The snow man

The snow man                                                                            L’uomo di neve

One must have a mind of winter
To regard the frost and the boughs
Of the pine-trees crusted with snow;

And have been cold a long time
To behold the junipers shagged with ice,
The spruces rough in the distant glitter

Of the January sun; and not to think
Of any misery in the sound of the wind,
In the sound of a few leaves,

Which is the sound of the land
Full of the same wind
That is blowing in the same bare place

For the listener, who listens in the snow,
And, nothing himself, beholds
Nothing that is not there and the nothing that is.

 

Wallace Stevens

 

Uno deve avere una mente d’inverno
per stare a guardare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve;

E aver avuto freddo per tanto tempo
per vedere i ginepri intricati di ghiaccio,
gli abeti rugosi nel luccicare lontano

del sole di gennaio; e non pensare
al gemito  ch’è nel suono del vento
nel   suono di poche foglie

ch’è il suono della terra
piena dello stesso vento
che soffia nello stesso luogo vuoto

per chi ascolta e nella neve sente,
d’essere egli stesso niente, vedendo
il nulla che non c’è e il nulla che è.

Trad.   di Loredana Semantica

qui , su La dimora del tempo sospeso una traduzione e commento di Gianluca D’Andrea

a seguire nell’ordine  le traduzioni di: Renato Poggioli, Nadia Fusini, Massimo Bacigalupo, Lisa Sammarco citate nei commenti al post da Francesco Marotta

Si deve avere un animo d’inverno
Per contemplare questo gelo e i pini
Con le rame incrostate dalla neve;
E avere avuto freddo lungo tempo
Per guardare i ginepri irti di ghiaccio
I rudi abeti nel brillìo remoto
Del sole di gennaio; e non pensare
D’alcun duolo nel gemito del vento,
O nel suono di queste poche foglie,
Voci di una regione visitata
Da quel vento che sempre
Sibila sullo stesso nudo luogo
Per chi ascolta, chi ascolta nel nevaio,
E nulla in sé medesimo, contempla
Là quel nulla che è e che non è.
(Renato Poggioli, 1954)
*
Bisogna avere una mente d’inverno
per osservare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve;
e avere patito tanto freddo
per guardare i ginepri ricoperti di ghiaccio,
gli abeti ruvidi nel distante riflesso
del sole di gennaio; e non pensare
alla miseria che risuona nel vento,
tra le rade foglie,
il medesimo suono della terra
attraversata dal medesimo vento
che soffia nello stesso spazio spoglio
per chi in ascolto, ascolta nella neve,
e lui stesso un nulla, guarda
il Nulla che non c’è e il nulla che c’è.
(Nadia Fusini, 1985)
*
Si deve avere una mente d’inverno
per guardare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve,
e avere avuto freddo a lungo
per vedere i ginepri irti di ghiaccio,
gli abeti ruvidi nel chiarore lontano
del sole di gennaio, e non pensare
a un dolore nel suono del vento,
nel suono di poche foglie,
che è il suono della terra
percorsa dallo stesso vento
che soffia nello stesso nudo luogo
per l’ascoltatore, che ascolta nella neve
e, nulla in sé, vede
nulla che non sia lì, e il nulla che è.
(Massimo Bacigalupo, 1994)
*
Si deve avere una mente fredda
per apprezzare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve,
e aver avuto freddo a lungo,
per scorgere i ginepri puntuti di ghiaccio,
gli abeti irruvidirsi nel lontano luccichio
del sole di Gennaio; e non pensare
ad alcuna pena nel suono del vento,
nel suono di poche foglie,
che sono il suono della terra
colmo dello stesso vento
che sta soffiando nello stesso vuoto
per chi ascolta, per chi ascolta nella neve,
e, lui stesso niente, guarda
niente che non c’è e il niente che è.
(Lisa Sammarco, 2008)

No

no
non c’è più spazio
né accesso a niente
a nessuno
più niente di bello
nel marketing
che tutto ha mangiato e assorbito
e ogni ora che passa
peggiora lo schifo
che già è tutto schifo
e niente più è niente
e mancano tutte le cose
i ragazzini giocano a calcio
i bambini giocano ai giochi
i letterati ascoltano le loro voci
amplificate nei microfoni
che nessuno ascolta
tramontati i valori antichi
non ce ne sono di nuovi
e solo dolore miseria sporco
un gruppo di avvinazzati
continua a parlare a voce alta
così nessuno sente niente
di ciò che farneticano i letterati
e tutti disturbano tutti
e poi tutti se ne vanno
tutti felici di aver disturbato tutti
di aver sparso piccoli semi
di infelicità
ecco la felicità residua:
lo spargimento dell’infelicità.

 Massimiliano Chiamenti, poeta (Firenze, 1967- Bologna, 2011).

 

Solo girasoli

I GIRASOLI

Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

[Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925] 

A distanza di muri

Io sono diviso da un muro
dal cortile del palazzo che scende
in verticale e fa da specchio
alle finestre delle case,
alle voci della gente
che le abita, custodendovi
il piccolo mistero di una storia
come tante – ma sapere
a che volto corrisponde
quella grana della voce, che tanfo
di sudore viene fuori
dalla minima finestra del bagno, di sera,
che tipo di biscotti si nasconde
nella piccola credenza che si scorge
poco sopra il lavandino, nell'interno
al piano di sotto – se si amano davvero
i due giovani inquilini del sette,
cosa sperano, quante volte hanno temuto
di perdere la strada. E poi come hanno fatto,
in quale grondaia hanno sentito
il ritmo asseverante della pioggia.
Che hanno decifrato in quel respiro.
Che cosa hanno capito.

(di Massimo Gezzi, dalla Rivista "Ore piccole")
 

Fin dove volano le api furibonde

..

particolare rielaborato da "la cosmogonia di emily dickinson" dal mio album "Communio"

Emily Dickinson: Api e poesie

(testo originale e traduzione)

*

Ferocious as a Bee without a wing

The Prince of Honey and the Prince of Sting

So plain a flower presents her Disk to thee

   

Feroce come un'Ape senza un'ala

Il Principe del Miele e il Principe del Pungiglione

Così semplicemente un fiore offre la sua corolla a te 

*

Th lovely flowers embarrass me,

They make me regret I am not a Bee   

 

Gli incantevoli fiori mi imbarazzano,

Mi fanno rammaricare di non essere un'Ape

*

 I stole them from a Bee -

Because – Thee -

Sweet plea -

He pardoned me!

 

 Li rubai a un'Ape -

Per – Te -

Dolce ammissione -

Lei mi ha pedonato!

*

Fame is a bee.

It has a song

It has a sting

Ah, too, it has a wing.

 

La fama è un'ape.

Ha un canto

e un pungiglione

Ah, ma anche le ali

*

To make a prairie it takes a clover and one bee,

One clover, and a bee,

And revery.

The revery alone will do,

If bees are few.

 

Per fare un prato servono un trifoglio e un'ape

Un trifoglio e un ape,

e il sogno.

Il sogno da solo basterà

se le api sono poche.

*

Bee! I'm expecting you!

Was saying Yesterday

To Somebody you know

That you were due -

 

The Frogs got Home last Week -

Are settled, and at work -

Birds mostly back -

The Clover warm and thick -

 

You'll get my Letter by

The Seventeenth; Reply

Or better, be with me -

Your's, Fly.

 

Ape! Ti sto aspettando!

Stavo dicendo Ieri

A Qualcuno che conosci

Che eri in arrivo -

 

Le Rane sono a Casa da una Settimana -

Sistemate, e al lavoro -

Gli Uccelli in gran parte tornati -

Il Trifoglio caldo e folto -

 

Riceverai questa mia entro

Il Diciassette; Rispondi

O meglio, sii da me -

Tua, Mosca.

*

The Bee is not afraid of me.

I know the Butterfly -

The pretty people in the Woods

Receive me cordially -

 

The Brooks laugh louder

When I come -

The Breezes madder play;

 

Wherefore mine eye thy silver mists,

Wherefore, Oh Summer's Day?

 

L'Ape non ha paura di me.

Conosco la Farfalla -

Il grazioso popolo dei Boschi

Mi riceve cordialmente -

 

I Ruscelli ridono più forte

Quando arrivo -

Più folli giocano le Brezze;

 

Perché il tuo argento mi appanna la vista,

Perché, Oh Giorno d'Estate?

*

The murmur of a Bee

A Witchcraft – yieldeth me -

If any ask me why -

'Twere easier to die -

Than tell -

 

The Red upon the Hill

Taketh away my will -

If anybody sneer -

Take care – for God is here -

That's all.

 

The Breaking of the Day

Addeth to my Degree -

If any ask me how -

Artist – who drew me so – Must tell!

 

Il mormorio di un'Ape

- produce in me – Una Magia

Se qualcuno mi chiede perché -

Sarebbe più facile morire -

Che dire -

 

Il Rosso sulla Collina

Mi toglie la volontà -

Se qualcuno sogghigna -

Stia attento – perché Dio è qui -

Questo è tutto.

 

L'Interrompersi del Giorno

Accresce il mio Rango -

Se qualcuno mi chiede come -

L'artista – che mi disegnò così -

lo dica! 

Tramonto sul mare

Piccola casa di pescatori sulla strada. Alla finestra
una tendina di cretonne a fiorami. I vasi di gerani
li avevano fuori, contro il muro. Dalla porta semiaperta
si vedevano le sedie, il tavolo, la lampada, la madia,
il crocifisso ricamato, i panieri, la brocca, il letto matrimoniale,
le stuoie di stracci multicolori. Sul divano, la donna grassa,
pesante, sudata, immobile, con gli occhi chiusi,
arrotolava un gomitolo – un grande gomitolo nero di lana -
un gesto cieco, secolare, indipendente. E fuori
c'era il mare, il tramonto dorato, molte rondini.

Ghiannis Ritsos

Da "Poesie" di P. Cavalli

Ah smetti sedia di esser cosi sedia!
E voi, libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono, Solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch'io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati.
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.

Patrizia Cavalli

Due stanze

La stanza del suicida
(di Wyslawa Szymborska)

Certo pensate che la stanza fosse vuota.
E invece c’erano tre sedie con robusti schienali.
Una lampada buona contro il buio.
Una scrivania con sopra un portafoglio, giornali.
Un Buddha sereno, un Cristo afflitto.
Sette elefanti portafortuna, nel cassetto un’agenda.
Pensate che non ci fossero i nostri indirizzi?

Pensate che mancassero libri, quadri, dischi?
E invece c’era una trombetta consolatrice in mani nere.
Saskia e il suo cordiale piccolo fiore.
La gioia scintilla degli dei.
Ulisse sul ripiano si ristora dormendo
dopo le fatiche del quinto canto.
I moralisti,
nomi scritti a lettere d’oro
sui dorsi ben conciati.
Lì accanto i politici stavano ben ritti.

E quella stanza
non sembrava priva di vie d’uscita, magari la porta,
né senza prospettive, magari la finestra.
Gli occhiali da vista erano sul davanzale.
Una mosca ronzava, ossia era ancora viva.

Pensate che almeno la lettera spiegasse qualcosa.
E se vi dico che non c’erano lettere
e noi gli amici -tanti – ci ha tutti contenuti
la busta vuota appoggiata a un bicchiere.

Lente da francobollo
(di Erri De Luca)

Nessuno di noi è passato sulla faccia della terra senza il pensiero di buttarsi via, una volta almeno. Davanti a un parapetto alcuni lo hanno scavalcato. A chi si accosterà di nuovo al bordo, lascio una proposta, una piccola tecnica per convincersi meglio, a proseguire o a tirarsi indietro.

Prendi una lente d’ingrandimento, una da francobolli.
Scrutati la pelle, i peli diventati aghi di pino,
soffiaci sopra, tu sei il vento e il suolo, sono tuoi, ma pure di se stessi.
La ferita di ieri si è rimarginata, un rammendo rosa
di notte ha sigillato la sortita del sangue.
Poi guardati il piede, il tendine specialista di equilibrio,
di cammino, in salita più bravo del cavallo.
Dove frughi, trovi un dettaglio che brulica di mosse proprie e indipendenti.
Non sei il loro signore, tu sei il campo.
Non sei il padrone, ma l’ultimo inquilino.
Fatti prestare lo stetoscopio, appoggiatelo addosso,
meglio che dentro la conchiglia senti il mare chiuso,
le valvole del cuore sono branchie di pesce,
senti il tuffo dell’aria nel sacco dei polmoni,
l’ossigeno che s’incatena al sangue.
Lo saprà fare ben il corpo, di morire,
non ti devi commuovere per questo,
però ti devi accorgere in margine a te stesso,
di una crosta terrestre ai margini del mondo.
I pori sono stelle e pozzi, la pelle è nebulosa e prateria,
l’unghia è un deserto, la ruga è il gran canyon,
l’ombelico è un vulcano e tu sei una geografia.
Di qua o di là dal parapetto: il salto sarà più grande ora.
Così stanno le cose e noi siamo più piccoli di loro.

A mia madre

Tratto da qui

A mia madre

Guardo la casa dove vivi sola

la stessa dove anch’io sono nato

e ho vissuto

dici che più niente ti lega a questa terra

che verrai ad abitare più vicina a me

non si sa mai, un’influenza

o soltanto un mobile da spostare

intanto hai rinnovato le stanze

cambiato la cucina lucidato i pavimenti

dipinto la ringhiera dello stesso colore bruciato

che ha sempre avuto

è come se prima di andare

tu mettessi in ordine i ricordi

e ho paura di pensare che hai più di settant’anni

e senza dirmi niente per non farmi preoccupare

ti stai preparando a qualcosa di più grande

di un trasloco.

(Francesco Tomada da  “L’infanzia vista da qui” ed. Sottomondo)