L'amour

Le piccole cose

Le piccole cose
che amo di te
quel tuo sorriso
un po’ lontano
il gesto lento della mano
con cui mi carezzi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e io dico: caro
sei un po’ matto
e a letto
svegliarsi
col tuo respiro vicino
e sul comodino
il giornale della sera
la tua caffettiera
che canta, in cucina
l’odore di pipa
che fumi la mattina
il tuo profumo
un po’ blasé
il tuo buffo gilet
le piccole cose
che amo di te

Quel tuo sorriso
strano
il gesto continuo della mano
con cui mi tocchi i capelli
e ripeti: vorrei
averli anch’io cosi belli
e io dico: caro
me l’hai già detto
e a letto
stare sveglia
sentendo il tuo respiro
un po’ affannato
e sul comodino
il bicarbonato
la tua caffettiera
che sibila in cucina
l’odore di pipa
anche la mattina
il tuo profumo
un po’ demodé
le piccole cose
che amo di te

Quel tuo sorriso
beota
la mania idiota
di tirarmi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e ti dico: cretino,
comprati un parrucchino!
e a letto
stare sveglia
a sentirti russare
e sul comodino
un tuo calzino
e la tua caffettiera
che è esplosa
finalmente, in cucina!
la pipa che impesta
fin dalla mattina
il tuo profurno
di scimpanzé
quell’orrendo gilet
le piccole cose
che amo di te

da "Ballate" (ed. Feltrinelli) di Stefano Benni, giornalista, scrittore, nato a Bologna nel 1947

Poesia e rete: visibilità, attenzione, diffusione.

La poesia come “luogo”, “scambio”, “dimora”, “luce”, “menzogna” ,“rappresentazione” o “ricerca di verità” (e potrei continuare all’infinito ad elencare tutte le espressioni con le quali si fa riferimento alla poesia e si teorizza sopra di essa) tentano di dare una definizione di una forma d’arte che dispone la parola in versi e comunica. E mi pare che, in questi così stringati termini, sfrondata d’ogni sovrastruttura teorica e al limite della contestazione di minimalismo, si sia proprio al nocciolo della definizione. Questa forma artistica ha tutti i pregi e tutti i difetti delle altre forme d’arte. Spostiamo ad esempio l’oggetto di osservazione sulla pittura. Anche lì mi pare ci sia una produzione enorme che spazia tra gli estremi degli scarabocchi infantili stesi su un foglio da tenere dita intinte in un crema colorata atossica ai dipinti dei mostri sacri della pittura? Cosa rende i primi scarabocchi e i secondi patrimonio dell’umanità? L’arte. Ossia aver appreso o affinato e/o possedere per naturale talento la capacità di dipingere in modo che il fruitore, preferibilmente il fruitore intenditore, ma non esclusivamente quello, ne abbiano un’impressione tale da ascrivere l’opera alla categoria arte e non scarabocchio. Con tutti i gradi intermedi tra questi estremi.
La poesia è uguale: arte, talento e affinamento, tuttavia poiché è anche la manifestazione artistica più alla portata di tutti, cioè quella alla quale anche solo con “carta e penna” è possibile dar vita, la quantità che se ne è prodotta e continua a produrre è semplicemente abnorme.
Cosa fa la differenza tra gli scarabocchi poetici e la poesia? L’arte ossia aver appreso o affinato e/o possedere per naturale talento la capacità di scrivere in versi in modo che il fruitore, preferibilmente il fruitore intenditore, ma non esclusivamente quello, ne abbia un’impressione tale da ascrivere l’opera alla categoria arte e non scarabocchio. Con tutti i gradi intermedi tra questi estremi.
Chi decide cosa è bello (e/o arte) ? Gli uomini
Perché ciò avvenga occorrono: la visibilità agli uomini, l’attenzione degli uomini, la condivisione di valutazione nel tempo di altra avvicendantesi umanità.
La visibilità è necessaria perché opere meravigliose tenute in cassetto o soffitta non meravigliano nessuno e muoiono.
L’attenzione è necessaria perché i fruitori si soffermino e riconoscano le stimmate dell’arte. Naturalmente i fruitori intenditori sono maggiormente titolati a pronunciarsi, ma, non c’è bisogno di sottolineare che l’apprezzamento di intenditori è utile, ma non necessario. Nel senso che i giudizi di pubblico e critica possono anche non coincidere, se coincidono, è nei fatti la maggiore condivisione, se non coincidono camminano paralleli trainando in senso opposto e poi in ultima analisi possono anche sovrapporsi. Evito di fare esempi concreti dei vari sviluppi appena enunciati.
Occorre infine la condivisione del giudizio positivo da parte del maggior numero di persone, occorre poi che tale giudizio non solo sia espresso e condiviso ma sia confermato nel tempo, in un tempo sufficientemente lungo, che sfrondi i giudizi dai condizionamenti contingenti (riconoscimenti amicali, politiche editoriali o del do ut des, gusti del momento, managerialità propagandistica, mode ecc…) .
Non c’è bisogno di dire quale responsabilità abbiano per la realizzazione delle prime due condizioni i critici di poesia e gli editori. Nel senso che ad essi principalmente è demandato l’onere di individuare cosa meriti di avere più visibilità e più attenzione e, conseguentemente, abbia accesso al successivo passo di promozione cioè la diffusione della poesia a cui segue la notorietà o successo oggi e, nel tempo, sussistendone le circostanze, la consacrazione del Poeta domani.
Il tempo, altro fondamentale requisito di decantazione, non possiamo far altro che aspettare che passi.
Ed ora tre rapidissimi passaggi a precisare il mio pensiero su altri termini utilizzati nei commenti. (nda questo post costituisce il mio commento al post "C’era una volta nella poesia on line" pubblicato qui) "Incandescente ricerca di verità" non ha nulla dello slogan, la parola incandescenza è per sua stessa natura (troppo lunga, di significato non popolare, con riferimenti precisi al campo scientifico) non spendibile a livello propagandistico. Peraltro slogan da me non è usato in senso dispregiativo, bensì col senso di sintesi convincente.
Secondo me urgenza è sinonimo di stato di necessità, impellenza.
Fulmine e ustione sono sinonimo di uno stato soggettivo dai quali scaturisca l’urgenza.
E con queste due ultime frasi intendo fare mie le affermazioni di Bucowski che si rivolge poeticamente all’aspirante scrittore dicendo:

E così vorresti fare lo scrittore?

Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.
a meno che non ti venga dritto dal
cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.

Questo è un approccio emozionale? Finora non ne ho trovato uno migliore, riscontrando sorprendentemente ad ogni incontro la fondatezza dell’assunto.
Quanto sopra per dire nel modo meno alato o metaforico che ho potuto il mio modo di vedere la poesia.
Ma per tornare al punto io credo che l’argomento non sia cos’è la poesia e chi la giudica che sono discorsi a latere rispetto a quello centrale del rapporto tra web e la poesia.
A me sembra che il web si accompagni molto bene ai concetti di visibilità e di attenzione e consenta anche, almeno in parte, il successivo passo della diffusione.
La visibilità è assicurata dalla pubblicazione in rete accessibile a tutti, quanto all’attenzione vedo moltissima poesia oggetto di una profusione di commenti. In certi casi io stessa mi meraviglio della quantità incredibile di complimenti che ricevono certe composizioni poetiche.
E mi viene in mente che l’attenzione è un bene prezioso e trovo impressionante la quantità di persone generose che esistono sulla rete e nella vita. E penso a Simone Weil

In rete tuttavia si verifica la stessa problematica della vita, visibilità non significa attenzione e attenzione non significa diffusione. Restano pertanto ferme le responsabilità di critici ed editori in merito alla diffusione.
L’unica attenuante è la difficoltà di orientarsi nel magma, nella babele di voci, nei percorsi seguiti, ma non sarebbe ammissibile l’insistenza ad ignorare che la poesia in rete sta cambiando, che la rete sta cambiando la poesia, mentre, a conferma dell’ eminente inutilità della poesia, la poesia non sta cambiando la rete ma, non essendo affatto atto sterile, dalla bocca germinando, ovunque semina.

Contemplazione istantanea – Istant contemplation

Di là dai vetri tre rondini,
di qua dai vetri tre mosche
sfiondano
bistrattando a gara
due triangoli di svenevole azzurro.

Antonia Pozzi, poetessa, nata a Milano nel 1912, morta suicida a Milano nel 1938

Beyond the glasses three swallows
from here by glasses three flies
shoot
maltreat in race
two triangles of maudlin blue

Antonia Pozzi, italian poet, born to Milan nel 1912, died suicide in Milan 1938

trad. di Loredana Semantica

Poeta per diletto

Segnalo, tratto di qui, il terzo ed ultimo articolo dedicato al tema "Poesia e web" che segue gli altri due segnalati nei post sottostanti.

Ho scoperto che non solo gli italiani sono un popolo di poeti, e più poeti che lettori, ma anche i polacchi. Così mi è nato il sospetto che forse anche tanti altri popoli… Dovunque è diffusa la scolarizzazione, probabilmente, fare il “poeta della domenica” è un virtuoso diletto; così come bearsi della rilettura dei propri sfoghi lirici minimizzando il beneficio che invece potrebbe derivare dall’abitudine a leggere quelli degli altri. Insomma, un proliferare globalizzato di tutte quelle pessime coazioni a ripetersi della scrittura che la Szymborska stigmatizzava con tagliente ironia – ma è sorta una nuova generazione di poeti polacchi più matura e creativa grazie alla sua infaticabile opera di potatura? Oppure chi ne ha guadagnato è stato solo  il settimanale di Cracovia, che ha visto crescere negli anni il numero di lettori/abbonati smaniosi di sottoporsi all’anatomia implacabile della popolarissima scrittrice? continua a leggere

L'assoluta gratuità dell'atto

Riporto a partire dal precedente tre articoli che trattano di poesia e rete; il secondo tratto da qui

Sebastiano Aglieco interroga Francesco Marotta: L’assoluta gratuità dell’atto 

1. Nel lavoro di diffusione della poesia che stai facendo in Rete, mi sembra ci sia una specificità – o un’anomalia, dipende dai punti di vista. E cioè l’essere al di sopra del gusto, delle preferenze e delle somiglianze con la propria scrittura. Puoi confermare questa mia impressione?

Credo che la tua impressione sia giusta e che (specificità o anomalia, poco importa) dia la misura esatta di quello che è il mio intendimento di fondo: testimoniare (nei limiti delle mie possibilità, anche di gestione temporale dello spazio virtuale) la diversità di percorsi di scrittura oggi esistenti, siano essi allo stato nascente oppure il frutto di un lavoro già ampiamente consolidato e riconosciuto. Sono da sempre convinto, almeno da quando ho iniziato a scrivere testi in modo consapevole, che la poesia sia un corpo plurale la cui esistenza è definibile unicamente entro un orizzonte di sensi possibili, mai dati, sempre in fieri, praticamente inafferrabili, di intrinseca, sostanziale natura metamorfica; e che la formalizzazione, nei limiti e nelle strutture dell’opera compiuta, della materia poematica che si cerca di padroneggiare in quel corpo a corpo carnale, feroce, che è l’incontro con la pagina bianca, rappresenti non l’approdo, come avviene in tante scritture anche di buon livello, ma statiche, quanto l’inizio di un ulteriore segmento di percorso: un cammino che, per quel che mi riguarda, vedo refrattario a ogni quiete, ad ogni contemplazione più o meno autocompiaciuta del prodotto finito. La maniera – in definitiva: la morte della poesia – è l’istanza narcisizzante che stempera e ipostatizza (con la conseguente resa al calligrafismo – malattia senile anche di tanti giovani poeti) non solo il proprio profilo in uno sguardo pietrificato che abbaglia e illude unicamente se stessi, ma anche la stessa acqua nella quale ci si specchia: spogliata della sua tensione all’oltranza, svuotata della sua natura erratica, e ridotta a una confortevole dimora senza finestre, a simulacro vuoto dei paesaggi che non traverseremo. continua a leggere

Poesia e web

Riporto a partire da questo presente tre segnalazioni di articoli che trattano di poesia e rete.

Il primo tratto da qui

Stefano Guglielmin, La natura della rete: tra pesciolini di plastica e ossi di seppia.

 Da alcuni anni seguo e segno quotidianamente alcuni quartieri della rete, ne marco gli angoli, come un cane di strada. Ho anche una mia cuccia, bianca, dove deposito gli ossi. Talvolta sono di seppia, talaltra di gallina, ma l’intenzione è sempre la stessa: offrire un catalogo di bontà ad un pubblico presente e futuro.

Girando per la cittàvirtuale, incontro di tutto, essendo questa un luogo liberamente accessibile, costruito da chiunque per ognicosa. Anche la poesia, lasciata libera di brucare bellezza e verità dalla blogsfera, rischia di crescere stereotipata. Non dobbiamo gridare allo scandalo, come leggo qui e là, navigando; trovo invece in tutto ciò un ennesimo emblema della povertà dei tempi in cui viviamo. Se la poesia che si sente in giro è quella recitata sulla sedia dal bambino ben educato la domenica di Pasqua, quella banalmente intelligente di "Zelig", quella imparata al liceo da un professore pigro, se tutto ciò che vogliamo dalla poesia è che sia un contenitore del nostro magnifico ego, allora è normale che anche la rete pulluli di pesciolini di plastica. continua a leggere

Interessante anche il dibattito sviluppatosi nei commenti qui

Io ci sono

Io ci sono direte. Io ci sono e poi ancora.  Presente io sono. Qui coram populo sono. Immancabilmente esistente. Chiamatemi sempre. Io ci sono e poi ancora. Io accorro e dilago. Dentro limiti angusti. Io mi espando e mi allargo. Io domino il niente. Il quadrato le stanze. Io colmo ogni iato. L’angolo e l’oltre. Acuto del lato.

Labbra io sono e le braccia che muovo. E le gambe ondulate all’interno. I fianchi io sono che roteando di meno. La bocca che alle corde percuoto. La dirigo la incanto la incanalo la strozzo.

Io megafono e voce.  Io microfono e scena. Mi vedete saluto. Con la mano alle spalle. Io ci sono. Nel riquadro lo schermo. Nel visore l’impatto. Mi compiaccio. Mi guardate decollo. Ho una sete di estremo. Bevo il nulla del mentre. Ogni vuoto del dopo. Mangio luci e ribalta. Forse cancro che esalta. Devo svegliarmi. Essere e dire. Per tempo. Immancabilmente morire.

Metamorfosi semantica

Pubblico una seconda raccolta visual poetica di testi (miei) ed immagini (di erremme), nata da una collaborazione con l’artista estravagante Roberto Matarazzo che ringrazio infinitamente.

La raccolta si intitola "Metamorfosi semantica" (d’amore e d’altri vuoti), cliccando sulla copertina qui sotto si apre il file.

 

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