Flebo verso

C’è stanchezza nel battito

del polso un fiato lento

al passo condannato

geme scuce taglia

l’abisso laterale sulla coscia

la ferita aperta lunga e rossa

i margini smerlati di cotone

sangue e grumi a gocce

un deflusso che si perde

nel giorno appena nato

un’altra volta nato

un’altra volta appena

andato.

Il segreto

tratto da qui

Il segreto

di Marco Belpoliti

“Il segreto sta nel nucleo più interno del potere”, scrive Elias Canetti in Massa e potere. I detentori del potere cercano sempre di vedere a fondo, di scandagliare le intenzioni altrui, senza tuttavia mai lasciare intravedere le proprie. Il segreto è la fonte stessa del potere: c’è chi sa e chi invece ignora. Il potente cerca di conoscere i segreti degli altri, li persegue, li ascolta, li registra, li scheda. Questo è il “segreto offensivo”, contrapposto al “segreto difensivo”, che consiste nel semplice atto di non far conoscere i propri segreti agli altri. Il potente esercita entrambi, mentre gli uomini comuni hanno a disposizione solo quello difensivo o passivo.
Oggi nella società della comunicazione i segreti non sembrano esistere più: tutto è esposto, tutto è visibile, tutto è ascoltabile. Da Facebook a You Tube ogni cosa – sentimenti, antipatie, simpatie, amicizie, frequentazioni, immagini di sé e dei propri cari, viaggi, preferenze, passioni, trasgressioni – è messa continuamente in mostra in una società fondata sulla trasparenza. Non c’è privacy che non possa essere violata, dal conto bancario all’e-mail, dalla scheda sanitaria alla bolletta elettrica. Una società di guardoni e superguardoni, in cui noi tutti finiamo inevitabilmente per essere gli scrutatori degli altri, in cui tutti guardano tutti, e subito registrano. L’unica cosa che sembra far paura è l’anonimato: essere “qualcuno” è una necessità sociale primaria. continua a leggere

Il sonno dei Siciliani

"Il sonno caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagagliaio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semi-desti; da ciò il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l’incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto."

Non ogni cosa era compresa dal buon Chevalley; soprattutto gli riusciva oscura l’ultima frase: aveva visto i carretti variopinti trainati dai cavalli impennacchiati e denutriti, aveva sentito parlare del teatro di burattini eroici, ma anche lui credeva che fossero vecchie tradizioni autentiche. Disse: "Ma non le sembra di esagerare un po’, principe? io stesso ho conosciuto a Torino dei Siciliani emigrati, Crispi per nominarne uno, che mi son sembrati tutt’altro che dei dormiglioni."

Il Principe si seccò: "Siamo troppi perché non vi siano delle eccezioni; ai nostri semi-desti, del resto avevo di già accennato. In quanto a questo giovane Crispi, non io certamente, ma Lei potrà forse vedere se da vecchio non ricadrà nel nostro voluttuoso vaneggiare: lo fanno tutti. D’altronde vedo che mi sono spiegato male: ho detto i Siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima, il paesaggio. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gl’incongrui stupri hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuor di misura, quindi pericolosi; questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora, le pioggie, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d’imposte spese poi altrove; tutte queste cose formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità di animo."

da "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa 

La notte è nel regno

La notte è nel regno. Silenzio. Un petto di pollo tra i denti a colmare. L’ansia atomica al collo. Masticare. Se non altro sapore. Tre poesie sotto gli occhi. Scelte aliene non rendono luce. La lepre il leone. Un ruggito di fiera. Certe femmine lì sopra a ronzare. La paura è l’inganno e ti trema la voce. Slitti esule sull’asse migliore. Eppure. Non è dalla bocca che ha peso la voce, ma certo dal nome. Tutto ha un guscio diverso dal bianco. Riconosco il vibrare del canto. L’aria alpina mi pare. Non avendo  possesso è lo stesso tacere. Senza traccia il commento non vale. Senza quello non perdo. Pezzi e unghie che nessuno raccoglie. Conservare lo scempio per dare. Altre allodole al fiato. Un’ancora al cielo, un pensiero, un sogno mai andato. Fiondare risposte sui polsi. Penetrando dei vasi il percorso. Tra i globuli e il cuore. Ritmare l’ ossesso, la svolta, il deserto. I pini sognati. Rimane un albero in fondo. Anche l’erba del prato. Un filo appena ne vorrei nella bocca, un filo di verde salato. Sputando a mia volta veleni. Vituperando il lavoro. Di tanti e scrittori. Dio solo sa il sacrificio, l’impegno, il lavoro. A dirlo noioso l’ indegno cibario e condanne a palate. Da quale luogo arrivano sillabe? Quale mercante vantare?  Osservare le ossa. Come nacchere ne sento lo sbattere. Tat tariri ta ta. Verso lento a scansione talento. Una musica resa interiore. Un ritmo a sillabe interno che suono ancor prima del verbo. Un passo veloce, due tratti di morse, tre punti, tre linee, lo stacco del tempo. L’accento nel posto migliore. Che sia un trattato di lame? Tat tarariri ta ta. Tagliuzzare. Riprendere sassi e parole. Pulire pareti a riflesso. Lucidare a grasso graffiti. Megagrammi e bellezza. La saggezza cinese. Tat tarariri ta ta. Endecasillabo monco per arte d’accetta. Lo scarto tra l’atomo e l’oltre tra le mani impastate ridotto.

 

Gortoz a run

GORTOZ A RUN

Gortozet ‘m eus, gortozet pell
E skeud teñval an tourioù gell
E skeud teñval an tourioù gell

E skeud teñval an tourioù glav
C’hwi am gwelo c’hortoz atav
C’hwi am gwelo c’hortoz atav

Un deiz a vo ‘teuio en-dro
Dreist ar morioù, dreist ar maezioù
Dreist ar maezioù, dreist ar morioù

D’am laerezh war an treujoù
‘Teuio en-dro karget a fru
E skeud teñval an tourioù du

‘Teuio en-dro an avel c’hlas
Da analañ va c’halon c’hloaz’t

Kaset e vin diouzh e anal
Pell gant ar red en ur vro all

Kaset e vin diouzh e alan
Pell gant ar red, hervez ‘deus c’hoant

Hervez ‘deus c’hoant pell eus ar bed
Etre ar mor hag ar stered.

ASPETTAVO

Aspettavo, aspettavo da tanto tempo
nell’ombra scura delle torri grigie
nell’ombra scura delle torri grigie

Nell’ombra scura delle torri di pioggia
mi vedrai aspettare per sempre
mi vedrai aspettare per sempre

Un giorno tornerà
sulle terre, sui mari
sulle terre, sui mari

A portarmi sui sentieri
tornerà carico di spruzzi di mare
nell’ombra scura delle torri nere

Tornerà il vento azzurro
e porterà con sé il mio cuore ferito

Sarò spinto via dal suo respiro
lontano nella corrente, in un altro paese

Sarò spinto via dal suo respiro
lontano nella corrente, ovunque voglia

Ovunque voglia, lontano da questo mondo
tra il mare e le stelle.

Testo e musica di Denez Prigent, traduzione da qui 

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