The lady of Shalott (post in fieri)

La leggenda della Dama di Shalott, già ripresa e narrata dal poema di Alfred Tennyson, è stata interpretata da Loreena Meckennit  nella canzone che è colonna sonora di questo caleidoscopico video.

Molte sono le versioni fiorite a raccontare questa misteriosa leggenda, tra le altre l’interpretazione che essa sia la metafora dello scrittore che vive nel mondo che esso stesso s’inventa scrivendo, incapace di vivere quello reale.

Con miei versi.  

 

The lady of Shalott

 

Nella torre di Shalott tra i fili

intrecci di uccelli la lana

l’erba tra rami alla tela

le mani veloci e leggere

la dama tesseva le stelle

di luna i capelli e la pelle

l’immenso acceso a colori

i nodi al tessuto dei fiori.

Lei guardava talora distratta

dal lato diverso da Camelot

il mondo fluttuante allo specchio

la siepe le sagome in ombra

i barbagli radianti di luce   

le spalle voltate alla reggia

cantava la dama di Shalott.

Madre che mi lasciasti

padre da tempo perduto

il mistero stregato è nel cerchio

una rosa di male oscuro.

Ma un giovane bello cavalca

i riccioli neri lo scudo

nel sole brillante il riflesso

la fata depose la tela

sporgendosi verso lo specchio

l’incanto la prende d’attesa

sgomento alla gola proteso

volle in quel giorno tremante

voltarsi alla vista dell’oltre

la mente rapita dagli occhi.

Un grido echeggiò nello specchio

la tela sopraffatta si ruppe

di schianto maledetto lo strappo

incantesimo infranto divelto

lei sente la vita che esce

strisciando ai polsi dal petto

raggiunge a tre passi la barca

e lascia la sponda di Shalott.

Madre che mi lasciasti

padre da tempo perduto

il mistero stregato è nel cerchio

una rosa di male oscuro.

Scivola lenta la barca

lenta come lenta è nell’acqua

la goccia che spreme il respiro

il sangue che a freddo si stacca

giunge la dama alla reggia

nel soffio di gelo la barca

il corpo delicato nel bianco

le vesti la candida mano

dissero bella la dama

impauriti segnandosi in croce

bello il suo viso composto

nel velo d’eterno mistero.

 

Sviscerato (epilogo)

E’ la fratellanza  delle lingue

che rende intollerabili gli sguardi

lame che s’incrociano nel limbo

a ritagliare il buio nella notte

lo scatto delle serrature e porte

chiuse nelle stanze dei bottoni.

 

E’ un imperativo insostenibile

l’obbligo di promuovere se stessi

impervia gara d’apparenza

che fermenta la composta

comunanza ipocrita d’intenti.

 

Il riverbero sociale alimenta

la coesione delle umane genti

coi coltelli affilati per tagliare

corpi e mondi di deboli e paure

i falchi a comandare il bene

e le colombe uccise dall’amore.

 

Come poter dire a voce franta

l’impensabile presente

stare rigonfi sempre a galla

aggrappati al bordo d’immersione

vivere l’invivibile pressione

dei violenti pugnali quotidiani

il delirio che procede al delta nero

nei fiumi di facile aggressione.

 

Come svettare per (bi)sogno

per bellezza per soffio della luna

per ascesi verticale e progressione

di catarsi a issare una bandiera

insostenibile ricordo di purezza

impareggiabile luce della neve

che declina colline ed orizzonti.

 

Negarsi è la resa di materia

l’ultima spiaggia infima scogliera

l’assenza ostinata della carne

per voto d’ estrema resistenza

lo spirito che si fa corpo celeste

la presenza tangibile dell’essere

le mani a stringere l’essenza

anima che divide in due il gheriglio

saturando il vuoto di astinenza

che divora vomitando il mondo.

 

Tutto questo spasmodico scavare

sovraespone ad oltranza le radici

rivolgendo il cielo in terra dove

la voce dal margine germoglia

per rinunzia alla sua orma

di fiori dai rami della notte.

 

 

 

 

  

Sviscerato poemetto

Soffiano le vostre lingue

sibilanti dentro gli otri

vogliose di foglie da staccare

ai rami alti dell’albero dei frutti

profanare la sagoma del corpo

per spossessamento dell’involto

mal di vuoto che spalanca dentro

spandendo  avverbi  e congiuntivi.

 

Non ci sono più vene nel cervello

né vanesio desiderio d’apparire

di mostrare la lingua umida a leccare

scenari vellutati e piedistalli

non il fianco da prestare

a cataloghi etichette

né targhette da incollare sulla fronte

nel registro del dominio societario

per pretesa ributtante di controllo.

 

E se pure avesse luce un giorno

l’atteso tempo dell’epifania

(ecce formica mondo) nel sogno

ben poco avrebbe vita oltre le scarpe

forse soltanto l’enormità del pianto

che al palato affiora dissanguando

il cuneo che s’incastra lento

a scardinare la poesia e la bocca

aperta esattamente al centro  

della breccia dilatata dello scempio.

 

Direi che sono scorie le parole

per anelito d’eternità sconfitto

in pasto all’iperego dell’autore

nudo verme in terra sillabante

che non bastano tre dita

lanciate verso il sole a velarne il viso

a ricoprire il solco della carne.

Sviscerato opposto

La curiosità è di sapere

spinta santa a cosa eccelsa

l’invenzione la scoperta

l’arco dopo la tempesta

ma non è questo lo scenario

quanto nido incatramato

grumo scarto nembo di travaglio

sensi interminabili sospesi

tra precipizio e rami

dissennati.

 

E ritornate al masso lacerato

insistenti e biechi come spilli

protestate il possesso dell’essenza

coniugando impatti a denudare

e domande inferte come spade.

 

Rostro insano è il vostro succhiare

empio immondo e senza freni

l’apice del sacco cerebrale

forma di midollo scanalato

scavato da tremila buchi

e da millenni di conati.

 

Eppure lo sapete

pulsano di sangue

le parole agli angoli del labbro

se lasciate andare.

Sviscerato seguito

Vorreste voi la donna

quell’essere mai visto

vederla come fosse

divina cosa o mostro

fenomeno da circo

bestia rara.

Vorreste l’epifania del volto

che si nasconde al mondo

per pudore.

Ma il verbo non è ostia

spezzata come il pane sull’altare

non può donare uva oltre misura

versare sangue al corpo e vino

pompare occhi ai seni gonfi

vestiti ai semi bianchi e denti

mostrar la lingua la struttura

i capelli arricciolati l’andatura

il gesticolare a punte mosse

trenta spalle ad ali di farfalla

la forma delle mani piccole

e sfruttate

le unghie minime mai avanti

il giro tondo della bocca

che forma in “o” le labbra

da bambina.