Tu che per lame tue accese

Tu che per le lame tue accese. Sia un baratto di voli. Tu che perduto l’ amavi. La sorella dell’uomo. O la sposa perduta. Tu che hai l’anima uccisa e un bagaglio di affronti. All’impronta arrecati ingoiati irrisolti. Sei negli occhi un ricordo. Tu che ora moduli il canto. Per un uomo mai visto. Una donna impazzita. Per un figlio mai avuto. O dato. O rubato. Tra le stelle sepolto.  Cosa a forma d’erranza. Femmina grigia. Uomo canuto. Se l’approdo è il declino. Superare è un in contro.

Tu che negli uomini hai visto l’indicibile esposto. E le strie hanno un rosso impossibile crocifisso nel cuore. Come cani azzannanti e mostri mai detti. Neri d’abisso dannati. Neri più neri del crudo. Buio nei denti. E la gola pervasa. Un gridare interiore mai espulso abbastanza. Senza pace la pena. Poi la quiete che giunge. Sia per morte la piena. Sia per sola pietà del supremo che viene.

Tu che senz’ali. Conformato appiattito. Deposto dal suolo. Affranto affamato. Croce vento e delizia. Ape insistente alle orecchie. Tu che cavallo al galoppo hai smarrito le staffe. Altro immondo che dici. Verme che nel senno riposto ha nel sesso radici. Il massacro del ventre. E la nausea a furore. Del muco del seme d’odore.

Ogni lancia fendente ogni spina infilzata. Ogni orrore. Si rimargina forse introflette. Sopravvive nel sangue a parole.

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