La tigre assenza

Ahi che la Tigre,

la tigre Assenza,

o amati,

ha tutto divorato

di questo volto rivolto

a voi! La bocca sola

pura

prega ancora

voi: di pregare ancora

perché la Tigre,

la Tigre Assenza,

o amati,

non divori la bocca

e la preghiera…

Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria Guerrini, poetessa, scrittrice e traduttrice, nata a Bologna nel 1923, morta a Roma nel 1977

 

Recensione Federico Bebber Antonella Taravella

Questo a seguire uno stralcio della mia recensione alla mostra fotopoetica di Federico Bebber ed Antonella Taravella pubblicata su rossovenexianofoto. 

La notte ha un ventre molle che partorisce embrioni, ramifica d’angoscia dentro nidi nei quali improvvisi s’insinuano spiragli. Lampi di luce a illuminare abissi, flash di forme e scorci sull’esistenza, sull’intima natura della propria tempra. Da questo momento notturno, da questa angoscia esistenziale spesso nasce l’atto creativo. La notte è nelle mani e nelle immagini di Federico Bebber, l’autore che per “fotoimpasto” di nero assoluto, purissimi bianchi, grigi, sfumature, chiaroscuri, nelle sue creazioni riesce a dare alla notte quella luce che è squarcio tra le tenebre. L’oscurità vivifica, si popola di germi, esseri che danno vita a un mondo fantastico e nascosto. Fiabesco e orrido, meraviglioso e angosciante, bellissimo e incredibile. In questo mondo possiamo camminare solo in punta di piedi, appena respirando, inetti ed estranei, stupefatti, spiando l’arte che si svolge come un filo d’Arianna dipanato da un gomitolo che conduce al mistero, alla stanza segreta, al cuore nero nel covo liquefatto. Bachi rinchiusi negli ovuli setosi di un pensiero creatore. Chilometri di fili che s’involvono e si svolgono fino a scoprire l’essere rinchiuso. Farfalle in potenza. Crisalidi che emergono dal nulla. Parti ed arti, occhi e braccia. Gambe come polpa nuda, rami gonfi tra le viscere del corpo. Utero gravido che laboriosamente espelle forme d’esseri, forse umani, forse elfi o spiriti o fantasmi. Sagome sofferte e sofferenti, strette tra cunicoli ed anfratti, costretti a sfondare o fendere con la stessa materialità del proprio corpo la pressione opposta che li tende. Lembi viscidi e membrane che si affollano a coprirli. La luce è oltre la fatica. Fasci muscolari, squame di serpenti, pelli d’animali, tentacoli a tirare, strati innumerevoli di fango. Mostri oppressi spinti a estrarre dalla viscosità dello spazio scorticato, il proprio viso o parti del corpo maculato, incuneandosi alla vista, emergendo con forza verso lo sguardo. Immortalati nell’istante supremo dello sforzo. Sospesi nell’attimo o sorpresi. D’essere sopravvissuti o semplicemente vivi o ancora una volta nati, partoriti, venuti al mondo. A volte è lo sguardo che s’infiltra, indaga, penetra. Scorge linee morbide e brillanti di cosce, seni o fianchi. Creature ritratte nel luogo del rifugio, nascoste dentro il grembo oscuro che le occulta e le protegge. Segregate al mondo. Nell’umido del buco imbastendo bozzoli sperimentali. Interrotti conati di trasformazione, per speranza o disperazione.A farsi pelle, mucosa, epitelio, foglia d’albero corteccia. Forme vitali in metamorfosi di specie. Da animale a vegetale. Da umana femmina a mollusco. (Im)perfetta infusione di natura che risucchia ogni essere vivente che in essa e con essa, in tutt’uno assorbito, vive e muore, nasce e finisce, metabolizzato, metamorfizzato. Ogni cupo anelito sfuma nell’ansia liberatoria delle immagini offuscate, quelle in cui più forte si sente l’esplosione di un suono che è grido, è raggiungimento, è soglia. Il movimento che sfoca agli estremi e dentro i particolari, il bianco che splende ed abbaglia, ne fanno potenza divincolata dai lacci, volo e speranza. Si accentua invece il senso di tristezza, di solitudine nella fissità di certi sguardi femminili vuoti, persi in ferite inferte che grondano lacrime ed eritemi. Un continuo e doloroso divenire, l’armonia anelata di una tela di ragno, per devianza di disegno distrutta da un colpo d’artiglio, sfilacciata e confusa. Resti di sogni in porzioni e segmenti. Illuminazioni. Filamenti ostruttivi per avvolgersi a spirale, magma anfibio primordiale da cui emergere a tratti recando il segno dell’abisso tra mani. La notte a raccontare l’ansia dei respiri cessati, del tempo scorsoio, il sangue di ferite innominabili e l’implacabile fine dei cipressi. Un mondo affine quello a cui Morfea77 dà parola. Lingua maledetta. Neve che brucia è Antonella Taravella. Oscurità che splende di contraddizioni. Stille di sangue e baci di fuoco. Gelo d’incendio, inferno di labbra. E poi ancora aghi e chicchi, vetri e tagli, buchi e chiodi, vertigini in gola. Un lessico ricco e fremente, invenzioni originali di costruzioni verbali, potenza, drammaticità. La sua voce in poesia è come un archetto che tende le corde di un violino e ne trae suoni cupi ed intensi. Pervasi d’amore viscerale che, nelle stesse viscere delle figure immaginate da Federico Bebber, si specchia e risuona. Antonella commenta ogni immagine proposta in questa mostra con testi poetici di sua produzione. Un connubio che emoziona. Artisti che restano impressi per piacevolezza del leggere e del vedere che sanno offrire. Un’espressività, quella di entrambi questi autori, da coltivare, osservare, seguire per godimento di hi ama l’arte e ha entusiasmo di incontrare talenti dai quali attendersi sempre nuova linfa creativa e vitale. 

Terremoto in Abruzzo: oltre 150 morti. I feriti sono 1.500, 100 mila gli sfollati

L’AQUILA – Sono più di centocinquanta i morti e oltre un centinaio i dispersi causati dal terremoto che nella notte ha colpito l’Abruzzo. È l’ultimo aggiornamento del bilancio diffuso sulla base di quanto risulta da fonti ospedaliere. Anche la Protezione civile, che in un crescendo durato tutta la giornata ha dovuto via via ritoccare quello che assomiglia sempre di più a un bollettino di Leggi ancora

Incolto palpito

Per i palpiti tu eri

spregiudicata femmina virale

vogliosa di saliva e baci

bocca eri per condire pezzi

a fragole e sciroppo.

Una pelle di giovane velluto

un gusto fresco di salmastro

sodo al tatto

elastico di zucchero e limone

agro il succo nel recesso più segreto

dove per sbilanciamento cieco

convergeva incolto l’ombelico.

Ma la voce incredibile interiore

è condanna a coniugare

la coerenza al di sopra di ogni dire

e fare e dare ad altri

i sensi nostri i colpi in coda

i sessi vostri rabberciati.

Brucia in petto il cesto

di sabbia rutilante

e dentro gli occhi a forza

si riversa il mare.

Isolamuta

Io non ci sono

e se anche mi vedete qui

le mani alla tastiera

sono altrove

nel buio dell’assenza

nel limbo dove eterno dorme

il giorno mai arrivato.

Io non sono essenza né presenza

non sono mai stata

non esisto adesso e neanche prima

(c’ero )

un dito mi trapassa

il vento mi attraversa

di trasparenza uccisa che mi avvelena il fiato

eterno nulla che sconvolge il vuoto

boccheggiante da milioni di orifizi

distanza accecante di parole.

Non sono invero neanche quelle

sulla carta o supporto digitale

nella stanza sospese o nell’aria circostante

se non nell’intenzione al dire

come polvere nella polvere del niente

a milioni negli anni anche a venire

a frotte a chili a profusione estrema

ad enne volte ancora

ed altre mille

lardo che cola luce  

e negazione.

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Ecco a voi CADIE: una rivoluzione per la vostra vita sul Web

In occasione del primo di aprile, Google ha lanciato una nuova serie di servizi che (forse) vedremo effettivamente online tra qualche decina di anni 

Uno di questi è Google Brain Search, un sistema che utilizza la tecnologia CADIE (Cognitive Autoheuristic Distributed-Intelligence Entity) per indicizzare i contenuti della propria mente permettendo poi di effettuare ricerche tra i propri pensieri. continua a leggere e a sorridere ;)

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