Profilo di massa

Fernando Botero

Con questo breve racconto ho partecipato a “Ottavo Banco” un’iniziativa di RossoVenexiano.

Incominciare è facile. Basta pressare il tasto con un dito e il frullatore gira impazzito. Un frullato di banana e mela per cominciare la giornata. Un uovo fritto, un succo di frutta, un panino col prosciutto, nemmeno il latte deve mancare per le ossa, il calcio e tutto il resto dell’impalcatura. Giorgio rifletteva tra sé mentre preparava la ricca colazione che ogni mattino lo saziava. Quel giorno era cominciato al meglio, aveva in casa ogni cosa buona e fresca,  appena comprata, ma se anche mancava qualcosa s’arrangiava pur di ingurgitare una quantità di cibo a suo modo adeguata. Percepiva sempre una fame fuori misura e questo mangiare senza fondo gli aveva conquistato chili su chili.

Se ancora non era disgustoso alla vista era solo grazie al suo metro e ottantanove d’altezza, lungo il quale in verticale si distribuivano muscoli allenati da decenni di piscina, mentre le spalle irrobustite ed allargate dalle bracciate a nuotare, sviluppavano in orizzontale un’ ampia linea, cosicché l’insieme del corpo più che grasso appariva massiccio, imponente.

Frullava ancora Giorgio e mentre pensava che mai e poi mai sarebbe rimasto senza la sua colazione ideale.

Se non bastava l’uovo c’era la marmellata, qualche fetta biscottata, biscotti secchi, farciti, wafer, salumi vari e brioches, soprattutto le briosches, vera goduria consolatoria. Oggi in programma  una bella sfoglia ripiena di crema al cioccolato, l’avrebbe presa al bar durante i dieci minuti della  pausa dal lavoro.

A casa il cibo non sempre era fresco, ma questo a Giorgio poco importava, doveva mangiare, riempire il vuoto, saturare lo spazio che seguiva il palato, sedare quel buco che rodeva giusto al centro della sagoma del corpo, all’altezza dell’addome, e solo dopo averlo colmato era pronto per cominciare la giornata.

Lavorava presso un’agenzia di viaggi. Era attento e gentile con i clienti, consigliava viaggi esotici alle coppie annoiate, itinerari romantici a quelle appena sposate, poi gite per la scuola, viaggi per single e famiglie. Prenotava per uomini d’affari. Tutto programmato alla perfezione: orari, alloggi, mezzi, coincidenze e visite guidate.  Era in gamba nel lavoro e questo gli conquistava mille amicizie, anche importanti.

Giorgio adorava avere amici. Per essere precisi adorava avere gente attorno, vivere nella confusione, anzi, per essere ancora più precisi, non sopportava la solitudine. Come in quel momento che Marco era in viaggio e Luca era dovuto andare presto al lavoro e in casa regnava il silenzio. I pensieri così si snodavano senza argini, seguendo il filo soffocante delle sue paure. Paura di morire, paura delle malattie, paura del terremoto. Esse venivano fuori proprio quando Giorgio era solo e nessuno riempiva quell’altro vuoto, un risucchio diverso eppure simile a quello insidioso al centro della pancia: il rimbombo del silenzio nello spazio circostante. Giorgio desiderava spasmodicamente che l’ambiente fosse sempre riempito, occupato, saturato da rumori, voci, musica, gente, televisione e soprattutto aria. Solo così non si sentiva mozzare il respiro. La claustrofobia completava  il ventaglio delle sue paure, su tutte infatti dominava il bisogno che l’aria entrasse a irrorare i polmoni, a carezzare con un soffio il viso contratto. Per questo aveva scelto quell’appartamento ampio di luce e finestre spalancate. Un luogo lussuoso e costoso che aveva condiviso con due amici, single anche’essi: Marco e Luca.

Giorgio ancora all’opera col frullatore, infastidito pensò “Basta, qui non resisto più, questo silenzio mi fa impazzire”. Con gesti nervosi versò il frullato nel bicchiere, accese il televisore, ingurgitò il frullato, il panino, l’uovo, il succo e, lasciando l’apparecchio acceso, scappò via al lavoro. Scendendo le scale, naturalmente. Mai preso un ascensore.

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