto è potenzialmente capace di vita autonoma, facendone di fatto  una pratica anticoncezionale.  In altri paesi l’aborto è ancora vietato, tranne nel caso dello stupro o di pericolo di vita per la donna, come avviene nei paesi musulmani.

Ci sono paesi in cui l’aborto è un ennesima violenza perpetrata ai danni della figura femminile, non solo in sé come pratica invasiva e dolorosa per il corpo della donna, ma perché l’aborto è praticato o meglio imposto proprio quando il nascituro sia di sesso femminile come mezzo di politica demografica, preferendo che nascano maschi e non femmine, o dopo il primo figlio, come in Cina, dove l’aborto è strumento di controllo demografico.

Il che già da solo basta a far comprendere come le posizioni antiabortiste più radicali di casa nostra diventino assurde di fronte agli atti di violenza e barbarie e limitazioni di libertà che ancora la donna deve subire altrove sul proprio corpo, sulle proprie scelte e volontà.

La verità è che innumerevoli sono le situazioni che la realtà propone nelle quali tutto è possibile tranne che applicare come verità sacrosanta la propria idea formulata sulla base delle proprie limitate esperienze, tanto più limitate quanto più giovane è l’età di chi affronta queste problematiche, soprattutto perché in definitiva questa è una scelta preminentemente di coscienza.

E la verità sta ancora in ciò, nel rendersi conto che non possibile giudicare la condotta e le scelte di ogni donna sul piano della conduzione a termine di una gravidanza, considerato che essa impegna nell’immediato il suo corpo e la mente, ma nel futuro l’intera sua vita, soprattutto avendo conosciuto, anche solo sfiorato l’ingiustizia e le sofferenze che patiscono esserini deformi, handicappati non voluti, non curati, non amati, considerato quanto sia difficile sostenere l’educazione dei figli anche quando siano sani e voluti, se non amati; tutto ciò induce a non assumere posizioni rigide a salvaguardia della vita considerata come l’amore delle adolescenti: un principe azzurro col cavallo bianco e il pennacchio, un tremore di sguardo, un bacio, un sentire improvviso di cuore. Quando invece esempio più autentico grande e incomparabile d’amore è quello di una coppia che giorno per giorno con pazienza ed enormi difficoltà alleva il proprio figlio voluto e down.

Ammirevoli certo, ma quanti sono in grado di sostenere una così sublime scelta di sacrificio? Quanti sapranno gestirla senza compromettere l’equilibrio della propria mente, l’accettazione della propria vita? E soprattutto quale vita saranno in grado di assicurare nell’immediato e nel futuro ai loro figli?

Né certo possiamo ritenere l’aborto una strada da percorrere con leggerezza, come metodo anticoncezionale di chi (uomo o donna che sia) non pensa prima alle conseguenze delle proprie azioni, ponendovi rimedi meno radicali, traumatici e discutibili.

In tal senso sembra ragionevole prevenire ricorrendo a metodi anticoncezionali diventati oggi sempre più sicuri, come la pillola anticoncezionale o il preservativo.

Poiché l’atto del concepimento è pur sempre la scintilla che innesca il processo riproduttivo è più razionale intervenire a monte della scintilla per impedire che scocchi che cercare rimedi a posteriori che non appaiono semplici ostacoli alla speranza di vita, ma si approssimano sempre più alla sua soppressione man mano che il tempo della gravidanza procede.

In quest’ottica la cosiddetta pillola del giorno dopo, sembra una soluzione maggiormente accettabile poiché interviene senza che si abbia né consapevolezza in senso soggettivo, né prova in senso medico scientifico che l’atto sessuale abbia prodotto concepimento. Si ragiona cioè nel campo della possibilità o al più delle probabilità.  

Tuttavia essa medicalmente è indicata come un rimedio occasionale e non raccomandata come sistema anticoncezionale.

Infine un cenno all’evento traumatico che in molti casi è l’aborto per una donna, scelta che per molte di esse giunge alla fine di un percorso interiore complesso e doloroso, scelta che di certo molte non vorrebbero mai assumere, ma alla quale spesso si sentono costrette dalla circostanze, dalle difficoltà, dalla mancanza d’aiuto, dai genitori, da un compagno insensibile, talora anche violento, che lo impone. Le donne allora assumono questa decisione, subendola, come unica via d’uscita, un’ ultima spiaggia, ma l’esperienza lascia il segno non tanto o non solo nel corpo, quanto nella psiche spesso e drammaticamente per l’intera esistenza. Un trauma segreto dal quale alcune non si riprendono più.

 

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